
Omaggio a David Lynch
Il mio personale saluto a David Lynch, uno dei più grandi cineasti di tutti i tempi.
Un cielo terso. La camera che scende a volo d’uccello su una staccionata residenziale bianca, davanti alla quale svettano rose rosse. Un camion che passa di fronte a una fila di tipiche ville a schiera americane; sulla pedana laterale del camion, un signore, camicia azzurrina nei pantaloni e cane al guinzaglio ad accompagnarlo, ci saluta con la mano. Poi altri fiori, un’altra staccionata. Una scolaresca che attraversa un passaggio pedonale. In sottofondo, la colonna sonora di Angelo Badalamenti si fa dolce ed idilliaca. Il quotidiano, in tutta la sua patina di monotona lucentezza.
All’improvviso, un incidente spezza l’equilibrio, squarciando con dirompenza la patina dell’idillio borghese americano: un uomo cade a terra nel suo giardino, vittima di un goffo incidente avvenuto mentre innaffiava il suo giardino. Lynch ci porta nel sottosuolo, dove oltre i fili d’erba che tentano di nascondere i segreti più oscuri dell’esistenza, il grufolare macabro di un branco di formiche segna una danza che rivela l’orrore. Credo non ci sia scena più efficace dell’inizio di Blue Velvet (1986), per tentare - missione impossibile - di spiegare cosa sia stato David Lynch.
Per dirla come il filosofo Slavoj Zizek, “La chiave dell’effetto di derealizzazione in Lynch è l’accostamento dell’asettica quotidianità sociale col suo supplemento fantasmatico”. Questo rapporto tra l’idillio e l’orrido emerge sin dai racconti di Lynch sulla sua infanzia a Missoula, nel Montana. L’autore, in una delle sue biografie, ne parla rievocando gli aspetti più dolci e rassicuranti dello scenario che lo circondava: “Mi ricordo le case eleganti, le strade alberate, il lattaio, giardini, aerei in corsa nel cielo, cieli azzurri, recinzioni bianche, erba verde, alberi di ciliegio". Tutti elementi essenziali e puri, innocenti nella loro intima essenza. Ma David, sin da piccolo, andava oltre.
Era già capace di squarciare il “velo di Maya” che restituisce alla realtà fenomenica una patina di serenità, tenendo nascosto, in realtà, un orrore tragico irriducibile. Era capace di penetrare la realtà al punto da scorgere le formiche rosse che si celano sotto ogni superficie. Lo scrive in modo puntuale Kyle Mclanan, uno dei tanti registi salvati lanciati inventati da David Lynch, nel suo omaggio al regista: “David was in tune with the Universe and his own imagination on a level that seemed to be the best version of human” ("David era in sintonia con l'Universo e la sua stessa immaginazione ad un livello che sembrava essere la miglior versione di un essere umano").
Non c’è dubbio sul fatto che Lynch avesse accesso a una dimensione trascendente dell’esistenza che è esclusiva di pochi geni eletti: la sua sensibilità, la sua capacità di ritrarre al contempo l’umanità più tenera e gli incubi più inquietanti che si celano nel subconscio non avevano eguali; la capacità di trasporre tale sensibilità in immagine, con pennellate tipiche del pittore che era, rendendola accessibile anche a noi abitanti della terra che non vediamo le formiche rosse, ma ci fermiamo alle staccionate e ai fiori rossi, faceva di lui un genio senza tempo. Vedere oltre, ed essere in grado di comunicarlo con l'Arte a chi non aveva il privilegio della sua sensibilità.
Di Lynch si sottolinea spesso - troppo - solo l’aspetto più surrealistico e buffo: dalla Loggia Nera al celebre episodio di Rabbits, gli irresistibili video registrati ogni venerdì per augurare una buona giornata al mondo, le sue quotidiane previsioni del tempo o le crisi nevrotiche sul set. David Lynch, però, era prima di tutto un magistrale narratore di storie: la struttura post-moderna e intricata di tanti suoi capolavori non era altro che una scelta artistica, il modo più indicato per raccontare gli incubi che l’autore, in quel momento, aveva nella testa. Ma David sapeva commuovere il mondo intero anche con storie semplici, quasi scheletriche. Si pensi a “The Straight Story”, un monumento di sensibilità umanista fondato su una storia quasi ridicola per quanto essenziale: un vecchietto che attraversa l’America su un trattore malconcio per riconciliarsi col fratello. Per non parlare di The Elephant Man.
Lynch era alto e al contempo basso nel suo essere estremamente terreno e carnale; persino a livello tecnico, Lynch sapeva trovare invenzioni capaci di trasmettere sempre un forte senso di visceralità alle sue pellicole, che erano vive, pulsanti, piene di vitalità. Nel suo Cinema convivono un anelito alla trascendenza, frutto delle sue lunghe meditazioni, ma anche un radicamento alla dimensione “tattile”, più terra-terra, della natura, degli oggetti, dei corpi: in pochi hanno ritratto le pulsioni erotiche con l’onestà di David Lynch. I sogni erano la sua principale fonte d’ispirazione. E i sogni, spesso, nonostante i tentativi più forzati, non si possono spiegare. Internet è stracolmo di spiegazioni e interpretazioni su Mulholland Drive, Strade Perdute o Inland Empire.
Quando è stato interrogato nel merito, Lynch ha sempre svincolato ogni richiesta di chiarimento, facendo intendere che, nei suoi film, non è l’adesione razionale ad aprire le porte del godimento artistico, bensì l’abbandono inconsapevole e irrazionale. Come nei sogni, ci si lascia travolgere dalle immagini, e al risveglio, quel che resta, sono sensazioni, emozioni effimere e tentativi di razionalizzazione destinati a non convincere mai del tutto. I film di Lynch sono sogni, talvolta incubi, e dopo anni a rivederli mi sono reso conto del fatto che, tentare di capirli - ossessione positivistica di un mondo occidentale che oggi rifiuta l’enigma - è un vezzo fine a se stesso. Non fraintendete: è meraviglioso uscire dalla sala coi propri amici, incamminarsi verso la birreria più vicina e trascorrere le successive tre ore a sviscerare teorie sul film di Lynch appena visionato. Ma non è quello, ciò che resta.

Ciò che fa breccia dentro di noi, ciò che rimane impresso nelle nostre teste e torna a visitarci nei giorni seguenti sono quelle sequenze misteriose in cui l’autore, con un tocco magico che non si può spiegare, ci fa provare emozioni dalla potenza inaudita. Questo è il potere dell’Arte. Dare un nome, una quadratura razionalistica a quello che si è visto, non è importante: non tutto ha una risposta, non tutto è riducibile all’inconfutabilità del dato oggettivo. La vita resta un mistero di cui è difficile capire qualcosa, e se l’Arte deve riflettere la Vita nella sua più intima essenza, è giusto che, nella sua forma più alta, lasci disorientati e carichi di domande.
Questo mistero tragico che tutti noi incontriamo nei nostri sogni, quando il subconscio si trasforma in immagine, Lynch ha saputo intercettarlo, creando, di fatto, un nuovo linguaggio. Come ha scritto il critico americano David Erlich: “David Lynch ci ha dato il linguaggio di cui avevamo bisogno per articolare meglio l’indescrivibile stranezza della nostra realtà condivisa. 'Lynchiano' è così utilizzato perché è una parola visceralmente comprensibile priva di qualsiasi sinonimo. Non riesco a immaginare eredità artistica più bella di questa”.
È un linguaggio, un immaginario, quello che David Lynch ci ha lasciato in dote. Chiunque abbia goduto dell’epifania di un suo film (o di Twin Peaks), può afferrare immediatamente cosa si intenda se si parla di “lynchiano”. Quando ancora il mio occhio era - lynchianamente parlando - vergine, una sera, ho deciso di guardare Mulholland Drive. Un sito streaming di bassa qualità, sottotitoli non sincronizzati, immagine sgranata: il modo peggiore per fruire un film di questo genio. Di Lynch non sapevo nulla, e all’epoca tentai di approcciare il film come se fosse un classico thriller psicologico: è di capire, che mi preoccupavo. Dopo due ore passate a non capire nulla, con la stessa sensazione che si prova quando si visita un paese in cui si parla una lingua che non si è mai studiata, arriva la mia personale epifania. Da quel momento, sarò un lynchiano.
Non si capisce per quale motivo, le due protagoniste (sono la stessa persona o no? - mi chiedevo al tempo) si dirigono in piena notte (l'ora dei sogni...) verso un teatro chiamato Silencio. Si siedono, sole, in platea. Sul palco si presenta un signore dal volto oscuro e inquietante, il quale annuncia frasi che, al tempo, sembravano prive di un senso: “Silencio… no hay banda”. Poi, sale sul palco una donna con un vestito rosso borgogna, come il sipario alle sue spalle, che è anche il sipario della Loggia Nera. Ha un’andatura traballante, sembra ubriaca, sfatta, quasi tramortita. Si chiama Rebekah Del Rio, e la rincontreremo in Twin Peaks - The Return.
Quando inizia a cantare, sento un brivido potentissimo correre lungo tutto il corpo, dalla testa ai piedi, fino a trapassarmi l’anima, se ce n’è una. La sua voce è talmente intensa da valicare i confini del suono: il suo canto è un atto che violenta l’ascoltatore, il quale non può esimersi dal farsi travolgere dal turbinio di emozioni derivato dalle note di questa sirena. Non ho modo di spiegare che cosa mi abbia colpito così tanto di quell’esibizione, in un momento specifico del film in cui ero del tutto confuso, quasi deluso per una grandezza che non riuscivo a riconoscere. So solo che è stata l’esperienza più vicina all’idea di Sublime che abbia mai provato: il misto di commozione estetica per il bello, e inquietudine angosciosa per il sottostato orrido che la bellezza porta con sé. La reazione di Laura Herring e Naomi Watts, è la nostra: sono stravolte da questa esibizione. Piangono e non sanno nemmeno quale tristezza stiano sfogando. Sono spaventate, perché sentono la potenza, ma non ne conoscono l’origine.
È lì che ho capito quanto la forma più alta di Bellezza artistica preveda sempre la compenetrazione degli opposti: il banale e il supplemento fantasmatico, il bello e l’orrido. L’Apollineo e il Dionisiaco. Qualche anno dopo, ho avuto la fortuna di rivedere la stessa scena in sala, in quella che resterà sempre la serata più bella della mia vita da spettatore al Cinema: i brividi sono moltiplicati di intensità e resistere alla tentazione di esplodere in un pianto di commozione si rivela un arduo compito. Poi, coi miei amici, anch’essi provati dallo sforzo di trattenere le lacrime, tutti a chiederci: “Ma come ha fatto?”. Perché una semplice canzone, quasi grottesca nel patetismo degli acuti ripetuti e melodrammatica come solo la musica latina sa essere, ci ha travolto in questo modo? Dovessimo chiederlo al buon David, dopo una smorfia infastidita, ci direbbe che un perché non c’è: l’ha solo sognato.
Da quel momento ho realizzato che l’Arte di David Lynch era una questione troppo intima, per poter pensare di penetrarla razionalmente. Pensare di decifrare con la Ragione ciò che è il frutto di intuizione, meditazione trascendentale ed esperienze oniriche è come spingere una porta quando c’è scritto “Tirare”. Lynch va sentito, non capito: aveva il dono di poter navigare in acque che per noi sono proibite, e trasponendo ciò che vedeva in immagine grazie al suo innato talento artistico, ci ha rivelato di che colore era quell’acqua. È stato un apostolo, il depositario di un nuovo messaggio, il rivelatore di un nuovo mondo. Ed era talmente buono, che quel messaggio ha deciso di recapitarcelo. D’ora in poi, ogni volta che mi troverò in un bosco, coverò la speranza che proprio lì, in qualche angolo, vi sia nascosto l'accesso alla Loggia Nera; quella Loggia Nera dove, ora, puoi finalmente fumare in libertà, senza preoccuparti di fare un danno ai tuoi polmoni ormai malconci, ascoltando le melodie del tuo amico Angelo Badalamenti, che sarà lì ad aspettarti, nell'attesa che tu gli suggerisca altri sogni da musicare. E alla fine, come dicevi tu, parlando della morte nelle interviste, “ci ritroveremo tutti”. Ti porto una crostata di ciliegie.
Grazie di tutto, David
Con affetto,
Un lynchano
"In dreams I walk with you
In dreams I talk to you
In dreams you're mine all of the time
We're together in dreams, in dreams"
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