
Inter: Frattesì o Fratteno?
I pro e i contro del tormentone del mercato di gennaio: il divorzio tra l'Inter e Davide Frattesi.
Davide Frattesi è destinato ad essere uno dei tormentoni di mercato più chiacchierati del 2025. Le passate sessioni di mercato ce ne hanno regalati parecchi: dalle numerose telenovele con protagonista Romelu Lukaku alla migrazione in terra inglese di Calafiori e Zirkzee, oggetto del desiderio di numerose squadre.
Impossibile poi non citare l'infinita trattativa tra Mbappe e il Real Madrid, con los merengues che sono riusciti finalmente a portare nella capitale spagnola il fenomeno francese dopo anni di corteggiamento il quale, però, non ha iniziato nel migliore dei modi la sua esperienza con la camiseta blanca. Infine, in ambito italiano, l'asse che ha più infiammato un paese che si nutre e vive di calciomercato è senza dubbio quello che lega Firenze e la Torino bianconera, la cui rivalità è tra senz'altro tra le più accese in Italia.
Ma perché proprio Davide Frattesi? Il centrocampista italiano, stando alle principali testate giornalistiche nostrane, ha espresso alla dirigenza dell'Inter il proprio malcontento per via di un minutaggio che stenta a decollare. Da quando è stato acquistato dai nerazzurri, infatti, ha giocato 2561 minuti spalmati in 65 presenze - appena 19 da titolare! - i quali equivalgono ad una media di poco più di 28 minuti disputati per partita. Dati abbastanza deludenti, data l'ingente cifra di 31,5 milioni che l'Inter ha versato nelle casse del Sassuolo per accaparrarsi le sue prestazioni.
Di fatto, Frattesi non si è mai preso l'Inter, vuoi per incongruenze tra lo stile di gioco della squadra di Inzaghi e le caratteristiche del calciatore nato a Roma, vuoi perché il trio Calhanoglu-Barella-Mkhitaryan è talmente rodato, amalgamato e funzionale che spodestare uno di questi tre risulterebbe difficile per la maggior parte dei centrocampisti della Serie A. È però da sottolineare che, nonostante ciò, l'ex Sassuolo è riuscito a rendersi in ugual modo decisivo a più riprese segnando reti pesanti da subentrato e spaccando le partite grazie alla sua grinta, alla sua tenacia e ai suoi inserimenti.
Il matrimonio tra l'Inter e Frattesi è dunque un paradosso: l'oggetto dei desideri di Roma e Napoli ha giocato meno minuti di quanto ci si aspettasse senza mai prendersi la titolarità in pianta stabile ma rappresenta un'arma importante e unica all'interno della rosa a disposizione di Simone Inzaghi. È quindi lecito domandarsi: Frattesì o Fratteno?
Perché l'Inter dovrebbe tenere Frattesi
Partiamo da qualche numero: Frattesi, da quando è all'Inter, ha segnato 9 gol ed effettuato 4 assist, per un totale di 13 partecipazioni, una ogni 121 minuti, ossia il secondo centrocampista che ne ha messe di più a referto dopo Mkhitaryan, a quota 14. Numeri che, per una mezz'ala, peraltro non titolare, sono tutt'altro che banali. È quindi 99th nel percentile dei gol (0,41 ogni 90 minuti, dati FBref), 91th in quello degli assist (0,24 ogni 90 minuti) e 97th per tocchi nell'area avversaria (4,05 ogni 90 minuti): questi dati ci forniscono un quadro quanto più esaustivo sulle capacità offensive di Frattesi.
Perché, però, è così pericoloso per gli avversari? Perché partendo spesso dalla panchina, grazie ai suoi inserimenti, alle sue caratteristiche fisiche e ad uno spiccato senso del gol - per essere un centrocampista - riesce a spaccare in due le difese con i suoi strappi palla al piede andando ad anticipare i difensori più stanchi di lui. Tutto ciò lo rende quindi uno dei supersub più incisivi d'Italia e d'Europa.
Prendiamo d'esempio i gol che fa entrando dalla panchina, che sono tendenzialmente molto simili: o una zampata dopo la respinta del portiere, o un inserimento bruciante con la difesa che non riesce a seguirlo, o un anticipo della stessa. Non differiscono per un motivo specifico: Frattesi, entrando a partita in corso, è più lucido, fresco e reattivo delle retroguardie avversarie, e riesce spesso a bucarle esaltando tutti quelli che sono i suoi punti di forza e mettendo a nudo le carenze degli avversari.
Dunque, il contesto più adatto a Frattesi sono gli spezzoni finali di gare tese e decisive nel momento in cui le squadre si allungano, gli spazi da coprire sono vasti e gli schemi sono per lo più saltati. Di fatto, nell'Inter sono pochi i giocatori che possono realmente essere decisivi a partita in corso sfruttando la propria fisicità: di sicuro, Thuram, Dumfries e lo stesso Frattesi spiccano su tutti.
Questo aspetto non è infatti da sottovalutare: in uno scacchiere tattico come quello dell'Inter, basato principalmente sulla coralità e sul gioco di squadra volti sopperire alla mancanza di calciatori che risolvono le partite da soli, o per creatività ed estro o per spirito d'iniziativa e capacità nel dribbling, i tre nomi sopracitati sono gli unici che riescono realmente ad alzare la cilindrata della squadra con le conduzioni, i miss match fisici e gli spunti individuali.
Molti diranno: acquistando un sostituto simile a Frattesi si può compensare a dovere una sua eventuale partenza. Ma quanti e quali sono i giocatori che lo rimpiazzerebbero a dovere, a cifre contenute e senza abbassare il livello del centrocampo, contando che acquistare a gennaio è più difficile che farlo in estate? Si può sempre virare su una riserva più simile a Barella per creare una vera coppia, ma le alternative che fanno del gioco fisico il proprio pane si ridurrebbe ancor di più, col rischio che le partite ad alto ritmo ed intense possano diventare un vero pericolo per l'Inter.
Un ulteriore aspetto da tenere in considerazione è il tempo utile ad Inzaghi per inserire nelle rotazioni i nuovi acquisti: per quanto il tecnico meneghino sia migliorato nel corso della sua esperienza all'Inter nel ruotare i giocatori per conservarne le loro energie psicofisiche e per far entrare le riserve maggiormente in familiarità con gli schemi, è indubbio che più di un giocatore abbia avuto bisogno di tempo per trovare la giusta sintonia con i compagni.
Gli stessi Zielinski e Taremi, gli acquisti più importanti messi a segno da Marotta e Ausilio nella scorsa sessione di mercato, non hanno ancora superato quota 500 minuti giocati; Bisseck e Palacios sono la prova di come, prima di inserire un giovane in pianta stabile nelle rotazioni, Inzaghi debba prima fidarsi ciecamente di loro; infine, Buchanan, Caicedo e soprattutto Gosens rappresentano gli esempi lampanti del fatto che, soprattutto a gennaio, l'ex allenatore della Lazio faccia molta fatica ad inserire i nuovi tasselli.
Sia chiaro: se un calciatore non è ancora pronto, è giusto che non giochi e che apprenda a pieno gli schemi tramite gli allenamenti e spezzoni di gara. Al contempo, vi è il rischio che un eventuale sostituto di Frattesi abbia bisogno di un determinato lasso di tempo per rendersi realmente utile; è dunque un rischio, dal momento che l'Inter è ancora in corsa in tutti le competizioni e punta ad arrivare in fondo in campionato e i Coppa Italia e fare più strada possibile in Champions League.
Sostituire Davide Frattesi non è dunque cosa facile: per i dirigenti, per Inzaghi e per un suo eventuale rimpiazzo. D'altro canto, è innegabile che, come sempre, vanno analizzati sia i pro che i contro di ogni operazione di mercato, e vi sono anche molti vantaggi legati ad una sua cessione.
Perché l'Inter dovrebbe vendere Frattesi
La storia di Davide Frattesi in nerazzurro è la storia di un grosso equivoco, quello dello status che l’ex centrocampista del Sassuolo avrebbe dovuto avere nell’Inter di Simone Inzaghi. Per molti sarebbe dovuto essere, senza alcun’ombra di dubbio, il titolare inamovibile della corsia mancina del centrocampo interista, il padrone di quel ruolo che nella stagione precedente era stato ricoperto da Calhanoglu prima e da Mkhitaryan poi, a partire dall’infortunio di Brozovic dell’ottobre 2022 che aveva spinto Inzaghi ad affidare la cabina di regia al turco e a promuovere l’armeno nell’undici titolare.
Mkhitaryan era stato decisivo per il percorso europeo dell’Inter, per la rimonta nerazzurra in campionato e per la Coppa Italia vinta in finale contro la Fiorentina; si era insomma imposto come uno dei segreti di un’Inter che, dopo le difficoltà che avevano caratterizzato il momento più difficile della gestione Inzaghi, era tornata ad essere una squadra forte, equilibrata, organizzata.
Eppure, nonostante l’ex Manchester United fosse stato l’uomo decisivo della riscossa nerazzurra, l’opinione dei tifosi e degli addetti ai lavori era univoca nel guardare a quella della mezzala sinistra nerazzurra come una posizione sostanzialmente vacante, nel considerare Mkhitaryan come un supplente valido ma a scadenza, pronto ad essere sostituito dal prossimo roboante acquisto del mercato interista, che sarebbe stato proprio Frattesi. Del resto, come si potevano avere dubbi sul ruolo di assoluta centralità che l’azzurro avrebbe dovuto avere in una squadra che aveva puntato in modo molto risoluto sul suo acquisto, preferendolo ad altri profili di altissimo livello (Milinkovic-Savic e Koopmeiners su tutti) e sborsando una cifra considerevole per un club da anni alle prese con difficoltà economiche strutturali.
Il peccato originale che ha segnato l’arrivo di Frattesi a Milano è stato proprio quello relativo alla considerazione e alle aspettative che l’opinione pubblica, e probabilmente lo stesso giocatore, nutrivano nei confronti dell’ex Sassuolo. Perché nel momento in cui queste aspettative si sono rivelate per quello che erano davvero, cioè esagerate più che infondate, una prima, piccola ma sensibile crepa si è aperta nel rapporto tra Frattesi e l’Inter, una crepa acuita da un contesto mediatico estremamente recettivo nei confronti di questo tema.
Non è passato poi molto tempo dall’autunno del 2023 e non è difficile ricordare quanto fossero ampie e insistenti le polemiche sullo scarso impiego di Frattesi e, di convesso, quelle sull’eterna presenza in campo di Mkhitaryan. Polemiche durate a lungo, finché l’incredibile livello delle prestazioni in campo dell’armeno fugassero ogni dubbio (o almeno ogni legittimo dubbio) su chi dovesse essere il titolare del centrocampo nerazzurro.
Ma tant’è. Agli occhi del pubblico Frattesi doveva diventare titolare, prendersi in breve tempo ciò che gli spettava per diritto divino, realizzare il suo destino manifesto. A lungo il dibattito sul suo ruolo rimase (e lo è ancora adesso) un elemento destabilizzatore, almeno dal punto di vista mediatico, per uno spogliatoio che invece sul campo viaggiava a gonfie vele.
È difficile dire dove iniziasse l’alta considerazione per Frattesi e dove finissero i preconcetti di quella grossissima fetta di pubblico interista tendenzialmente reazionaria, che ama i giocatori italiani, che fa dell’età anagrafica il principale requisito per giocare a calcio e che, soprattutto, detesta Simone Inzaghi e le sue scelte, a prescindere da quali potessero essere i risultati delle stesse sul campo.
Non sappiamo se e quanto il diretto interessato abbia condiviso i sentimenti dei suoi tifosi, ma certo è che una certa coscienza dell’esistenza di questa contraddizione in termini era ben presente nella mente del centrocampista azzurro: costantemente punzecchiato sul tema da giornalisti e opinionisti, Frattesi si era sempre dimostrato estremamente maturo, riconoscendo la qualità dei suoi compagni/concorrenti e dichiarando la sua fiducia incondizionata nelle scelte d’Inzaghi.

Ma anche all’apice della sua prima stagione in nerazzurro questa insistenza e permanenza della questione dimostravano un certo grado d’insofferenza degli ambienti contigui al giocatore verso una situazione comunque penalizzante. Insomma, nonostante i gol decisivi e le dichiarazioni d’amore, la crepa continuava ad ingrossarsi nel disinteresse di una squadra che veleggiava col vento in poppa verso la Seconda Stella.
Da quel primo equivoco era nato un nodo bello grosso, forse il più grosso del pettine interista, una bomba ad orologeria destinata prima o poi a deflagrare e che aumentava la sua potenzialità distruttiva col passare del tempo, fino a raggiungere quel punto di non ritorno che è stato l’autunno del 2024.
Tra doppiette in Nazionale, panchine mal digerite e le difficoltà d’inizio stagione di Mkhitaryan, l’insofferenza di Frattesi verso la sua condizione si è fatta prima più forte, poi malcelata e infine evidente in alcune dichiarazioni che, per la prima volta, vedevano la mezzala contestare le scelte d’Inzaghi sul suo impiego. Le voci sulla sua cessione, richiesta o comunque desiderata, sono semplicemente il culmine di un percorso, di una rincorsa, di un countdown che era partito dall’esatto momento in cui l’azzurro ha vestito per la prima volta la maglia nerazzurra.
La cessione di Frattesi si è resa a questo punto necessaria proprio per mettere fine a questo equivoco, per risolvere una questione che difficilmente potrebbe risolversi da sola e che è destinata a riemergere ogni qualvolta le cose per la squadra d’Inzaghi dovessero andare meno bene del solito.

Anche perché, ed è questa la radice di tutti i mali, l’Inter non può assicurare a Frattesi ciò che desidera, cioè una titolarità sostanzialmente indiscutibile, visto che ne mancherebbe il presupposto fondamentale: Frattesi non è al livello di nessuno dei due titolari che lo precedono nelle gerarchie, né probabilmente dello stesso Zielinski che, tra alti e bassi, appare già più inserito nell’organismo nerazzurro. Ed è questo il motivo per cui il centrocampista gioca meno di quanto vorrebbe, ed è questo il motivo per cui la sua cessione potrebbe aprire spazi e margini importanti per il miglioramento della mediana.
Limitiamoci comunque a prendere in considerazione i soli Barella e Mkhitaryan. C’è un aspetto, di fondamentale rilievo per tutte le squadre e in particolare per l’Inter d’Inzaghi, che rende la loro titolarità inscalfibile per Frattesi, ed è la capacità di assicurare equilibri, coperture e organizzazione ad un centrocampo che ha bisogno di muoversi con tempi e movimenti ben ponderati. L’ex Sassuolo non ha e non ha dimostrato di poter avere, almeno nel breve periodo, la stessa abnegazione tattica, la stessa qualità nelle letture difensive, la stessa duttilità nei movimenti di copertura che invece assicurano i suoi compagni e che sono la chiave di volta dell’intero sistema Inzaghiano, a partire dai famosi movimenti in avanti di Bastoni e Pavard.
La diversa attitudine e il diverso modo d’interpretare il ruolo spingono Frattesi ad essere meno efficiente in fase difensiva e più propenso a creare spazi e buchi per gli avversari, creando insomma dei pericoli per un equilibrio complessivo della squadra che è stato raggiunto faticosamente a suon di sconfitte (pensiamo a quelle del febbraio/marzo 2023) contro squadre che hanno approfittato proprio della tendenza dell’Inter a sbilanciarsi in avanti e a non gestire le transizioni difensive in modo organico.
Ma ciò non basta. Al di là della propensione al gol e della capacità d’inserimento, Frattesi non garantisce lo stesso apporto alla causa nella gestione della fase offensiva. Benché sia comunque un giocatore educato tecnicamente, l’azzurro non è, ancora una volta, sullo stesso livello di Barella e Mkhitaryan: da un lato non assicura la stessa qualità nella gestione del possesso, del fraseggio negli spazi stetti, nel dribbling per le vie centrali, nella ricerca dei corridoi in verticale e nella gestione del palleggio orizzontale. Si tratta di qualità che, ripetiamolo, Frattesi ha nel suo repertorio ma non allo stesso modo dei due titolari e che sono in realtà imprescindibili per lo stile di gioco dell’Inter.
Ai suoi centrocampisti Inzaghi chiede di sviluppare l’azione nel modo più fluido e dinamico possibile e soprattutto deve saper giocare contro la pressione avversaria, mandandola fuori giri con giocate veloci e passaggi precisi, non proprio la cup of tea di Frattesi, insomma. A maggior ragione in un periodo in cui le avversarie dell'Inter tendono sempre di più ad organizzare una linea di pressing molto alta, la titolarità delle mezzali deve dipendere prima di tutto dalla loro capacità di far risalire l'azione nel modo più veloce e pulito possibile.
Ma anche spostando l’attenzione dal limite dell’area interista al limite di quella avversaria, bisogna rilevare come Frattesi non abbia dimostrato di poter essere, almeno con costanza, quel rifinitore aggiunto sulla corsia di destra che è invece Barella, né tantomeno di saper essere associativo quanto Mkhitaryan nella gestione dei movimenti coordinati con Dimarco e Bastoni. Frattesi non ha le stesse capacità di decision making che hanno i due titolari e, cosa forse ancor più significativa, non sembra aver dato segnali di particolare crescita in questo nell’ultimo anno e mezzo.
Perché, più in generale, ad aggravare il quadro complessivo e a delegittimare le pretese (presunte) dello stesso Frattesi, c’è proprio la sensazione che il giocatore non abbia davvero intrapreso un percorso di crescita tecnica e tattica nel corso della sua esperienza nerazzurra. È vero che le premesse erano diverse da quelle attese, ma nondimeno Frattesi non sembrerebbe aver davvero migliorato il suo gioco, limato le sue spigolosità, colmato le sue lacune. Non c’è stata, insomma, quella crescita che l’Inter in primis, si aspettava da lui e che gli avrebbe permesso di mettere in discussione gerarchie e titolarità.
Il Frattesi d’inizio 2025 è sostanzialmente lo stesso giocatore tendenzialmente monodimensionale che era nel luglio del 2023, un giocatore che possiede delle qualità enormemente sopra la media in alcuni aspetti molto specifici e che invece lascia più a desiderare in altri. Non è un caso che il meglio della sua esperienza interista sia arrivato in specifiche circostanze, cioè partite bloccate fatte di difese chiuse e risultati in bilico che lui ha saputo risolvere grazie alla sua naturale elettricità, alla capacità di cercare l’inserimento come nessuno al mondo, sostanzialmente da giocare da attaccante aggiunto, come accaduto contro Verona e Udinese ad inizio 2024.
Queste qualità lo renderebbero anche un elemento singolarmente utile e prezioso nella rosa dell’Inter, soprattutto se incanalato nelle giuste modalità, ma ciò richiederebbe delle premesse, in particolare la disponibilità del giocatore ad essere impiegato da supersub, che stanno semplicemente venendo meno.
E allora che senso ha per Frattesi rimanere all’Inter e per l’Inter continuare a tenere Frattesi? Le parti si trovano in uno scomodissimo limbo: Inzaghi non lo considera, neanche in potenza, un titolare e Frattesi non vuole essere più considerato una riserva. Se fosse davvero così non resterebbe altro che dirsi addio. Per il giocatore potrebbe non essere la soluzione ideale per la propria carriera, visto che anche lontano da Milano rimarrebbe, almeno nel breve termine, uno specialista in un calcio che invece richiede ai giocatori d’alto livello sempre più spesso di essere duttili tatticamente e mentalmente.
Per l’Inter un’eventuale cessione avrebbe molto più senso e non solo perché si toglierebbe una bella gatta da pelare. A fronte di un sacrificio sensibile ma comunque secondario, ovvero rinunciare all’apporto di Frattesi, Marotta e Ausilio potrebbero reinvestire lo spazio a bilancio su ciò di cui l’Inter avrebbe più bisogno, ovvero di un vero vice Calhanoglu, di un giocatore in grado di sostituire in modo credibile il turco, permettendogli di recuperare pienamente la forma ideale dopo mesi di acciacchi e di prestazioni a mezzo servizio in vista dei mesi caldi della stagione.
Considerando anche i limiti numerici e gerarchici del resto della rosa (che ad esempio rendono inutili i vari discorsi su punte e centrali di difesa vari ed eventuali), all’Inter servirebbe un giocatore di controllo ed equilibrio in più, anche a costo di sacrificare la verticalità, l’esplosività, i bei ricordi e l’affetto umano per Davide Frattesi.
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