
8 Spicchi #2 - Finché c’è Steph c’è speranza
I 50 di Wembanyama, la favola GSW e la mancanza di Jokic: il resoconto dell'ultima settimana di NBA.
Benvenuti su 8 Spicchi, la rubrica che uscirà ogni settimana per raccontarvi le cose più importanti e interessanti successe in NBA, la lega cestistica più affascinante al mondo. La struttura è molto semplice: quattro o cinque avvenimenti degni di nota e relativo commento. Buona lettura e buona NBA a tutti!
I primi 50 di Wembanyama
Giovedì 14, al Frost Bank Center di San Antonio, è andata in scena una partita leggendaria. Victor Wembanyama ha banchettato contro gli Washington Wizards, realizzando una gara da 50 punti, personale career-high, con 18/29 dal campo e soprattutto un impressionante 8/16 da 3. Un dato che è già sbalorditivo di per sé, ma lo è ancora di più se unito al fatto che nelle ultime 4 Wemby ha tirato con il 48% da dietro l’arco. Ha fatto completamente impazzire in difesa il suo connazionale Alex Sarr, 2° scelta del Draft 2024, segnandogli triple in faccia, ridicolizzandolo in palleggio e grazie al suo footwork. Coach Brian Keefe ha anche provato ad arginarlo mettendogli contro Valanciunas, che qualche anno di esperienza in più ce l’ha, ma la musica non è cambiata.
A impressionare non è soltanto che riesca a fare tutto questo a 20 anni, ma è anche che ci abbia impiegato solo 26', il più veloce di sempre a raggiungere quota 50. Nonostante ciò, ci sono ancora tanti aspetti da limare all’interno del suo gioco; uno su tutti la pigrizia da cui talvolta si fa rapire. Conscio del fatto che il suo tiro da 3 punti è arma pressoché incontrastabile, Wemby ogni tanto si “siede” e si accontenta di una tripla anche se marcata, invece magari di attaccare il mismatch o trovare una soluzione più elaborata. Sta diventando una tendenza sempre più comune in NBA quella di vedere sequenze di azioni, anche prolungate, in cui non si fa altro che prendere il rimbalzo, correre in transizione, sparare una tripla senza pensarci troppo, tornare in difesa e così via a nastro, ma vederlo fare a uno di 2,24 fa un certo effetto.
Siamo sicuri che la Golden era sia davvero finita?
In estate sarebbe dovuto arrivare Lauri Markkanen, poi si è parlato di Paul George, ma alla fine non se n’è fatto nulla nè dell'uno nè dell'altro. La squadra rispetto all’anno scorso è cambiata e gli innesti dal mercato sono arrivati, ma nulla che potesse lasciar presagire questo avvio. Con 11 vittorie e sole 3 sconfitte Golden State detiene il miglior record a Ovest, è la terza squadra che segna di più in media e la seconda che segna di più da tre punti. Certo, finora hanno avuto un calendario piuttosto agevole, però ancora una volta bisogna riconoscere la grandezza e il merito del gigante che siede in panchina.
Kuminga, Moody, Kyle Anderson, Podziemski: grazie alla profondità del roster Steve Kerr può sbizzarrirsi a combinare una valanga di quintetti diversi, al contrario dello scorso anno in cui c'era il problema opposto, e tenere rotazioni molto larghe, anche da 10/11 giocatori. In questo modo può permettersi di preservare Curry e tenerlo sotto i 30’ di media; quante squadre sarebbero in grado di performare così bene con la propria superstar seduta così tanti minuti in panchina? Una spiegazione dei risultati ottenuti fin qui è certamente Buddy Hield, che al momento sta over-performando ed è chiaro che non potrà reggere su questi ritmi per 82 partite, ma per quanto visto fin qui il bahamense non sta facendo rimpiangere la partenza estiva di captain Klay, anzi. In più c'è ancora valutare De'Anthony Melton, che finora ha giocato solo tre partite. Tanti giocatori e pochi minuti ciascuno, che finché le cose vanno bene, sta bene a tutti. Insomma, pare non essere ancora arrivata l’ultima ora di questi Golde State Warriors. Del resto finché c’è Steph, c’è speranza.
Celtics: qualche intoppo?
In quest’avvio stagionale i Boston Celtics, vale a dire i campioni in carica NBA, non son sembrati quella squadra schiacciasassi che abbiamo ammirato nella Regular Season precedente. Il roster è rimasto intatto, quindi che cosa cambia? Innanzitutto, l’assenza di Kristaps Porzingis è un durissimo colpo perché espone i Celtics a scelte e rotazioni obbligate come quella di dare tanti minuti ad Al Horford e nelle gare in cui manca anche lui trovano molto spazio Neemias Queta e Luke Kornet. Se il portoghese si sta ritagliando un buonissimo ruolo e fa intravedere continui miglioramenti, lo stesso non si può dire del numero 40 biancoverde, troppo lento di piedi e molto in difficoltà nel dare la rim protection di cui Boston necessita. A non aiutare è anche il mancato apposto che ci si aspettava da Xavier Tillman, inizialmente nelle rotazioni di Mazzulla ed ora ne è un po’ uscito a causa di un tiro da tre punti molto ondivago.
Anche il gameplan dei Celtics potrebbe essere una delle motivazioni di quest’avvio un po’ a rilento. Il puntare molto sul tiro dall’arco rende molto variabile le prestazioni di Tatum e compagni: percentuali alte si traducono in vittorie larghe ed agili, ma gare nelle quali il tiro stenta ad entrare portano a match complicati che talvolta si tramutano in sconfitte. Nelle quattro partite di questa settimana Boston ha un po’ zoppicato: ha innanzitutto perso all’esordio dell’NBA Cup contro gli Atlanta Hawks privi di Trae Young e Bogdanovic, dopodiché ha vinto bene sul campo dei Nets ed ha avuto bisogno di un buzzer beater di Jayson Tatum ai supplementari contro i Toronto Raptors. È arrivata poi la bellissima vittoria contro i Cleveland Cavaliers che fino ad allora erano imbattuti e con un record che recitava 15-0. Una win, però, con due facce: da un lato l’ottimo primo tempo, dall’altro una ripresa in cui Boston ha dilapidato il vantaggio di 21 punti. Ovviamente nessun momento di panico o disfattismo: i Boston Celtics se sani restano il miglior roster della lega ed anche loro in Regular Season attraversano qualche momento poco luminoso, com’è normale che sia.
Nikola Jokic, più di una superstar
Facciamo un gioco: togliete una stella a qualsiasi roster NBA. Sicuramente peggioreranno sia la loro pallacanestro che i loro risultati, ma siamo sicuri che faranno come i Denver Nuggets senza Nikola Jokic? Il centro serbo ha saltato le ultime tre partite per ragioni personali a causa della nascita del secondo figlio ed in queste gare la franchigia del Colorado per due volte non è riuscita nemmeno a scollinare quota 100 punti. Denver rispetto alla scorsa stagione ha perso un giocatore importante come Caldwell-Pope e dovrà rinunciare per tutta la stagione a DaRon Holmes, il lungo che hanno scelto con la 22esima pick al draft. Inoltre stanno facendo a meno anche di Aaron Gordon, ma la sensazione è che senza Nikola Jokic siano una squadra che difficilmente si qualifica al play-in, mentre con lui in campo continuano ad essere quasi una contender. A Memphis sono riusciti a rialzare la testa ed hanno vinto la gara grazie ad una buonissima prestazione di Jamal Murray e alla duecentesima tripla doppia di Russell Westbrook in carriera, ma la partita contro i Pelicans e quella contro i Grizzlies (hanno giocato due volte di fila a Memphis) rimangono preoccupanti a lungo andare in quanto sembra che non puoi concedere proprio nessun riposo a Nikola Jokic.
Phoenix, andava tutto bene e poi?
Anche qui ci ritroviamo a parlare di assenze ed è un vero peccato. I Suns avevano iniziato benissimo la loro stagione e si trovavano in vetta alla Western Conference con un ottimo record di nove vittorie e due sconfitte. E poi? Che cos’è successo? Si son fatti male prima Kevin Durant e poi Bradley Beal. L’ex Nets stava disputando una stagione incredibile e giustamente era anche nelle conversazioni per essere uno dei candidati al titolo di MVP. Viaggiava a medie di 27.6 punti a partita (43% da tre punti e 55% dal campo), 6.6 rimbalzi, 0.8 rubate e 1.4 stoppate. L’apporto che dava sia difensivamente che offensivamente era fuori dal normale. Anche Beal stava facendo molto bene: 18 punti a partita con il 38% dall’arco ed il 48% dal campo, oltre a 1.4 steal a gara insieme anche ad una stoppata. Quello che più è peggiorato a causa delle loro assenze è lo spacing dato che spesso Phoenix ha in campo giocatori che son tiratori poco affidabili o altri che proprio non hanno il tiro da tre punti nel proprio repertorio. I Suns in questa settimana hanno perso tutte e quattro le partite disputate complice anche un Devin Booker quasi irriconoscibile che ha giocato bene solamente contro Minnesota e nelle altre tre ha segnato meno di 16 punti di media.
Jared McCain, una nuova speranza
In casa Sixers va tutto a rotoli. Record di 2-12 fin qui, il peggiore dell’intera lega, e alchimia di squadra che è appare ben lontana dall’essere idilliaca, viste e considerate le ultime dichiarazioni di Tyrese Maxey rivolte a Joel Embiid. Ma oggi non siamo qui per parlare di questo. Parliamo invece dell’unica nota positiva di questo inizio di stagione, ovvero il rookie scelto alla #16, di cui vi avevamo già accennato qualcosa qui. La sua prestazione da 34 punti, 10 assist e 6/13 da tre contro i Cavs primi della classe ha aperto gli occhi di molti su di lui. Complici le assenze di queste prime partite Jared ha avuto fin da subito spazio nelle rotazioni di coach Nurse, mostrandosi disciplinato e determinato in campo. Nelle ultime quattro partite, in cui si è guadagnato addirittura il posto in quintetto, ha tenuto percentuali eccellenti: 50% dal campo, 46% da tre punti e 100% ai liberi (è a 32/32 in stagione). Tra i nuovi arrivati in NBA McCain è primo per punti, primo per triple realizzate e quinto per assist. Lui e il suo vicino di Draft Dalton Knecht, la 17° scelta dei Los Angeles Lakers, sembrano ad oggi i due candidati principali per il titolo di rookie dell’anno.
Flash news dal mondo NBA:
• Sir Kyle Hines è un nuovo membro del coaching staff dei Brooklyn Nets.
• Abbiamo il primo sessantello della stagione: nonostante i 60 punti (record di franchigia) messi a referto da De’Aaron Fox, però, i suoi Kings si sono dovuti arrendere ai T’Wolves.
• James Harden ha superato le 2973 triple realizzate in NBA in carriera da Ray Allen e ora è secondo di ogni epoca in questa classifica, dietro soltanto a Stephen Curry.
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