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Juric Roma
, 25 Novembre 2024

Juric a Roma è stato il trionfo dell’assurdo


Un’analisi sulla disastrosa parentesi giallorossa del tecnico croato.

È un esercizio difficile analizzare razionalmente i 53 giorni di Ivan Juric sulla panchina della Roma, semplicemente perché è stato un periodo in cui la razionalità sembra non essere esistita.

Sebbene la figura del De Rossi allenatore non fosse mai stata completamente metabolizzata da una parte della tifoseria - vuoi perché andava a sostituire Mourinho, vuoi per la poca esperienza pregressa - anche dopo un inizio stentato sembrava improbabile, in seguito al triennale sottoscritto a fine giugno, che non avrebbe chiuso la stagione sulla panchina della Roma. Tanto più se si pensava che era ancora il 18 settembre, e che al momento del pareggio in extremis ottenuto dal Genoa contro i giallorossi la Serie A era iniziata da appena 4 giornate.

Eppure, il martedì dopo, la notizia più assurda: De Rossi esonerato.

Assurda perché, fatte salve le considerazioni sull’avventatezza della firma sul contratto triennale, sembrava davvero folle interrompere un progetto a lungo termine al primo momento negativo. “Ma allora avranno per forza qualche allenatore top in mano” era stata la pia illusione di qualche romanista in quella mattinata.

Si era in effetti detto che, tra i nomi vagliati, ci fosse stato addirittura Tuchel, oltre a Terzic. Eppure, la scelta del sostituto di De Rossi è stata se possibile ancora più spiazzante dell’esonero: Ivan Juric, reduce da un triennio senza infamia e senza lode al Torino.

Ma stiamo scherzando? Juric?” è un’efficace summa del pensiero della tifoseria sulla nomina del croato, maturata nel giro di poche ore - tanto che ha diretto il suo primo allenamento già nello stesso pomeriggio. Difficile biasimare il pensiero fatto dai romanisti: interrompere sul nascere un progetto a medio-lungo termine per prendere un buon allenatore, ma che non è mai arrivato sopra il 9° posto in Serie A. Una follia senza senso logico, no?

Tanto più se si pensava alle incongruenze tattiche che ne sarebbero potute derivare: la Roma di De Rossi era stata minuziosamente costruita per fare un calcio ragionato e di possesso. Che cosa ci azzeccava, per dirla alla Di Pietro, un allenatore di scuola gasperiniana abituato a proporre un calcio intenso e verticale e una difesa uomo su uomo a tutto campo?

Che ne sarebbe stato di giocatori come Soulé e Le Fée, acquistati proprio per cercare di aumentare la qualità tecnica della rosa, che ora si ritrovavano in un sistema antitetico rispetto ai loro bisogni?

C’era chi iniziava a tirare fuori lo spettro della “stagione dei 4 allenatori”, cioè quella della Roma 2004/05, in cui da luglio a maggio si alternarono Prandelli, Völler, Delneri e Bruno Conti in un caos che portò a una salvezza conquistata solo all’ultima giornata. Juric, insomma, era da molti visto come un morto che camminava sin dal suo annuncio. E le cose, se possibile, sono andate perfino peggio.

Gli inattesi problemi senza palla

Tra squadra e allenatore non è mai scoccata una scintilla. C’era da aspettarselo, viste le caratteristiche generali della rosa e lo stile di gioco di Juric. Molti giocatori potevano in realtà essere plasmati molto bene: Mancini ha ripreso a giocare in una difesa a 3 di stampo gasperiniano, Angeliño è tornato inizialmente a giocare quinto e Dovbyk ha soddisfatto alla perfezione le richieste nel ruolo di attaccante dell’ex allenatore del Torino, che l’aveva già cercato nel 2022.

Quello che non ci si aspettava, soprattutto a giudicare dalle prime partite, era una fragilità difensiva come quella manifestata poi contro Fiorentina, Verona e Bologna. Nelle tre stagioni della gestione Juric, il Torino è sempre stata una delle migliori difese della Serie A, pur cambiando approccio negli anni, ma mantenendo sempre una solidità invidiabile. E allora perché neanche questo ha funzionato?

La fase difensiva di Juric coinvolge più che mai tutti gli elementi della formazione in campo: ognuno segue il suo riferimento a tutto campo, con poche deroghe nel corso della gara. Il croato ha sottolineato in conferenza stampa che questa Roma aveva più “cilindrata” rispetto all'ultimo Toro: molti hanno interpretato questa dichiarazione come una stoccata alla sua ex squadra, ma probabilmente voleva sottolineare come tanti giocatori potevano interpretare con un’intensità maggiore la sua fase di non possesso.

La Roma post Juric è comunque 4° in campionato per contrasti nella trequarti avversaria.
La Roma post Juric è comunque 4° in campionato per contrasti nella trequarti avversaria.

Grazie a questo pressing intenso, la Roma in quasi tutte le partite ha avuto il dominio territoriale, anche se non è mai riuscita a sfruttarlo veramente. Allo stesso tempo però, molti avversari sono stati bravi a eludere queste marcature muovendo in modo corretto le pedine in campo per liberare ampi spazi. Spesso i giocatori della Roma sono stati costretti a fare lunghe scalate e abbandonare la loro zona di competenza. L'esempio più celebre di ciò risale a quando Dybala contro l’Inter è stato costretto a seguire Bastoni per tutto il campo.

A volte lo stesso Dybala se ne usciva con degli ottimi interventi difensivi, ma senza dubbio, lui come altri, veniva spompato e in fase offensiva rendeva meno. Spesso i giocatori si preoccupavano più delle marcature preventive che delle azioni offensive, lato negativo della maniacalità difensiva di Juric manifestatosi anche a Torino.

Anche prima del crollo a Firenze, la Roma ha mostrato delle carenze in fase di non possesso: se prima si parlava di spazi concessi tra le linee - come direbbe Spalletti, tra gli uomini- nell’occasione di Maldini in Monza-Roma i giallorossi si allungano troppo e concedono troppi spazi in varie zone del campo.

Anche nell’ultimo match contro il Bologna la Roma ha preso dei gol evitabili, soprattutto quello di Karlsson per l'1-3. Le marcature a uomo vengono esasperate anche nella propria metà campo: Mancini si fa trascinare fuori seguendo il proprio riferimento e lascia un buco a destra dove può inserirsi Karlsson, che scappa alle spalle di El Shaarawy.


Si può intuire facilmente che, in un sistema come questo, i duelli individuali tra i giocatori sono decisivi: nell’ultima partita Orsolini ha stravinto il duello con Angeliño.

Ci sono comunque alcune note positive: N'Dicka si è trovato abbastanza a suo agio in questo sistema, marcando quasi sempre bene il proprio riferimento; Manu Koné ha sempre giocato su ottimi livelli anche in partite pessime come quella con la Fiorentina ed è stato uno dei migliori giocatori di questa gestione. Ad ogni modo non è bastato: il resto della squadra sembra non essersi integrato con i concetti difensivi di Juric, ma non è stato solo questo il problema.

Juric è un allenatore ancora molto legato alle marcature a uomo, ma avrebbe dovuto capire che in un contesto come questo sarebbe stato più conveniente ammorbidire e alleggerire queste marcature per non sovraccaricare troppo i giocatori: una cosa che ha fatto anche Gasperini all’Atalanta nel corso degli anni, alternando porzioni di prima pressione esasperata ad altre di contenimento più "posizionale".

Il calcio, infatti, sta andando in una direzione dove le marcature a uomo si fondono sempre più con sistemi difensivi a zona. Sempre più squadre hanno trovato il modo per aggirare queste marcature, spostando semplicemente le pedine e portando i giocatori avversari dove vogliono per creare spazi liberi.

Una fase offensiva deficitaria e sterile

Una cosa molto più preventivabile, conoscendo l’allenatore, era la difficoltà nel creare occasioni da gol, pur avendo attaccanti del calibro di Dybala, Soulé e Dovbyk. Nella scorsa stagione il Torino di Juric era 17° in Serie A per gol fatti e per numero di xG creati, numeri da lotta salvezza compensati da una difesa solida.

A Roma la situazione non è stata così tragica, ma i numeri offensivi sono comunque da squadra mediocre, in linea con la posizione in classifica dei giallorossi.

Così come a Torino, anche a Roma il tecnico croato ha voluto portare tanta verticalità alla manovra partendo dalla fase di costruzione: sono stati diversi i lanci lunghi del portiere in direzione di Dovbyk, che sfruttando il fisico è stato spesso capace di tenere il pallone e far salire la squadra. Anche nella metà campo avversaria la Roma ha dato vita a ottimi sviluppi verticali, sfruttando soprattutto i movimenti incontro e alle spalle della linea da parte di Dovbyk. I gol del centravanti ucraino con Udinese e Verona ne sono la massima espressione.


Gli avversari però sono riusciti a capire che la Roma poteva essere pericolosa con tanto spazio tra i reparti e con tanto campo alle spalle della linea difensiva, dunque hanno cercato di chiudere bene gli spazi in fase di non possesso. Lo stile di gioco di Juric non ha facilitato le cose: sono state ricercate veramente poche costruzioni dal basso per attirare gli avversari nella propria metà campo, mentre erano molto più frequenti i lanci lunghi verso la punta a cui conseguivano palleggi spesso sterili e orizzontali nella metà campo avversaria.

Un altro problema rilevante è stata la posizione di Angeliño: partito giocando quinto a sinistra con ottimi risultati, lo spagnolo ex Lipsia è stato poi spostato nella posizione di braccetto. Nelle prime partite, Angeliño aveva dato prova delle sue grandi abilità nei cross, un’arma che poteva fare molto comodo quando si andavano ad affrontare delle difese a blocco basso.


Juric ha cercato comunque di alzarlo proponendo una costruzione 3+1 dove uno dei centrocampisti scivolava a sinistra nella linea difensiva, permettendo al classe '97 di sganciarsi.


Tuttavia, Angeliño era in una posizione troppo arretrata per creare grattacapi alle difese avversarie, limitandosi a cercare dei passaggi verticali per i compagni sulla fascia.


Di conseguenza, lo spagnolo era quasi sempre assente in fase di rifinitura, anche a causa del problema delle marcature preventive già citato in precedenza.

Oltre all’aspetto prettamente tattico, però, non può essere tralasciata anche la difficilmente comprensibile linea comunicativa tenuta da Juric. Durante la sosta di ottobre, infatti, il tecnico croato rilascia un’intervista nella quale parla di un squadra con “margini di miglioramento pazzeschi” e di prestazioni “in netta crescita”. Dichiara di sentire “l’amore della gente a ogni passo”.

Vengono inoltre proferite parole di stima verso Pisilli (“un talento che finora non avevo mai riscontrato in ragazzi così giovani”), Pellegrini (“si muove da Dio”), e Dybala (“quando gioca è una meraviglia”). “Per quello che ho provato dentro, mi sento in paradiso” era la sua impressione sulla sua nuova esperienza nella capitale.

Dichiarazioni che si sposavano male coi risultati ottenuti fino ad allora dalla sua Roma: 2 vittorie, 2 pareggi, 1 sconfitta. In generale, se eravamo abituati a uno Juric scontroso, propenso a litigare con i giornalisti e spesso critico nei confronti dell’ambiente, questa volta abbiamo invece visto un tecnico ottimista fino a risultare completamente scollegato dalla realtà dei fatti.

Ci stiamo riferendo alle dichiarazioni rilasciate dopo la sconfitta contro l’Elfsborg, in cui parlò di passi in avanti nonostante una prestazione offensivamente sterile, e soprattutto dopo l’umiliante 5-1 subito dalla Fiorentina, cioè la partita che ha dato il via a un agonico conto alla rovescia fino all’inevitabile addio: Juric parlò di “40 giorni di lavoro buttato nel cesso” e di un “filotto” fatto fino a quel giorno dalla sua Roma che, a ben vedere, sembrava aver rilevato solo lui.

L’esonero, insomma, è stata l’ovvia conseguenza di una mancata adattabilità tattica chiara dal primo giorno, ma anche di una comunicazione francamente assurda. Tutto ciò ha senz’altro contribuito a inimicargli buona parte della tifoseria: al momento del suo arrivo questa aveva, se non altro, sperato che avrebbe applicato i suoi metodi duri verso una squadra che molti giudicavano diretta responsabile dell’allontanamento di De Rossi.

Certo, bisogna dire che dal suo punto di vista era una situazione molto difficile: è salito su un treno in corsa che andava a 200 all’ora e stava per schiantarsi, ma allo stesso tempo non puoi rifiutare la Roma dopo gli anni passati tra Verona e Torino. Era l’occasione della vita capitata nella squadra e nel momento sbagliato. Ora Juric ne dovrà fare di strada prima di riavere altre chance in squadre italiane che giocano le coppe europee.

Certamente, in ogni caso, il croato non si è messo nelle condizioni giuste per sperare in una miracolosa inversione di tendenza, e l’esonero è stato causato anche dalla sua ostinazione nel cercare disperatamente di vedere qualcosa che neanche il più ottimista dei romanisti riusciva a scrutare.

Palla a Ranieri

Adesso tocca a Ranieri, dunque: sarà il tecnico testaccino il sostituto di Juric, fatto tornare dal ritiro dal calcio di club per aiutare la squadra del suo cuore fino a maggio. L’unica insieme al Cagliari, a detta sua, per la quale avrebbe sospeso la meritata pensione.

È una scelta che dichiara praticamente concluse le ambizioni sportive per questa stagione, ma che allo stesso tempo è l’unica con senso logico presa da molto tempo dai Friedkin. Tra il mancato addio a Mourinho dopo la finale di Europa League persa contro il Siviglia (partita che ha segnato la fine di un ciclo), il rinnovo triennale di De Rossi, l’esonero dello stesso DDR e l’ingaggio di Juric sembravano quasi farlo apposta, i Friedkin, a sbagliare sistematicamente tutte le decisioni sportive.

Ranieri, intanto, si è presentato con una conferenza stampa dai toni autorevoli, schietti e decisi come nel suo stile, subito applaudita dalla tifoseria, e una struttura tattica molto simile a quella mostrata a Cagliari nella passata stagione, insufficiente a contenere la capolista Napoli nell’esordio al Maradona (1-0, gol dell'ex Lukaku). Il suo obiettivo sarà far chiudere dignitosamente la stagione alla Roma, per poi rimanere in società come consulente dei Friedkin. Erano stati fatti molti nomi - Roberto Mancini, Sarri, Montella - ma si è preferito non impegnarsi subito con un contratto pluriennale, preferendo piuttosto affidarsi a una vecchia conoscenza per arrivare alla 38° giornata con meno danni possibili e scegliere con calma l’allenatore a cui affidare il nuovo progetto, coinvolgendo anche lo stesso Ranieri nella decisione.

Una scelta sensata, forse la prima da diversi mesi.


  • Nato nel 2005, appassionato di allenatori, nazionali e allenatori delle nazionali. Amante dei non luoghi, della torta Sacher e del mare. Vive nel culto di Guillermo Ochoa.

  • Classe 2007 come Lamine Yamal, nato a Ferrara, cresciuto a pane, Toro e Spal. Lavoro come match-analyst in una squadra militante in Promozione e collaboro con Toro Goal scrivendo e parlando di tattica. Nel tempo libero cerco di diplomarmi.

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