Logo sportellate
Ashton Jeanty
, 22 Novembre 2024

Non c’è modo di fermare Ashton Jeanty


Jeanty - running back di Boise State - è lo spettacolo più esaltante del football NCAA.

Se girate nei dintorni dell’Albertsons Field, nel mare di parcheggi che lo circondano o sul campus dell’università statale di Boise nei giorni di una partita vi potrebbe capitare di vedere una maglietta su cui campeggiano le parole “the myth is true, ducks do crash on the blue”, il mito è vero, le anatre precipitano sul blu. Il blu in questione è quello del terreno da gioco in erba sintetica dell’Albertsons Field, la casa della squadra di football universitario dei Boise State Broncos, e ormai è qualcosa di più di un vezzo stilistico, ma piuttosto il tratto distintivo della squadra – e a dispetto di quello che recita la maglietta no, le anatre sanno distinguere il blu di un lago da quello dell’erba sintetica.

In tutti gli Stati Uniti, dire Boise State vuol dire pensare al loro terreno di gioco. Se andate a Boise, in cui, a dir la verità, non c’è molto altro da fare, potete prenotare una visita al blue turf – ancora prima che allo stadio stesso – e nel 2011 l’università ha registrato un marchio sul “colore blu applicato ad un terreno di gioco”. Il campo di casa dei Broncos non è l’unico non verde nel football universitario – solo per citare i due esempi più celebri, Coastal Carolina sceglie il verde acqua mentre Central Arkansas alterna viola e grigio ogni cinque iarde – ma è stato il primo, installato nel 1986, per oltre un ventennio l’unico del paese, e la sua esistenza ha forzato la NFL a inscrivere nel proprio regolamento il divieto alle sue franchigie di provare ad imitare l’ateneo dell’Idaho.

Il college football è uno sport nei cui meandri è veramente difficile infilarsi, è una pratica che, se non vi si è cresciuti all’interno, può sembrare cervellotica, complessa, talmente frammentata da risultare, senza punti di riferimento, troppo ingombrante per volersene occupare. Molto più facile appassionarsi alla NFL: trentadue squadre, due conference, sei divisions, un mese intenso di playoff, un Super Bowl, e alla fine vince sempre la squadra con Pat Mahomes in campo. Pochi sbatti, e la domenica basta mettersi davanti al televisore per sentire Scott Hansen accompagnarti in sette ore di football senza pubblicità.

Il football universitario ha infinite conference che combattono fra di loro in un’infinita lotta per l’attenzione – e i soldi – dei network televisivi, università che si spostano da una parte all’altra, infinite rivalità regionali. Se ci nasci è facile, basta seguire la tua squadra, quella che, lei sì, lo stereotipo vuole non si possa mai cambiare, ma se ci arrivi dall’esterno, hai bisogno di punti di riferimento per orientarti. E “quelli con il campo da gioco blu” è un ottimo punto di riferimento per avvicinarsi ad un pianeta in cui il folklore vale tanto quanto i risultati. I punti di riferimento, però, nella vita cambiano, e quest’anno sembra proprio uno di quelli, almeno per quello che riguarda la reputazione dei Boise State Broncos, che d’ora in poi diventeranno, almeno nella mia mente, “quelli per cui ha giocato Ashton Jeanty l’anno che ha fatto collassare l’universo sotto le sue scarpe”.

Una normale giornata in ufficio per il migliore running back del paese.

Mancano ancora come minimo tre partite alla chiusura della stagione dei Broncos, ma Ashton Jeanty nella recente vittoria 42-21 contro San José State ha già superato, il record in una singola annata di rushing yards dell’ateneo, superando la quota di 1823 toccata dall’ex Philadelphia Eagles Jay Ajayi nel 2014, grazie ad una performance da 159 iarde conquistate sul terreno. Jeanty è anche ormai vicinissimo a terminare una stagione regolare superando quota duemila, un traguardo che, da quando sports-reference.com tiene il conto, ovvero a partire dal 1956, è stato raggiunto solamente da ventinove atleti, tra cui alcuni che sarebbero andati a dominare anche al piano superiore, da Barry Sanders a Christian McCaffrey passando per Derrick Henry.

La dimensione del dominio che sta imprimendo Ashton Jeanty a tutta la Mountain West Conference, e che lo piazza in cima alla lista dei favoriti per l’Heisman Trophy insieme al jolly di Colorado Travis Hunter, arriva dalla tremenda combinazione della voracità con cui divora i palloni e dell’efficienza con cui ne mantiene il possesso avanzando in territorio nemico. A nessuno nel college football è stata data la palla in mano quanto Jeanty – 256 tentativi – e solo cinque running back, tutti con un volume di palloni toccati ben minore del suo, guadagnano più iarde ogni volta che sono chiamati in azione – 7.4 iarde per tentativo – dati che lo situano nella sua personale, comoda e spaziosa stratosfera per quel che riguarda per numero di iarde corse a partita – la distanza tra lui e il secondo classificato è pari a quella tra il secondo e il ventiseiesimo.

Ma non è solo la mole di lavoro a far scintillare il prospetto da Jacksonville, in Florida, perché Jeanty è anche un eccellente finisher, che occupa la sua nicchia solitaria e intoccabile anche per numero di touchdown, con ventisei, cinque più del secondo classificato, Bryson Daily degli Army Black Knights. Questi numeri non sono necessariamente frutto di movimenti da classico goal line back, quel tipo di running back che viene utilizzato principalmente quando mancano meno di dieci iarde al touchdown, capaci di passare come bulldozer nelle maglie di una copertura avversaria che viene naturalmente ristretta dalle minori dimensioni del terreno da difendere. Basta pensare alla partita contro Utah State, conclusa con 186 iarde su dodici corse – con un terrificante dato di 15,5 iarde per tentativo – in cui solo uno dei tre touchdown firmati Jeanty è arrivato in situazione di short yardage.

Anche il confronto con i ventinove atleti che hanno già scavalcato il traguardo delle duemila iarde con il pallone tra le mani a livello universitario ci racconta di come Jeanty stia unendo alla quantità anche una qualità con pochi pari. Le sue 7.4 yards per attempt già evidenziate in precedenza sono un numero buono per piazzarlo nell’empireo del paradiso del college football, una iarda in più della media dei più grandi ventinove running back nella storia moderna dello sport, e con solo sette giocatori – tra cui il leader all-time per rushing yards in una singola stagione, Barry Sanders – davanti a lui per produzione ad ogni tocco di palla.

Jeanty NCAA
Ashton Jeanty non ha ancora superato il fatidico traguardo delle 2000 iarde, ma la sua efficienza nel portare il pallone spicca anche nel ristretto sample d’eccellenza che contiene le ventinove migliori stagioni di sempre a livello universitario.

Giocare con Jeanty, con questo Jeanty, vuol dire avere a disposizione un vantaggio enorme in una specifica situazione di gioco, un vantaggio tale che la soluzione migliore appare disegnargli un intero attacco intorno, per amplificarne al massimo gli effetti. Ed è proprio così che Spencer Danielson, alla prima stagione da head coach dopo aver scalato i ranghi dello staff tecnico dei Broncos partendo dal lato difensivo del pallone, e i due co-offensive coordinators, anch’essi freschi di promozione, Dirk Koetter e Nate Potter, hanno deciso di organizzare la squadra.

Delle centotrentaquattro squadre che compongono il livello più alto del college football, solo ventitré tentano più corse dei Boise State Broncos, che ne tentano quaranta a partita – più della metà di questo bottino appartiene al solo Jeanty – in linea con il trend delle tre stagioni precedenti, dove sotto coach Andy Avalos i Broncos hanno adottato un approccio più run heavy. Questi quaranta tentativi risultano in 258.7 iarde a partita – il 73% di cui dai possessi di Jeanty – il terzo miglior dato del paese e producono il secondo maggior numero di iarde per tentativo del college football, 6.5, dietro di soli due decimi rispetto a New Mexico.

Questi dati evidenziano un Jeanty che ricorda un tipo di running back che, almeno in NFL, sembrava essere uscito dal giro negli ultimi anni, con la crescita vertiginosa delle iarde da passaggio, ma i cui servigi potrebbero tornare ad essere richiesti visti i contrappunti che le difese NFL stanno adottando, principalmente con schemi two-high safeties, ovvero con due giocatori a coprire il gioco sul lungo – e quindi a lasciare spazio nella trincea dove pasteggiano i grandi running back – per limitare le explosive plays da passaggio. Allo stesso tempo la scorsa stagione, prima del cambiamento imposto da coach Danielson, aveva mostrato un Jeanty più vicino allo stereotipo del running back contemporaneo, un fattore non solo con le corse, ma anche come ricevitore, venendo mosso lungo tutto lo scacchiere offensivo. Insomma, se quest’anno gli è stato chiesto di imitare Adrian Peterson, nel 2023 gli era stato chiesto di imitare Christian McCaffrey.

La ricetta del medico per Jeanty è cambiata: nel 2023 le ricezioni ammontavano al trenta percento della sua produzione, quest’anno le corse rappresentano il 95% delle sue iarde.

Il football è uno sport dalle enormi complessità. I playbook che contengono i vari schemi delle squadre e i giochi che l’head coach può chiamare in partita, e che dunque devono essere conosciuti a memoria dai giocatori, possono arrivare a contenere un numero biblico di pagine. Un’azione di football è come una coreografia di gruppo, con potenzialmente infinite variazioni sul tema, e per uno spettatore guardare solo il pallone sarebbe come per uno spettatore del Bolshoi concentrarsi solo sulla scenografia del palco. L’aspetto tattico del football è una grossa parte del suo appeal, ma non è l’aspetto che in maniera più immediata può avvicinare un neofita allo sport. Bisogna provare a contare la quantità di elementi che necessitano di funzionare affinché si segni un touchdown per dare una forma a questa complessità. Molto più immediato e lampante della grandezza di questi atleti è notarne la loro spietatezza.

Max Pircher, l’offensive lineman italiano che, nella practice squad dei Los Angeles Rams ha partecipato alla vittoria di un Super Bowl, si è appassionato allo sport guardando casualmente un video su Facebook durante l’ora di informatica in un liceo di Bolzano. Il video era quello del cosiddetto beastquake, il terrificante terremoto con cui il running back dei Seattle Seahawks Marshawn Lynch, soprannominato Beast Mode, segnò il touchdown decisivo nella vittoria ai playoff contro i New Orleans Saints tartassando dei difensori avversari inermi come Oloferne sgozzato da Giuditta. La lucida spietatezza di queste corse, specialmente quelle dei running back, gli unici atleti del mondo a cui è chiesto di infilarsi dentro un casino prima di uscirne, lascia l’impressione di trovarsi di fronte alle Forme uniche di Umberto Boccioni, la più efficace rappresentazione del movimento mai creata, o almeno, la più efficace fino all’arrivo di Ashton Jeanty.

I grandi running back vengono sputati fuori dai tackle avversari alla velocità della luce, come neutrini, e quando si scrollano di dosso i difensori avversari in placcaggio, se ne liberano con apparente disgusto, come un adolescente disordinato getta via i propri abiti quando torna a casa. Ashton Jeanty, invece, sembra come rimbalzarvi sopra, è una pallina da squash impazzita, e dei placcaggi se ne libera come un anguilla potrebbe fare della presa umana, come fosse circondato da una pellicola scivolosa. Per citare due volte il telecronista Rai Andrea Fusco durante i giochi olimpici di Atene 2004, se un grande running back è un punto esclamativo pervaso d’energia, come Igor Cassina, Ashton Jeanty rivendica a sé la grazia del volo, come Yuri Chechi.

A chi occupa una delle skill position, ovvero quei ruoli offensivi a cui è dato modo di tenere il possesso del pallone, è richiesta, in principio, una caratteristica fondamentale: fare tutto quanto possibile nelle proprie capacità per non poggiare un gomito o un ginocchio per terra, cosa che fermerebbe il guadagno di terreno. Jeanty, dunque, come i suoi colleghi, ma a volte sembra quasi ad un livello superiore anche rispetto ai migliori tra i suoi parigrado, è un equilibrista impegnato in una perenne partita di floor is lava, come si è visto particolarmente nella partita da 259 iarde e 4 touchdown contro Washington State.

Sul suo primo touchdown di giornata, Jeanty riesce a tramutare la forza della difesa avversaria che dovrebbe spingerlo per terra in propulsione per sfruttare le praterie in vista della end zone.

In un apparentemente poco rilevante corsa da poche iarde, Jeanty porta all’estremo la sua capacità di rimanere in gioco: buttato a terra appena dopo la linea di scrimmage, il running back di Boise State irrigidisce improvvisamente le gambe, riesce a toccare terra con la suola delle scarpe in modo da rispingersi in piedi, e si ritrova in corsa prima ancora che i suoi avversari capiscano cosa sia successo, e forse prima ancora che lui possa rendersi conto di cosa effettivamente sia stato in grado di tirare fuori.

Comunque vada, la stagione di Ashton Jeanty farà la storia. Se anche un qualche cataclisma non dovesse portarlo oltre il target delle duemila iarde, Jeanty sarà con ogni probabilità il primo Bronco sul podio dell’Heisman Trophy, il premio per il miglior giocatore di football universitario del paese, ed è oggi secondo solo al già citato Travis Hunter nei numeri dei bookmaker. Se anche non dovesse superare il quarto posto all’Heisman di Kellen Moore, quarterback dei Broncos quando ottenne il traguardo nel 2010, Jeanty presiederà molto probabilmente parte alla prima presenza di Boise State ai playoff per il titolo nazionale, anche grazie alla loro espansione a dodici squadre, come vincitori della Mountain West Conference e, al momento, dodicesima migliore squadra del paese nel ranking settimanale della AP.

Anche qualora nessuna di queste situazioni dovesse venirsi a realizzare, comunque, la stagione di Ashton Jeanty avrà avuto sicuramente un impatto straordinario, di quelli che modificano la traiettoria di un corpo celeste, sul programma che lo ha ospitato in questi anni. E prima ancora che una questione di risultati, è un tema di immagine, del brand di Boise State. I Broncos sono da molti anni ormai un programma competitivo. L’ateneo dell’Idaho è la superpotenza della Mountain West, di cui ha vinto il titolo quattro volte nell’ultimo decennio, e dal 2002 ad oggi ha collezionato 13 apparizioni nella top 25 di fine stagione, rivelandosi come un programma di interesse nazionale.

Risultati a parte, però, i Broncos sono sempre stati associati prima al loro terreno di gioco particolare e poi a tutto il resto, perché questa è la grande innovazione, il più decisivo contributo che hanno apportato allo sport. Ma l’attacco guidato da Ashton Jeanty ha cambiato le cose, e in un periodo di cambiamenti turbolenti nella storia del college football – dal 2026 i Broncos si muoveranno nella rinata Pac-12, intenzionata a ristabilire il suo ruolo come una delle conference più potenti dello sport collegiale – Boise State sembra pronta ad entrare in una nuova dimensione del suo programma di football.


  • Nasce nel 1999 in onore della canzone di Charli XCX e Troye Sivan. Nella sua mente ha scritto un libro su Chris Wondolowski, ma in verità usa quel tempo ascoltando Carly Rae Jepsen e soffrendo dietro a Green Bay Packers e Seattle Mariners

pencilcrossmenu