
Tutti contro Dusan Vlahovic
Perché nessuno sembra più voler credere nell'attaccante serbo?
"Il destino mio è fare l'uomo nel mirino". Fosse cresciuto in Italia all'inizio degli anni 2000, Dusan Vlahovic canticchierebbe nella sua testa il ritornello dell'omonimo pezzo di Fabri Fibra, traccia incredibilmente caustica contenuta in Mr. Simpatia, colonna della produzione discografica del rapper senigalliese. Da quando è alla Juventus, fatta eccezione per i primi mesi, Vlahovic vive costantemente nell'occhio del ciclone, in una situazione di pressione elevatissima e costante che sembra non conoscere mai fine.
Nel tritacarne del web, se non per alcuni campioni semi-intoccabili (quasi mai militanti nel nostro campionato), è dannatamente facile imbattersi in clip di calciatori di alto e altissimo livello che, col montaggio giusto, vengono fatti passare per giocatori nemmeno all'altezza di essere chiamati professionisti. La situazione di Vlahovic trascende però anche questo fenomeno, abbracciando anche ciò che non appartiene al panorama dei social; tutto quello che il numero 9 della Juventus fa in campo, semplicemente, non è sufficiente. Non lo è per i critici, per gli ex calciatori che non perdono occasione per lanciarsi in paragoni improbabili, ma soprattutto non lo è per quelli che dovrebbero essere i suoi tifosi.
Il diritto di critica è facoltà inderogabile di ogni tifoso, e non è certo su queste pagine che troverete un vademecum su come si debba sostenere la propria squadra, attività che ognuno di noi compie nel proprio personalissimo modo. Nondimeno, sarebbe miope non osservare che il trattamento riservato a Vlahovic è incredibilmente diverso da quello di cui beneficiano molti dei suoi colleghi. Il tifoso juventino, l'appassionato di calcio, il critico televisivo e l'ex calciatore di turno, sono per Vlahovic un padre incontentabile: se sei bravo e segni, hai semplicemente fatto il tuo dovere, se invece non ci riesci e magari giochi anche male, non sei all'altezza della Juventus.
Prendiamo l'ottobre 2024: Vlahovic segna una doppietta a Genova e una a Lipsia, con due perle assolute che gran parte dei centravanti d'Europa non può che invidiargli. Contro il Cagliari il 9 bianconero va in gol su rigore, ma sbaglia un gol facile davanti a Scuffet, che risulterebbe indolore se Danilo non causasse il rigore che vale il pari ospite. Praticamente l'unico a non riposare, Dusan va in bianco contro la Lazio e nella sofferente gara con lo Stoccarda; segna un gol tutto sommato semplice nel pirotecnico 4-4 con l'Inter; la gara col Parma vede un altro suo errore, seppur da posizione meno agevole rispetto alla partita col Cagliari.
L'esser stato decisivo con Genoa, Lipsia e Inter fuori casa, 3 delle 4 partite più difficili del mese, non è sufficiente per definire positivo il mese di Vlahovic: si torna a parlare di lui come un calciatore discontinuo, che alterna grandi prestazioni a ghosting immotivati, che risulta fin troppo umorale e sparisce dalle partite quando sbaglia un gol. Si torna a parlare di Vlahovic come un giocatore, semplicemente, non da Juventus, costantemente alla ricerca di quell'utopico one shot one kill che non ha lasciato la mente di molti sostenitori, nonostante l'addio del suo più fervido sostenitore, il miglior allenatore a slegare risultato e prestazione.
"Caduto l'alibi del gioco di Allegri, ora Vlahovic non ha più scusanti", è il cavallo di battaglia dei detrattori del serbo, assunto solo all'apparenza difficile da contestare. Per Dusan, nella transizione dal 3-5-2 a blocco basso di Allegri verso il 4-2-3-1 con pressione alta di Thiago Motta, è cambiato il mondo, così come sono diverse le richieste dei mister. Non è però a oggi cambiata troppo la produzione offensiva della Juventus, che ancora incontra problemi nel creare palle gol. Se prima il limite della squadra era un'impostazione fin troppo remissiva, ora la Juve vuole esercitare il controllo totale della partita, che non è sempre stata in grado di tradurre in pericolosità offensiva.
La squadra di Motta è un cantiere ancora aperto, essendo scesa in campo al completo pochissime volte, ma gara dopo gara sta aggiungendo mattoncini che porteranno ben presto a conoscere la sua versione definitiva. Il percorso di crescita di una squadra che sposa principi completamente nuovi non assomiglia a una linea retta, quanto piuttosto a un elettrocardiogramma: allora perché quasi tutti sono disposti a pazientare per vedere all'opera la nuova Juve, mentre per Vlahovic la pazienza sembra sistematicamente finire al primo errore? Se un tecnico deve adattarsi a un nuovo contesto, non è forse vero lo stesso per i calciatori a sua disposizione?
Le radici di questa insofferenza atavica, per non scomodare il termine odio, vanno ricercate nelle stagioni precedenti. Addirittura nell'antefatto, in ciò che ha portato in bianconero Vlahovic e che riecheggia ogni giorno nelle nostre e nella sua testa. L'imputato principale si chiama stipendio: "uno che guadagna 12 milioni non può sbagliare certi gol". Affermazione tutt'altro che inattaccabile, per i motivi già sviscerati e perché non tiene in considerazione le circostanze che hanno portato l'attaccante serbo a trasferirsi da Firenze a Torino.
"Ma dove vai se il bomber non ce l'hai?", titola TuttoSport dopo Venezia-Juventus 1-1 dell'11 dicembre 2021. Per il giornale di casa bianconera, serve "un centravanti vero in grado di concretizzare la produzione offensiva della squadra", anche se in realtà la Juve di punte centrali in rosa ne avrebbe già due: Morata, ottimo nella stagione con Pirlo, e Kean, tornato in bianconero pochi mesi prima in prestito con obbligo di riscatto a €28 milioni, più di quanto la Juve aveva incassato due stagioni prima dalla sua cessione all'Everton. Il messaggio è però chiaro: c'è bisogno di spendere altri soldi per un attaccante ancora più forte, altrimenti la qualificazione in Champions sarà a rischio.
In seno a una delle peggiori dirigenze della storia bianconera, a nessuno balena il pensiero che il problema possa non essere relativo ai calciatori, ma al contesto in cui sono inseriti. Sfogliando la margherita del mercato, si trovano pochi petali: esclusi i calciatori impossibili da spostare, quelli troppo vecchi e troppo giovani, quelli senza esperienza in Serie A (Zakaria, neobianconero nella stessa finestra di mercato, sarà trattato come uno sconosciuto), i nomi che possono fare la differenza fin da subito sono pochi.
In casa Exor si decide dunque di mettere mano al portafoglio: complici le cessioni di Kulusevski e Bentancur, la Juve regala ad Allegri il miglior giovane centravanti sulla piazza dopo Haaland: Dusan Vlahovic, 21 reti nella stagione precedente, 20 in 24 partite nel 2021/22 sotto la guida di Vincenzo Italiano, prima di trasferirsi sotto la Mole. La Signora strappa il classe 2000 alla Fiorentina, e a una folta concorrenza, con l'unico linguaggio universale del calciomercato: i soldi.
Vlahovic viene pagato ben oltre il suo valore al momento dell'ingaggio (come spesso accade coi giovani): €90 milioni inclusi bonus e ricca percentuale per l'entourage. Il suo stipendio appare fin da subito fuori scala per una squadra che punta al ridimensionamento dei costi: €7 milioni nella prima stagione, poi sempre di più, fino a €12 milioni. Cifre del tutto illogiche, che spuntano quando club cedente e calciatore hanno totalmente il coltello dalla parte del manico: la Fiorentina non doveva per forza cedere Dusan a gennaio, altre pretendenti non mancavano di certo, ma club e procuratore di Vlahovic sapevano che la Juventus, per colpa dei paletti autoimpostisi già citati sopra, poteva prendere solo e soltanto lui.
Non esistono criteri incontrovertibili per giudicare il valore economico di un calciatore. I tifosi bianconeri dovrebbero saperlo bene vista la vicenda non ancora del tutto chiara in cui è stata coinvolta la Juventus, e il caso Vlahovic ne è la perfetta dimostrazione: un contratto palesemente fuori mercato, stipulato da una dirigenza senza idee e senza un progetto sportivo, che ha potuto strappare il serbo alla concorrenza "solamente" ricoprendolo d'oro. Dev'essere utilizzato come arma per attaccare il calciatore ad ogni partita sottotono? Cosa deve fare, esattamente, un giocatore per "meritarsi" 12 milioni di euro a stagione?
Non sono certo argomenti di discussione nuovi, sia in generale che in seno al tifo juventino: prima di Vlahovic c'era stato de Ligt, pagato una fortuna in quanto pilastro su cui costruire la Juve del futuro, salvo poi esser ceduto per ragioni di bilancio e perché "non era poi così forte per quel che guadagnava". C'era stato ovviamente anche Paulo Dybala, sul cui accordo raggiunto e mai firmato con la Juventus potremmo scrivere poemi omerici, con un proemio del tipo "Questo chiedeva 15 milioni a stagione e ora va all'Inter", che suona decisamente più fantasioso e meno credibile del classico "Cantami, o diva, del Pelide Achille".
Il peso a bilancio di Vlahovic fa da cassa di risonanza alle difficoltà, vere o presunte, sul terreno di gioco. I primi dubbi relativi al suo "essere da Juventus" risalgono addirittura alla prima mezza stagione in bianconero: scemato l'hype iniziale, inizia a insinuarsi il dubbio che l'attaccante serbo possa essere uno di quei calciatori incapaci di incidere nei big match.
Come tesi a sostegno di tale assunto, i soli due gol stagionali su azione segnati in campionato alle grandi (doppietta al Milan al Franchi) tra Fiorentina e Juventus. Poco importa se Dusan va in gol in finale di Coppa Italia contro l'Inter e se è la Juventus stessa a bucare sistematicamente i grandi appuntamenti: come abbiamo imparato, meriti e demeriti hanno pesi ben diversi quando si parla di Vlahovic. L'etichetta di killer delle piccole accompagna Vlahovic ancora oggi, nonostante abbia da poco segnato contro l'Inter a San Siro (gol troppo semplice?) e portato con una sua rete l'unico trofeo dell'Allegri-bis, la Coppa Italia 23/24.
I meme sul serbo si sprecano: nemmeno i 4 gol contro la Lazio, i 3 all'Inter, i 2 contro l'Atalanta e la punizione contro la Roma - vanno aggiunti quelli in Europa contro Villarreal, Siviglia e Lipsia - possono scalfire certi pregiudizi. D'altronde, con Erling Haaland che viene spesso accusato di non essere decisivo quando conta, e Cristiano Ronaldo, che a un'età ben superiore a quella dei due bomber classe 2000 veniva criticato per gli stessi motivi, Dusan appare in ottima compagnia.
Le forche caudine di Vlahovic sono però rappresentate dalla stagione 2022/23, l'annus horribilis della Juventus, tra umiliazioni in campo (Napoli, Maccabi, Empoli fra le più iconiche), penalizzazioni oscillanti, terremoti in dirigenza e il tragicomico affare Pogba. Una vera e propria trappola, capace di inghiottire anche un campione planetario come Angel Di Maria; come poteva Vlahovic, a soli 22 anni e alla prima stagione intera in una grande squadra, uscirne indenne? Un capro espiatorio, un nemico da sbattere in prima pagina, serve sempre in questi casi: vuoi per lo stipendio, vuoi per qualche problema fisico di troppo, a ricoprire l'ingrato ruolo è proprio il "povero" Dusan.

Iniziano a farsi strada i primi dubbi sulle qualità tecniche del calciatore: non sa difendere il pallone spalle alla porta, calcia con un piede solo, sbaglia troppi gol semplici, è limitato nel dialogo con i compagni, non attacca la profondità con sufficiente cattiveria. Quante volte abbiamo sentito dire, al bar ma anche da ex colleghi più o meno illustri, che Vlahovic "non sa stoppare la palla e comunque gioca in Serie A"? C'è davvero bisogno di smontare anche un'affermazione banale come questa? Probabilmente sì.
Togliamoci fin da subito ogni dubbio: oggi come oggi, un calciatore dei massimi campionati europei possiede sempre e comunque qualità tecniche ben superiori alla media, ben riconoscibili in condizioni normali. Il punto è proprio questo: quando il contesto non ti aiuta, quando la fiducia in te stesso viene meno, quando la condizione fisica non è ottimale, ogni pallone è più pesante, ogni giocata complicata e quel che sembravi saper fare alla perfezione non ti riesce più. Vero anche il contrario: in un sistema funzionante e capace di esaltare i singoli, calciatori all'apparenza mediocri si scoprono capaci di grandi giocate.
La Juventus del secondo triennio di Allegri ha giocato, in maniera via via più marcata, contro i propri attaccanti: ha chiesto gol e grandi giocate senza fornirgli mai supporto, ha scaricato su di loro le responsabilità delle sconfitte, ha assunto via via un atteggiamento più remissivo che portava le punte a far la guerra da sole, nel migliore dei casi una si esse si immolava da esterno nel 5-4-1 per permettere all'altra di liberarsi in zona offensiva. Un giocatore nel pieno della sua evoluzione, come il Vlahovic 22enne, è stato sobbarcato di responsabilità insopportabili dalla quasi totalità dei suoi pari ruolo, e la sua crescita si è bruscamente arrestata.
Alcune delle critiche rivolte al 9 bianconero non sono nemmeno fondate, come quelle relative alla sua presunta incapacità di calciare col destro: quanti centravanti mancini, ad oggi, hanno a curriculum una doppietta col piede debole, peraltro con un gol di prima di controbalzo e uno d'interno da fuori area? Da quando veste la maglia bianconera, Vlahovic con la Juve ha segnato su azione 9 gol con il destro e 18 con il sinistro, escludendo finalizzazioni in contropiede e tap-in a porta vuota (dati Transfermarkt). Un gol su tre con il piede debole, per un n°9 mancino, è davvero una statistica così inaccettabile?
La tendenza a sbagliare grandi occasioni da gol è una non graditissima novità arrivata nelle ultime due stagioni: in overperformance totale nel suo ultimo anno e mezzo in viola, Vlahovic ora è stabile in cima alla poco lusinghiera classifica dei calciatori della Serie A che ciccano più big chance. Vero è che, a differenza di molte altre punte, il serbo può compensare con una discreta abilità nei calci su punizione e con una conclusione da fuori sconosciuta a molti 9, doti che però appaiono ai suoi detrattori come una ciliegina su una torta che non c'è.
Molteplici possono essere le cause, ottimamente analizzate in tempi recenti da Claudio Pellecchia: un'emotività spiccata, il tanto decantato topos della pesantezza della maglia bianconera, la pressione crescente di un bagaglio che diventa sempre più pesante a ogni passo falso, un po' come la Juve in finale di Champions League. Molti dei problemi di Vlahovic possono essere ricondotti al già citato stop improvviso nella sua crescita, che non deve essere una giustificazione, tutt'altro: l'età della piena maturazione varia largamente da calciatore a calciatore, basti pensare a due suoi pari ruolo dalla parabola opposta, gli inglesi Owen e Vardy.
L'ex Fiorentina è in ogni caso in nutrita e illustre compagnia: lasciando da parte Cristiano Ronaldo, sempre in testa alle graduatorie dei gol sbagliati, risultato fisiologico per il più grande binge shooter della storia, sono tanti gli insospettabili ad aver disputato stagioni piene di gol sbagliati. Restando sulla Serie A, in tempi recenti Osimhen, Lautaro, Lukaku, Dzeko e Immobile hanno vissuto annate con più gol semplici sbagliati di Vlahovic nel 23/24 (17), e tutti prima o dopo, tolto Lukaku, hanno vinto la classifica cannonieri. Si tratta dunque "solamente", per Dusan, di trovare la chiave per prendersi ancor più tiri pericolosi, missione affidata a lui e a Motta.

L'adattabilità al gioco di Thiago Motta è l'ultimo dei grandi cavalli di battaglia degli haters di Vlahovic, refrain iniziato già a giugno, ovvero quando Motta non aveva ancora messo piede alla Continassa ed era dunque ben lungi da concepire un vero e proprio gioco per la sua Juve. Il ragionamento è tanto semplice quanto disarmante: il Bologna di Motta funzionava alla grande con un centravanti di manovra di Zirkzee, Vlahovic non possiede né il tocco di palla né la visione di gioco dell'olandese, dunque non può integrarsi nel gioco di Thiago.
Anche qui ci vengono in aiuto i dati: nonostante il contesto disfunzionale, gli Expected Assist di Vlahovic nelle precedenti tre stagioni sono circa nella media degli altri centravanti della Serie A, così come le occasioni da tiro create per i compagni e i passaggi chiave (via McLachApp). Dusan non è mai stato un passatore raffinato, e il suo 70% di percentuale storica di passaggi riusciti lo testimonia, e non è il calciatore ideale per la risalita della palla, ma non va nemmeno fatto passare per un giocatore inabile al dialogo coi compagni; basta recuperarsi i suoi scambi con Dybala, un'affinità elettiva che Motta spera di ricreare con Teun Koopmeiners.
Nel gestire l'attaccante Thiago Motta sta cercando di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, elogiandolo anche dopo le sue serate più buie, ma nel contempo portandolo fuori dalla sua comfort zone di finalizzatore, sia per ampliarne il bagaglio tattico e tecnico, sia per migliorare lo scorrimento della manovra offensiva della Juve. La trasformazione di Vlahovic in centravanti di manovra è ben lungi dal completarsi, e forse non avverrà mai, ma lo spirito di abnegazione del serbo è encomiabile e sta pian piano dando frutti; contro il Psv, ad esempio, Vlahovic ha propiziato due gol, uno con un taglia fuori a favorire McKennie, l'altro servendo con un filtrante Nico Gonzalez.
Dusan Vlahovic, oggi come oggi è tante cose: un attaccante forte che fa la differenza nonostante alcuni passaggi a vuoto, un ragazzo emotivo che deve ancora trovare quella pace interiore capace di migliorarne il rendimento, un calciatore che conosciamo bene ma nel contempo con un ceiling ancora complicato da definire. Oggi, rispetto al passato, la differenza può farla più che mai il contesto: Dusan non deve più cantare e portare la croce, al contrario deve svestire i panni del martire e calarsi solo e solamente in quelli di attaccante della Juve, con tutte le sue sfaccettature.
Un esempio positivo lo ha già in squadra: Manuel Locatelli, dato per perso ad alti livelli, era in realtà un calciatore mortificato e appiattito da una squadra che tendeva a snaturarlo, mentre ora è tornato ad essere un centrocampista di alto livello e ha ritrovato la nazionale. Con i suoi tempi e con i suoi modi, Vlahovic ora ha il dovere di fare lo stesso percorso: soltanto il tempo, quello giusto, ci dirà se il serbo potrà aspirare al gotha del ruolo o se rimarrà sempre schiavo, almeno parzialmente, dei suoi limiti e delle sue insicurezze.
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