
Khvicha Kvaratskhelia, un fulmine a ciel sereno
Forse era già tutto previsto.
La terra che tremava sotto i piedi come quando partiva, ingobbito e nevrotico, in un dribbling solitario contro 2, 3, 4 avversari. E poi lo choc, la sensazione di trovarsi di fronte all’inaspettato. Come se la fine e l’inizio della parentesi napoletana dovessero fondersi in una cosa sola. Khvicha Kvaratskhelia e imprevedibilità sono due sinonimi. Il suo arrivo e la sua partenza da Napoli hanno seguito la stessa logica: accompagnati da un silenzio irreale, di fronte al quale i tifosi erano scombussolati.
L’articolo in prima pagina del Roma, la mattina del 9 gennaio 2025, non conteneva indugi né melodrammi: «Il PSG vuole subito Kvara». Una notizia essenziale nella sua drammaticità, come la telefonata misteriosa che dà il via alle storie di Paul Auster.
Un giorno Kvaratskhelia era il giocatore più importante del Napoli, quello di cui i tifosi adoravano la maglietta come un cimelio religioso, il fulcro offensivo della squadra 1ª in Serie A, e il giorno dopo la realtà aveva preso una piega semplicemente diversa. La ricerca di un buono e un cattivo, un colpevole e un innocente, si disgrega di fronte al flusso naturale della vita: Kvaratskhelia era destinato al volo in una big europea, e il Paris Saint-Germain era pronto ad accontentare le sue richieste tecniche ed economiche. Cosa potevamo fare?
I tifosi del Napoli avevano già visualizzato questo momento nella testa. Per gran parte di loro Kvara era stato un dono elargito da un’entità superiore, un dio rimasto indifferente per 33 anni. Fin da quando Kvaratskhelia stendeva i difensori dell’Atalanta a furia di dribbling tanto potenti quanto artistici, ci rendevamo conto che la sua dimensione aveva scavalcato la nostra. Era arrivato da pochi mesi e il suo talento prometteva già di andare oltre ciò che i nostri occhi potevano vedere. Da Kvaratskhelia a Kvaradona.
Ecco perché chi era allo stadio per assistere a Napoli-Hellas Verona è stato preso da questa malinconia irreprimibile. Il destino si è rivelato crudele: si può perdere il punto di riferimento della squadra a gennaio, nel pieno della lotta Scudetto?
«È stato un fulmine a ciel sereno» ha detto Antonio Conte qualche giorno dopo, per rispondere ai giornalisti che gli chiedevano di Kvara. Paradossale, se pensiamo che così si può intercettare una sintesi – forse grossolana ma abbastanza veritiera – non solo della sua richiesta di cessione ma di tutto il fenomeno Kvaratskhelia.
Il suo avvento messianico dalla Dinamo Batumi ci ha costretto a cambiare paradigma. Pensavamo che fosse arrivato un dribblatore esotico, uno di quei feticci hipster con cui svoltare il fantacalcio, e invece Kvaratskhelia ha tagliato con l’accetta la Serie A. Ha reso il nostro campionato più interessante, più godibile. Si è svelato al mondo a partire dall’Italia, da Napoli.
È successo il pomeriggio di Ferragosto del 2022. Era la prima partita ufficiale di Kvaratskhelia e del “nuovo” Napoli di Spalletti, che solo un mese prima si era liberato di quasi tutti i senatori: Mertens, Insigne, Koulibaly.
Al 37’ il Napoli è sotto al Bentegodi contro il Verona – topos iniziale e finale – quando la palla arriva sui piedi di Lozano, sulla fascia destra. Al messicano basta cercare l’area con un cross a palombella da manuale dell’esterno d’attacco: Osimhen salta altissimo ma la parabola infida comincia a scendere appena dopo avergli scavalcato i capelli ossigenati.
Con una corsa nervosa, esaurita, Kvaratskhelia si avventa su quel pallone vagante e lo schiaccia nell’angolo destro di Montipò. Già allora avremmo dovuto chiederci: perché? Perché questo attaccante tutto dribbling e tocchi finissimi sfugge così tanto alla nostra comprensione? Da dove è arrivato, Khvicha Kvaratskhelia?
A guardarlo bene, con la vena gonfia sul collo che a Spalletti piaceva così tanto, coi calzettoni abbassati e l’aria polemica, Kvaratskhelia sembra un personaggio scritto da Dostoevskij: in perenne lotta con il mondo, una lotta innanzitutto etica. In questi due anni e mezzo lo abbiamo visto diventare l’emblema della purezza: un calciatore che voleva, forse con un pizzico di ingenuità, essere solo libero di inventare, di trasformare il campo da calcio in una tela personale, in cui i piedi diventavano pennelli. E, per contrappunto, abbiamo visto i difensori avversari cadere nella paura, e cominciare a picchiarlo alla prima possibilità.
A Cagliari, a metà settembre 2024, dopo 30" Zappa gli rifila una stecca di avvertimento, un gesto intimidatorio. Ok, la partita è appena cominciata, ma mettiamo in chiaro le cose. Kvara si rialza, e in quella stessa partita segna un bel gol attaccando la profondità – un movimento da mezzapunta, non proprio nelle sue corde – e serve l’assist a Lukaku per lo 0-3. Alla fine della partita Conte ha detto di «odiare il gioco violento» e che sanzionare questi falli vuol dire «tutelare il giocatore con più talento».
Era chiaro che Kvaratskhelia non fosse un giocatore come gli altri: andava trattato diversamente, con un regolamento a statuto speciale.
Al debutto in casa, nel 2022, il Napoli segna 4 gol al Monza. Kvaratskhelia fa gol prima dai venti metri, col destro: un “tiraggir”, citazione a Lorenzo Insigne, principe napoletano di questa arte. Il tiro di Kvara ha una natura diversa: non è frutto della ripetitività, del lavoro certosino del gesto tecnico. Sembra la prima idea che gli è saltata in mente: una giocata estemporanea, perciò ancora più bella.
Nel secondo tempo, ai difensori del Monza è toccato ballare ancora sulle note della sua musica infernale: l’ennesima sterzata lo ha portato a incrociare con il mancino sul secondo palo.
I primi tre gol di Kvaratskhelia in Serie A sono stati un saggio della sua breve onnipotenza: di testa, di destro, di sinistro. Nello stesso campionato ha segnato contro il Sassuolo prendendo palla a centrocampo e conducendo fino al limite dell’area, prima di mettere la palla all’angolino con precisione chirurgica.
Ha segnato il gol più iconografico della sua carriera fin qui, contro l’Atalanta, quello che più si avvicina alla pura manifestazione del suo talento. È un gol in cui Kvaratskhelia fa tutto da solo. Isolato in avanti contro una serie di difensori bergamaschi, sembra mosso da un istinto primordiale di sopravvivenza. Kvara come un grosso predatore che si nutre della paura altrui, capace di aspettare l’istante buono per azzannare – in questo caso andare sul destro e calciare. Kvara che sembra pensare: è una questione di vita o morte.
Non è stato solo ciò che abbiamo visto, Kvaratskhelia. La sua figura miracolosa ci ha fatto ripensare a cose che sembravano impossibili. Chi lo avrebbe mai visto uno Scudetto? Di quale eroe avremmo celebrato la venuta, come i nostri padri avevano fatto con Diego decenni prima?
L’epifania di Kvaratskhelia ha assunto contorni generazionali: c’è un’intera fetta di tifosi del Napoli che fino al suo arrivo non aveva vissuto che amari secondi posti, uno scioglimento continuo della squadra sul più bello. Napoli sembrava condannata a dover festeggiare ogni anno un traguardo che era quasi ciò che voleva, ma mai quel desiderio profondo.
È stato soprannominato Kvaradona. Nei primi mesi molti la scambiavano per blasfemia. Oggi che il suo addio combacia con i ricordi del terzo Scudetto – il primo e unico senza Maradona – la città ha abbracciato questo nome. E, per tornare a Paul Auster, se il nome rappresenta lo stadio cruciale della nostra identità, questo discorso si allaccia a Kvaratskhelia stesso.
Forse inconsciamente anche lui ha introiettato questa investitura. A proposito della festa Scudetto, in un’intervista ha ricordato: «Le persone erano così felici. Una città intera, in festa. Tutti, davvero tutti… E ovviamente anche io. Sono davvero molto, molto felice di giocare per il club di Maradona».
Anche per Kvaratskhelia, la storia di Maradona ha a che fare innanzitutto con la famiglia. Il padre era un tifoso sfegatato di Diego e a quanto pare questo ha pesato nella scelta di venire a Napoli. Quando è arrivato, Kvara gli ha confessato di vedere la faccia di Maradona in ogni angolo della città. Cosa gli avrà detto, ora, che la sua faccia è accanto a quella dell’argentino?
Al Largo Maradona, ai quartieri spagnoli, accanto alla Bodega de D10S, dal 2023 è raffigurato Kvaratskhelia con la solita schiena ingobbita: ha indosso la numero 77, e con il braccio indica la N sul petto di Diego, che invece è disegnato nel suo archetipo del secondo Scudetto, con lo sponsor MARS sul petto e la fascia di capitano al braccio. Kvaratskhelia come un bambino che indica il padre: è rimpicciolito rispetto alla figura ingombrante di Maradona, di cui vediamo il volto trasognato.
Ho sempre avuto una interpretazione personale di questo murale. Kvaratskhelia indica qualcuno che, per un breve arco temporale, ha incarnato. Non solo perché ha fatto vincere, ma perché ha rappresentato l’archetipo del giocatore che sa vincere attraverso solo l’uso del suo talento. Kvaratskhelia è stato il nostro Maradona, il Maradona di coloro che non hanno fatto in tempo a vivere quello originale e se lo sono sentiti tramandare.
Non è una questione tecnica, fisica, legata al rendimento. Nell’anno e mezzo successivo allo Scudetto quasi niente è andato come avremmo voluto. Kvaratskhelia ha sofferto i tre allenatori del 2023/24, seppur offrendo altri pezzetti della sua genialità in campo. Non lo abbiamo visto più abbattersi sulle difese come una tempesta in mare aperto. Qualcosa si è inceppato, come se non si sentisse più a suo agio.
Massimo Ugolini di Sky ha rivelato che il rapporto con gli altri giocatori fuori dal campo non è mai sbocciato. Che Kvaratskhelia, in questi due anni, non ha vissuto la città: come avrebbe potuto, con l’etichetta che gli abbiamo appiccicato addosso?
L’anno scorso, nel pieno delle difficoltà personali, ha brevettato un nuovo modo di segnare: contro l’Udinese, mentre il portiere gli franava con le mani a ridosso dei piedi, Kvara ha alzato la palla con un tocco di cashmere, con la stessa delicatezza dei ciliegi che fioriscono in Giappone. Uno scavetto che serviva per scartare il portiere e fare gol a porta vuota, come gli attaccanti degli anni Novanta.
Non sapremo mai a cosa sta pensando Kvaratskhelia: il suo è un mistero creativo. Da dove nascono le idee strampalate che danno vita al suo gioco? «Non sono cose che impari in video o in allenamento» ha detto una volta lui. «Tutto ciò che studieranno e analizzeranno di me non gli potrà mai essere utile. Lavoro molto su me stesso, cerco sempre nuove soluzioni, nuove giocate».
La ruleta con annesso tiro, schiantato sul palo, contro la Lazio; la danza infernale a cui ha costretto Fabinho contro il Liverpool. Il gol in mezza girata contro la Juventus a marzo 2024, e quello dell’anno prima. Sono tante, troppe le giocate che dovremmo esaminare per scandagliare l’animo di Khvicha Kvaratskhelia, e non è detto che ci riusciremmo davvero.
Vederlo piangere a singhiozzo con la bandiera della Georgia legata sulle spalle il giorno di Udinese-Napoli non ha avuto prezzo. È stato, per chi c’era già allora, rivivere Maradona trafelato e madido a bordo campo, al termine di Napoli-Fiorentina nel maggio 1987. Chi ha vissuto l’estasi Kvaratskhelia conserverà dentro di sé la bellezza dei suoi gesti, ma ancora di più il sentimento legato a quelli: l’idea che, finalmente, toccava a noi. Che eravamo al posto giusto nel momento giusto, proprio come Kvaratskhelia.
Nell’anno e mezzo vissuto senza Spalletti si è parlato a lungo del suo rendimento: non sapevamo più dove fosse finita la sua vena pulsante. Sappiamo che i rapporti col Napoli-club sono deteriorati da tempo, e che la proposta di rinnovo non è mai stata presa in considerazione né da Kvara né dal suo entourage.
Voleva andare via in estate ma Osimhen, il suo gemello impossibile dello Scudetto, ha fatto prima di lui. I giornali in questi giorni, pensando a Napoli-Hellas Verona e alle ottime prestazioni di David Neres, stanno cominciando a salutarlo con un po’ di sufficienza. La Gazzetta dello Sport ha scritto: «Neres si prende la fascia e inventa, infiamma, seduce e spazza via quel filo così spesso di tristezza che si avverte». Il Corriere dello Sport: «C’è un Napoli bello e dominante anche senza Khvicha, promesso sposo del PSG». Il Roma: «Kvaratskhelia chi?».
Sembrano giudizi affrettati, che non tengono conto dell’impatto emotivo e culturale che Kvaratskhelia ha generato in Napoli. Nell’estate 2023, è uscita una canzone del cantautore Tropico: Che mme lassat’ a fa, e a latere di una storia di rimpianto amoroso fa così:
«La vita, il vino, Paolo Sorrentino /
Il mare che è vicino, l’anima che è blu /
E qui sono le 7 e 7 come Kvaratskhelia /
Sento il diavolo lungo la schiena»
Se la presenza di un altro eroe spallettiano come Osimhen è ricorrente sui muri - ha a che fare con l’immagine del nigeriano in sé -, il culto napoletano di Kvaratskhelia è immateriale. Sta nel rap di Geolier – «Traso dint'ô stadio d'addò trase Kvara» in NU PARL, NU SENT, NU VEC – e nelle canzoni d’amore, nella poetica degli artisti napoletani più che nelle loro rappresentazioni.
A Napoli ci sarà sempre un prima e un dopo Khvicha Kvaratskhelia. La sua faccia tormentata eppure gioiosa abiterà i pensieri dei tifosi del Napoli ancora a lungo. Una volta, intervistato dal New York Times, un tifoso della Dinamo Batumi disse a proposito del suo arrivo dal Rubin Kazan: «La città viveva da una partita all’altra». La piccola città turistica georgiana aveva visto raddoppiare le presenze allo stadio, meravigliandosi degli 8 gol in 11 partite. Anche in quel caso, Kvaratskhelia è stato equiparato a un regalo della Provvidenza.
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