
Andrea Agnelli e la sindrome di Icaro
Se avesse rinunciato a volare così in alto, la storia della Juventus sarebbe stata diversa.
16 gennaio 2017, 31 ottobre 2018, 31 luglio 2020 e 19 aprile 2021
Non sono date rubate dalla DeLorean dell’intrepido “Doc” Emmett Brown, protagonista della trilogia “Ritorno al futuro”, ma sono quattro passaggi chiave della abbagliante e chiacchierata presidenza di Andrea Agnelli alla Juventus, iniziata il lontano 19 maggio 2010 e terminata 12 anni dopo come mai il rampollo di casa Agnelli avrebbe immaginato: ossia con la palma di presidente più vincente della storia bianconera macchiata, tuttavia, dall’onta dei casi plusvalenze e manovre stipendi, che hanno costretto il presidente e la dirigenza tutta a levare in fretta e furia le tende dagli uffici della Continassa.
“O muori da eroe o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo”: così affermava il Batman di Christopher Nolan. Questa citazione sembra la perfetta effige della carriera presidenziale di Andrea Agnelli alla corte della Vecchia Signora, caratterizzata dall’obiettivo (o dalla smania?) di tentare di riscrivere la storia della propria famiglia ma pure di voler rilanciare un club che, sul tramonto dello scorso decennio, stava divenendo sempre più vittima della propria gloria passata.
Difficilmente si può rimproverare qualcosa ai primi passi di Andrea Agnelli in bianconero, quando si è adoperato per dare alla società una struttura solida, affidando l’area amministrativa e sportiva ai rampanti Giuseppe Marotta e Fabio Paratici, e, in second'ordine, di assumere come allenatore - dopo un primissimo tentativo fallito con Luigi Delneri - Antonio Conte, ex capitano bianconero protagonista del ciclo di vittorie tra anni Novanta e Duemila. Le prime scelte dirigenziali di Agnelli, dunque, hanno permesso alla Juventus di avviare uno dei cicli più floridi del calcio italiano (con pochi eguali pure in Europa), rilanciando la Juventus verso una dimensione che sembrava perduta dopo Calciopoli.
La sua gestione, oltre a 19 trofei (ossia la bellezza di 9 scudetti consecutivi, 5 coppe Italia e 5 Supercoppe italiane) e all’inaugurazione dello Juventus Stadium (nonostante la paternità del progetto sia da attribuirsi al trio Moggi-Giraudo-Bettega), una straordinaria crescita della dimensione economica della società.
Se nel 2010/2011 il fatturato del club era di 172 milioni di euro, nella stagione 2018/2019 si registrava un fatturato record di ben 621 milioni - un aumento superiore del 250% in sole otto stagioni - che ha permesso alla Juve di dominare il mercato interno e accaparrarsi i migliori giocatori degli altri club italiani, affermandosi quindi come centro nevralgico del calcio italiano e costruendo una rosa in grado di competere ai massimi livelli del calcio europeo, raggiungendo per due volte la finale di Champions League.
Per oltre un decennio tutto è sembrato filare alla perfezione, con la coerenza e la semplicità di una sceneggiatura Disney. L'enfant prodige messo al volante della galassia bianconera poco più che trentacinquenne, con la timidezza di uno studente al primo giorno di scuola ma con la determinazione di un Mr. Wolf, era riuscito a risollevare la Juventus dalle sabbie della mediocrità riportandola al posto che le spetta. Il tutto senza mai staccare il piede dall’acceleratore, azzeccando praticamente ogni mossa e macinando trionfi su trionfi.
12 agosto 2018, il passo più lungo della gamba
Mentre il percorso di Andrea Agnelli procedeva spedito di vittoria in vittoria, ostentando una disarmante superiorità sotto ogni punto di vista, l'enfant prodige ha iniziato a sentirsi stretto nel ruolo di "semplice" Presidente, soltanto un componente della macchina perfetta. Dal 2017 circa il cambio di marcia è stato chiaro: voleva essere riconosciuto come immagine principale del club, la faccia della Juventus, il punto di riferimento non solo per milioni di tifosi bianconeri sparsi per lo stivale (e per il mondo) nonché l’artefice unico del destino bianconero, forse sperando di riuscire a diventare ciò che nemmeno i suoi più illustri antenati erano riusciti ad essere.
Gli ultimi sei anni di presidenza, dal 2017 al 2023 circa, hanno visto una riforma strutturale del club sotto tutti i punti di vista, una brusca virata verso un inedito presidenzialismo che accentrava quasi tutti i poteri nelle sue mani - qualcosa che non si era mai visto nemmeno negli anni della presidenza più ingombrante della storia juventina, quella dell'Avvocato - lavorando per essere l'unico vero punto di riferimento per qualsiasi questione rilevante che riguardasse il mondo bianconero.
La legittimazione di questo accentramento del potere non è passata non soltanto attraverso la conquista dei trofei, ma anche con la scelta mediatica e sportiva più determinata e determinante di sempre, una prepotente affermazione di status su scala globale: l’acquisto Cristiano Ronaldo, coronamento di una serie di campagne acquisti sempre più costose e ambiziose.
Questo cambio di atteggiamento ha comportato - o quantomeno è coinciso - con lo smembramento di uno degli organigrammi societari più efficaci d'Italia e d'Europa, permettendo poi che il vuoto gestionale lasciato da Marotta fosse riempito da una serie di fedelissimi del presidente: dall’improvvida investitura di Fabio Paratici, penalizzato dal ruolo di factotum della dirigenza bianconera dopo due decenni di fruttuosa collaborazione con Marotta, fino alla non memorabile passerella dei vari Nedved, Arrivabene e Cherubini.
Una serie di gestioni che hanno gravemente indebolito le solide fondamenta su cui poggiava la Juve di Andrea Agnelli, divenute via via più fragili fino a bloccare l’evoluzione del club, raggiunto e superato in breve tempo da Inter, Milan e Napoli, che nel corso del primo decennio di presidenza erano state doppiate a più riprese. Non un rapido declino, ma un rallentamento lento e costante, come come una stalattite, si sono accumulati uno sull'altro goccia dopo goccia.
16 gennaio 2017, tutto deve cambiare perché nulla resti come prima
La rivisitazione della celeberrima frase che Tomasi di Lampedusa fa pronunciare a Tancredi nel suo Gattopardo sembra ideale per descrivere ciò che successe durante una fredda serata invernale di quasi otto anni fa. Durante la kermesse “Black and white and more” organizzata al Museo della scienza e della tecnologia di Milano (in piena terra “nemica”!), il presidente Andrea Agnelli ha presentato al mondo quello che è stato il primo (e, per i tifosi old style, forse il più grave) punto di rottura con la creatura affidatagli sette anni prima: il nuovo logo della Juventus.
Vengono pensionate sia le strisce bianconere sia il toro simbolo della città di Torino; viene abbandonato l’iconico scudo ovale, presente dal 1905; viene tralasciato qualsiasi riferimento ai loghi del passato, anche ai più moderni, come la zebra rampante utilizzata dal 1929 al 1931 e nel secondary logo anni Ottanta, optando per una anonima e apatica lettera “J” stilizzata (composta da due strisce nere curve e spesse) con in apice il nome del club (tolto successivamente) con un font "industriale" che a molti è parso più adatto al cinema che allo sport.
Aldilà del mero giudizio tecnico o estetico (forse è stata presa troppo alla lettera la citazione dell’Avvocato Agnelli “Mi emoziono perfino quando leggo in qualche titolo di giornale la lettera J. Penso subito alla Juve”), occorre considerare cosa abbia portato a una scelta così audace.
Andrea Agnelli giustificava così la scelta di un rebranding tanto aggrerssivo “Il nuovo logo definisce un senso di appartenenza e uno stile che permette di comunicare il nostro modo di essere. Il futuro per la Juventus significa crescere: crescere vincendo, crescere comunicando e evolvendo il brand” e ancora "la Juventus deve riuscire a colpire nella loro fantasia (con riferimento ai ragazzi delle nuove generazioni, ndr). Cosa sogna una bambina giapponese? E un millenial di Mexico City? Noi dobbiamo rispondere a loro in modo semplice ed evocativo".
Parole dure da digerire per i tifosi che hanno sposato incondizionatamente la causa bianconera, che però mettono a nudo l’idea maturata da Andrea Agnelli: trasformare la storica squadra in un brand spendibile nel mondo per convogliare l’attenzione globale (e, soprattutto, denaro sonante) verso la Juventus, anziché portare la società con la sua tradizione e il suo radicamento ad essere un brand.
La crescita dei numeri della Juventus relativi al numero di followers e di tifosi è stata innegabile, nonostante il calo dei risultati sportivi, mentre la vendita delle maglie originali ha rallentato dopo l'addio di Cristiano Ronaldo. Tuttavia, quanto potrà pagare sul medio e lungo termine la scelta di ignorare la storia centenaria del club e la sensibilità del proprio zoccolo duro di tifosi affezionati e più fidelizzati? Non si sarebbe potuto ottenere un risultato simile mantenendo comunque un atteggiamento rispettoso verso la tradizione e i propri clienti più fedeli?
31 ottobre 2018, vattene amore
L’erba del vicino è sempre più verde. L’erba dei campi europei, lo è ancora di più.
La Juventus, a partire dalla stagione 2011/2012 ha dominato incontrastata per nove stagioni di seguito il proprio campionato, ma nella mente di Andrea Agnelli l’Europa è sempre stata molto più di un sogno - come ha detto chiaramente nel discorso alla squadra dell'agosto 2018 - e le finali perse nel 2015 e nel 2017 hanno accentuato ancor di più il desiderio del presidente (così come quello di ogni tifoso bianconero) di vincere una Champions League, cementare definitivamente lo status della Juventus e, di conseguenza, il proprio.
L’acquisto di Gonzalo Higuaín dal Napoli nell'estate 2016 - più di 90 milioni versati al gongolante De Laurentiis - è stato solamente il primo tassello di un prestigioso mosaico che doveva condurre la Vecchia Signora alla supremazia europea, un progetto clamorosamente fallito anche perché per riuscirci, la Juve non si è affidata agli artigiani davvero esperti in questo tipo di progetti. Così nell’aprile 2018, in uno Stadium agghindato a festa per il quarto di finale contro il Real Madrid, Cristiano Ronaldo decide di lasciare il proprio biglietto da visita nel taschino di Andrea Agnelli che, estasiato dalla rovesciata del portoghese del momentaneo 0-2 (il match finirà 0-3 per le merengues), decide che sarà lui l'uomo della svolta bianconera.
La “fuitina” tra Agnelli e CR7 viene svelata al mondo il 10 luglio 2018, con il memorabile scatto a domicilio che immortala il presidente, da solo, al fianco di Cristiano Ronaldo e di tutto il suo staff. Una conquista personale, un colpo à la Florentino Perez, costato complessivamente circa 250 milioni di euro tra cartellino e ingaggio, e che fin da subito ha fatto storcere il naso al saggio Marotta, predicatore di mercato oculato e parco, senza sprechi e senza fuochi d’artificio, ma che ha sempre regalato grandi soddisfazioni ai tifosi e benefici alle casse societarie di tutte le società per cui ha lavorato.
Il presidente Agnelli, senza usare mezzi termini, dichiara fin da subito di essere stato l’artefice, insieme al nascente braccio destro Fabio Paratici, dell’operazione CR7, alimentando ancor di più l’alone mitologico che iniziava ad aleggiare attorno al primo tifoso di Madama. Il tutto a discapito di Giuseppe Marotta, posto inevitabilmente in controluce rispetto allo sfavillio generato dall’acquisto del campionissimo portoghese, indicato come il tassello necessario per trionfare finalmente nella maledetta Champions League, visti i record divorati nella massima competizione continentale..
In tempo di pace, non c’è spazio per chi ha sporcato le proprie mani nelle battaglie campestri, e così ad inizio dell’autunno 2018, dopo soli tre mesi dall’acquisto di Cristiano Ronaldo, Andrea Agnelli decide di rompere la collaborazione con Giuseppe Marotta.
“Non c’è stato un motivo scatenante, è stata una decisione voluta dalla società”. Così nicchia un amareggiato Marotta, allontanato coattivamente dalla sua creatura, dalla squadra che ha costruito pezzo per pezzo, rigenerata dal marasma delle catastrofiche stagioni 2009/2010 e 2010/2011 e divenuta un’icona calcistica dello scorso decennio per i numerosi trofei conquistati e per la gestione virtuosa che ha portato la Vecchia Signora a vedere da vicino i grandi club europei, colmando i gap economici che, fino a prima del suo arrivo, sembravano incolmabili.
Lo scorso febbraio l’attuale presidente dell'Inter si è tolto qualche sassolino dalla scarpa riguardo al suo addio forzato alla Juventus: “Nel momento in cui la proprietà intende utilizzare una strategia diversa è il manager che deve fare un passo indietro e io l'ho fatto col sorriso sulle labbra. Ho dato quanto ho ricevuto alla Juve. Era giusto rispettare la volontà della proprietà che voleva ringiovanire il management
"Quella di CR7 era un'operazione che non mi trovava in parte d'accordo. Il giocatore non si discute, ovviamente. Dal punto di vista finanziario-economico però era un'operazione impegnativa. Ma non è stato quello l'elemento che ha portato alla rottura. E' stato più un cambio di programma del club che ha determinato la fine di un ciclo".
L'acquisto di Cristiano Ronaldo, simbolo della golden age di Andrea Agnelli, oltre a lasciare diversi dubbi sul lato sportivo (di fatto è arrivato in una squadra a fine ciclo, con l’unica cartuccia spendibile nella sua prima stagione, se non fosse stato per l’Ajax ai quarti di Champions) ha ammalorato gravemente le casse societarie, che ancora oggi si trova a fare i conti con una scelta di mercato tanto spettacolare quanto pericolosa (la Juve, per altro, deve ancora pagare a CR7 quasi dieci milioni di stipendi mai pagati relativi al periodo Covid).
Ma non finisce qui. Queste operazioni hanno generato nella nuova società la malsana abitudine di regalare ai tifosi il colpo di mercato ad effetto, spesso però slegato dalle reali necessità della squadra - basti pensare all’acquisto di De Ligt per più di 80 milioni, o a quello di Arthur, senza considerare l’inserimento di Pjanic nell’operazione coi blaugrana, o ancora all’avventato acquisto di Vlahovic per la bellezza di altri 80 milioni - vero mantra della Juventus dai tempi della Triade, che ha saputo sacrificare i propri campioni per costruire squadre solide, efficaci, vincenti, come accadde con le cessioni di Zidane e Inzaghi rispettivamente a Real Madrid e Milan, che "finanziarono" gli acquisti di campioni come Buffon, Nedved, Thuram e Salas.
Il quartetto composto da Paratici, Nedved, Cherubini e Arrivabene, succeduto in tempi diversi al binomio Marotta-Paratici, ha rivestito più il ruolo di compagni di giochi del presidente piuttosto che di tutori dell’ordine finanziario della Continassa, non curandosi del fatto che, di fronte ad un calo vertiginoso del fatturato (sempre in crescita nel periodo marottiano, crollato di oltre il 30% nel periodo 2020-2024), dalle casse bianconere continuassero a uscire fiumi di denaro.
La grande confusione societaria, culminata con delle sessioni di mercato luculliane che hanno visto, tra le altre cose, il ritorno di Massimiliano Allegri con un sensazionale contratto di quattro anni a più di 7 milioni di euro annui (che ha imbrigliato ogni tipo di scelta tecnica della nuova Juventus di Giuntoli) oltre all’ingaggio dei costosi Vlahovic (oltre agli oltre 80 milioni di cartellino già citati, ad oggi è il calciatore più pagato della Serie A avvicinandosi ai 12 milioni netti annui), Pogba, Di Maria, Paredes (stipendi pressoché regalati, visti i rendimenti in campo) ha rapidamente eroso il vantaggio economico che i bianconeri avevano costruito sulle avversarie tra il 2010 e il 2018.
Al contrario, oggi la Juventus si trova a rincorrere affannosamente Inter e Milan in una inversione di ruoli che fino a soli cinque anni fa sarebbe stata inimmaginabile.

Così, in questo carosello di nomi e cifre, l’immagine di Andrea Agnelli ci viene offerta incastonata tra le luci sfavillanti dei traguardi raggiunti nel primo decennio e le ombre cupe delle conseguenze che questi hanno comportato quando il presidente si è privato del suo più fido consigliere. Un finale di gestione sfrenato che è costato il rimpianto di quello che la Juventus sarebbe potuta diventare con scelte più oculate, nel vero stile bianconero. Il presidente, nel voler abbracciare con forza e vigore il futuro, si è scordato forse che il primo passo verso il successo è non smentire il proprio passato.
31 luglio 2020, lo scacchiere di Re Andrea
Mentre Maurizio Sarri, chiamato un anno prima alla guida dei bianconeri per invertire il trend minimalista allegriano e dare smalto ai campioni stanziati sotto la Mole, stava per assaporare la gioia (mai pienamente goduta) del suo primo scudetto in carriera nonché nono consecutivo per la Juve, nella stanza dei bottoni della Continassa si stava architettando un piano che avrebbe fatto accapponare la pelle anche a Belzebù. In una conferenza organizzata in pompa magna e alla presenza di tutto l’alto comando bianconero dell’epoca, ossia il presidentissimo Andrea Agnelli, Fabio Paratici e Federico Cherubini, veniva presentato Andrea Pirlo come nuovo mister della Juventus Under 23.
L’ex regista bresciano aveva appeso gli scarpini al muro da poco più di tre stagioni e l'avviamento alla carriera da allenatore partendo dalle giovanili dell’ultimo club che ha creduto in lui e che gli ha donato quattro stagioni sfavillanti, sembrava essere un percorso ragionevole. Tuttavia, qualcosa non tornava. Perché cotanto clamore per la presentazione del mister dell’Under 23? Perché i vertici societari non avevano mai adottato questa linea con i presenti coach della rappresentativa “B”? Forse un gesto di riconoscenza da parte del presidente per ringraziare uno degli artefici del suo ciclo dominante?
Poco più di una settimana dopo, il colpo di scena. L’irrituale Maurizio Sarri, dopo uno scudetto e una breve e sciagurata campagna europea e, soprattutto, dopo non essere mai entrato in piena sintonia con l’intero ambiente bianconero (due poli opposti che non si sono mai attratti), veniva accompagnato all’uscita. Andrea Agnelli fa così spazio al totale esordiente Andrea Pirlo, aumentato di grado a tempo record dopo soli nove giorni di incarico in Under 23.
Una scelta che ha lasciato basiti i più, soprattutto considerando che la Juventus in quel preciso momento storico necessitava più che mai di una guida tecnica esperta, solida ed emozionale, tenuto conto che gran parte dei giocatori che avevano costituito l’ossatura di quegli anni, ossia i vari Douglas Costa (e i suoi innumerevoli infortuni), Khedira, Matuidi, Higuain e Pjanic avevano lasciato Torino, e a difesa del guado erano rimasti solamente i senatori (Buffon, Chiellini e, solo per anzianità, Bonucci) oltre a Cristiano Ronaldo e qualche altra vecchia conoscenza (Cuadrado e Bernardeschi su tutti, oltre al ritorno del nostalgico Alvaro Morata).
Non solo. Dall’altra parte le rivali stavano iniziando a rosicchiare il gap. L’Inter si era affidata allo schiacciasassi Antonio Conte per sovvertire il monopolio juventino in suolo nazionale (che verrà spodestato proprio quella stagione) e il Milan stava iniziando a porre le basi per tornare a cucirsi il tricolore sul petto, come in effetti avvenuto la stagione successiva. Un distacco dalle milanesi che, improvvisamente, è sembrato insormontabile.
Un risveglio a dir poco traumatico, considerando che dalla stagione 2011/2012, ossia quella del primo scudetto dell'era Andrea Agnelli, fino a quella dell’ultimo tricolore sotto la Mole, la Juventus ha rifilato alle due rivali la bellezza di 462 punti complessivi di distacco (esattamente 231 punti per ciascuna), oltre ad un abisso in termini di risultati in bilancio e gestione societaria, bruciato in un lampo.
Scelte di mercato sbagliate, gestione poco oculata del tesoretto racimolato e, da ultimo, l’affidamento della panchina della prima squadra ad un esordiente nel momento meno opportuno. La speranza che Andrea Pirlo avesse le stigmate del nuovo Pep Guardiola divampava nel cuore dei tifosi, ma è definitivamente scemata durante la seconda parte di stagione.
Un cammino europeo deludente (il 3-0 al Campo Nou è, forse, l’unico momento glorioso di quella stagione) e un quarto posto agguantato per i capelli (i tifosi ringraziano il buon Faraoni) e il rimpianto di aver ceduto lo scettro di campione d’Italia agli acerrimi rivali nerazzurri accompagnato dalla consapevolezza di trovarsi come Cenerentola dopo lo scoccare della mezzanotte: passare dall’essere al centro dell’attenzione a riscoprirsi coperti di stracci e a dover ricostruire tutto da zero.
Il monito di Sarri al momento dell’addio ai bianconeri (“Questa squadra è inallenabile”, sarebbe questo il virgolettato profetico sempre smentito dal tecnico) non è stato minimamente colto dal presidente Andrea Agnelli, che comunque, vista la sua presenza fissa allo Stadium, avrebbe dovuto rendersi conto non solo delle carte d’identità sempre più ingiallite e del conseguente preoccupante calo di prestazione dei suoi giocatori. Il presidente, invece, colto dall’ennesimo moto d’orgoglio e convinto di avere ancora tra le mani la squadra nettamente più forte del campionato, ha ritenuto che il cyborg Cristiano Ronaldo e l’esordiente Pirlo sarebbero stati sufficienti per prolungare il proprio dominio. Mai scelta fu più miope.
L'errata convinzione di avere tra le mani il collettivo e di poterlo affidare a un allenatore vergine è costata non solo un’annata avara di soddisfazioni, ma anche l'opportunità di iniziare un nuovo progetto tecnico a medio-lungo termine, considerando che Pirlo non ha lasciato alcun legato tecnico alla squadra - e anche avesse avuto le capacità per farlo, la società non ha mai avuto intenzione di lasciarli tempo e spazio di manovra sufficienti - e che gran parte dei componenti di quella rosa sono stati spediti a stretto giro ben distanti da Torino.
L'esperimento dell'allenatore esordiente, quindi, venne rinnegato già alla fine della prima stagione per un ritorno al passato nel nome di Massimiliano Allegri, altra scelta costata tre intere stagioni di vuoto tecnico e di idee. Di lì a poche settimane, poi, anche l'amato e coccolato Cristiano Ronaldo avrebbe lasciato la Juventus, lasciando il presidente con le tasche vuote, la bacheca ancora priva della terza Champions tanto tanto agognata e una squadra da rifondare.
Forse, alla chiusura dei battenti di quella stagione, Andrea Agnelli si è sentito per la prima volta veramente solo, circondato dai suoi adepti e dalle sue decisioni, con il ricordo vivido ma lontano dei tempi passati, in cui sul campo e dietro le scrivanie poteva contare su un collettivo insuperabile. Forse, invece, si è sentito solo al comando della sua compagnia, della sua creatura, convinto di poterle regalare nuovi momenti di gloria?
19 aprile 2021: the show must go on
Lunedì 19 aprile 2021, ore 00:30. Nasce (o meglio, cerca di nascere) la Superlega. I primi vagiti di questa nuova creatura, però, vengono sommersi dai fischi e dallo sdegno generale. Squadre (quelle escluse), tifosi, addetti ai lavori e giornalisti intraprendono una crociata in difesa del calcio vero, della competitività e del sistema "liquido" di promozioni e retrocessioni. Pian piano - ma nemmeno troppo piano - le società, inglesi in primis, ritirano il proprio appoggio al progetto.
Non si sfilano, come novelli Chisciotte dell'elitarismo calcistico, soltanto Real Madrid, Barcellona e Juventus. "In questo momento critico ci siamo riuniti per consentire la trasformazione della competizione europea, garantendo a tifosi e appassionati un programma di partite che sappia alimentare il loro desiderio di calcio" dichiara svergognatamente Andrea Agnelli, vicepresidente del nuovo format.
Questa scelta, col passare del tempo disconosciuta dal club stesso e culminata con l'uscita dal progetto SuperLeague nel luglio 2023, poneva un punto di rottura irrimediabile con il DNA del club, intriso di storia, tradizione e continuità e consegnava ad Andrea Agnelli uno strumento per scrivere nuove pagine nella storia della Juventus, di cui lui e lui solo sarebbe stato il grande protagonista.
Ceferin: «SuperLega è una sporca dozzina. Agnelli? Mi ha sempre mentito» https://t.co/1dK5PZ2OSP
— Corriere della Sera (@Corriere) April 19, 2021
L’attenzione verso un’utopia calcistica futura, poi, mal si conciliava con lo stato clinico della sua creatura, entrata nello stato catatonico del secondo ciclo allegriano e nella gestione rivedibile dei vari Paratici, Cherubini e Arrivabene.
La volontà di voler fare la voce grossa nel calcio europeo, senza avere il supporto della materia prima, oggi sembra un'idea sorretta soltanto dall'arroganza, dal distacco con la realtà. In ogni caso, a seconda di come si voglia leggere ciò che è accaduto, la vicenda Superlega è stato il canto del cigno del presidentissimo bianconero, il quale di lì a poco più di un anno si sarebbe trovato sommerso nel caso plusvalenze, che lo ha portato a rassegnare le dimissioni e a chiudere uno dei capitoli più belli e gloriosi del club che ha sempre amato (il suo affetto per la Juventus è innegabile, a prescindere da tutte le critiche che gli abbiamo mosso).
Il rampollo di casa Agnelli si è trovato ad essere schiacciato dalle sue stesse idee, dalle sue intuizioni, dalla sua voglia di porsi al di sopra della famiglia e del club che rappresentava, per essergli riconosciuti i meriti di essere stato tra i più grandi presidenti di sempre, motivo per cui tutt’oggi il nostro protagonista rimane tema di discussione e di paragone, viene amato o biasimato. In ogni caso non può non essere stimato chi ha preso le redini di un club sull’orlo dell’oblio e lo ha riportato ai verici del calcio, con uno stadio di proprietà (uno dei pochi in Italia) e con una gestione avveniristica dell'azienda.
Forse, nel corso degli anni, Andrea Agnelli era riuscito davvero a porsi anche al di sopra del club, ma come Icaro, che si fece prendere dall’ebbrezza del volo, si è avvicinato troppo al sole ed è finito per bruciarsi. Forse, se avesse rinunciato a volare troppo in alto, la storia sua e del club sarebbe stata senza dubbio diversa, come è vero che, se avesse rinunciato a volare, non sarebbe stato Andrea Agnelli.
Ti potrebbe interessare
Dallo stesso autore
Newsletter
Iscriviti e la riceverai ogni sabato mattina direttamente alla tua email.





