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Forlán tennis
, 18 Novembre 2024

Diego Forlán il tennista


Alcune riflessioni sull’esordio nel circuito ATP dell'ex fuoriclasse uruguaiano Diego Forlán.

Nella settimana delle Nitto Atp Finals di scena all’Inalpi Arena dell’iper pubblicizzata Torino “capitale dello sport”, i cortocircuiti tra calcio e tennis sono all’ordine del giorno: Giorgio Chiellini che esulta in tribuna per un punto di Jannik Sinner; Massimiliano Allegri che incrocia il numero 1 del mondo a fine match regalando vagonate di materiale memetico; Nicolò Fagioli in borghese – capello gellato e outfit da sera – che fa qualche palla con Stefanos Tsitsipas da sparring partner d’eccezione.

Tra le mille e una convergenze che popolano il nostro feed sui social – ci siamo forse già dimenticati di Tsitsipas genoano che calcia rigori al Ferraris, non ancora del riesumato The Undertaker fotografato con la terza maglia del Grifone – il debutto in un torneo di tennis professionistico di un ex calciatore professionista ci è sembrato sulle prime uno scenario credibile, la controparte reale, autentica, dell’obsolescenza programmata di tanti crossover promozionali. Sapevamo da settimane che Diego Forlán avrebbe partecipato al Challenger 100 di Montevideo, Uruguay, in coppia con l’argentino Federico Coria, oggi n. 101 del ranking. La notizia è stata rilanciata ovunque ben prima dell’effettivo debutto dell’ex attaccante di Manchester United e Atlético Madrid e la sua popolarità ha finito per concentrare un certo hype intorno a un evento altrimenti anodino.

Poi l’attenzione per Diego Forlán versione wannabe tennista si è sciolta con la rapidità con cui era montata. Eravamo davvero interessati a seguire un match di doppio di qualità ambigua di scena nell’emisfero australe sull’argilla del Carrasco Lawn Tennis Club solo perché ci avrebbe giocato un famosissimo quarantacinquenne con una storia di eccellenza calcistica alle spalle? O dopotutto avevamo già appagato la nostra curiosità a breve termine scartabellando qualche foto dell’uruguaiano con la racchetta in pugno e i calzettoni sporchi di terra rossa?

Alla fine nella notte italiana tra il 13 e il 14 novembre Forlán e Coria sono stati sbaragliati 6-1 6-2 in un’ora di gioco dalla coppia boliviana Arias/Zeballos. Così la sconfitta di Forlán è apparsa per dovere di cronaca in qualche modesto trafiletto, e il nostro sguardo è tornato a essere calamitato dal Master torinese. Eppure la (dis)avventura tennistica dell’ex numero 10 della Celeste, il cui amore per il tennis parte da lontano, fin dagli aneddoti sui match di doppio giocati da bambino con Maradona, offre svariati spunti che vanno ben oltre la fredda cronaca del primo turno dell’Uruguay Open.

Proviamo ad affrontarli in ordine sparso. Forlán che gioca a tennis è innanzitutto un esempio di sconfinamento agonistico. Abbiamo ancora negli occhi il suo stile iconico ai Mondiali in Sudafrica (i capelli tenuti dalla fascetta, le Adidas F50 nere con sottili strisce gialle, la fascia di capitano al braccio) e ora lo vediamo colpire palline su un campo più piccolo del solito, che non è verde ma rosso, senza più il pallone tra i piedi. Sono vibrazioni simili a quelle che ci regala Usain Bolt che sfreccia su un campo da calcio con la maglia dei Central Coast Mariners per depositare in rete con movenze alla Peter Crouch. O Valentino Rossi, che scende dalla mitica Honda RC211V Repsol per testare a Fiorano la Ferrari F2004 di Schumacher. E ancora Petr Čech, senza caschetto ma con casco metallico, che para dischetti imprendibili da portiere di hockey su ghiaccio.

Petr Čech sembra essere un ottimo portiere anche sui pattini da ghiaccio.

Non è semplice capire perché queste immagini esercitino su di noi un certo fascino, soprattutto in un periodo in cui parte dell’opinione pubblica sembra ipersensibile a determinate forme di eclettismo, marchiate subito come invasioni illegittime in un mondo a compartimenti stagni — conosciamo tutti la cattiveria riservata ad alcuni cantanti che prendono posizione a livello politico, o a certi influencer che con merito riescono a ritagliarsi uno spazio al cinema o in televisione.

Di certo c’è che per gli sportivi la cosa pare funzionare esattamente all’opposto. Da un lato c’è il piacere sottile – qualcosa di più vicino alla soddisfazione di un capriccio che a un appagamento vero e proprio – di unire due mondi normalmente separati per vedere di nascosto l’effetto che fa. In età barocca, l’intellettuale Emanuele Tesauro teorizzava in termini analoghi la meraviglia prodotta dalla metafora nel suo Il cannocchiale aristotelico. Ma non è solo questione di rovesciare di colpo uno schema ben consolidato, un paradigma interiorizzato. Negli anni in cui si discute sempre più di multiverso anche in ottica scientifica, un motociclista su una monoposto e un calciatore che colpisce di rovescio ci attirano perché tratteggiano scenari che avrebbero potuto verificarsi, ma che per qualche congiunzione astrale non l’hanno fatto. È il principio alla base di caroselli Instagram molto popolari come questo della pagina Classic Football Shirts, che raccoglie foto di calciatori immortalati dopo uno scambio di maglie: Alessandro Del Piero in rossonero, Lionel Messi al Franchi con la maglia della Fiorentina e Andrea Della Valle sullo sfondo. Forse da qualche parte dell’universo c’è un mondo in cui l’adolescente Diego Forlán ha preferito il tennis al calcio e in carriera ha vinto otto volte Montecarlo, oppure uno in cui Jannik Sinner colleziona Slalom giganti e nel tempo libero fa qualche palleggio con Nick Kyrgios.

In questo gioco di combinazioni e potenziali incastri l’associazione calcio-tennis appare tra le più ricorrenti. Il binario che unisce lo sport di squadra più popolare al mondo allo sport individuale per eccellenza («così maledettamente solitario», per dirla con Agassi in Open) è quasi sempre percorso in una direzione, ovvero dal calcio al tennis, più raramente in senso contrario. Sono molti i calciatori professionisti che a fine carriera hanno imbracciato la racchetta: Paolo Maldini, Yoann Gourcuff, Ronaldo il Fenomeno solo per citare i più noti. E ovviamente Forlán, che prima dell’esperienza a Montevideo aveva preso parte a cinque tornei ITF per over-45, raggiungendo la finale nel torneo MT400 di Asuncion, Paraguay.

Da un punto di vista strettamente tecnico il legame tra i due sport è piuttosto sfuggente, e non è immediato capire perché in tanti transitano dal calcio professionistico al tennis amatoriale. Al netto della necessità di uno standard atletico di un certo livello, soprattutto da un punto di vista cardio-respiratorio (a dire il vero prerequisito di quasi tutti gli sport esistenti), calcio e tennis differiscono molto nella dinamica del movimento dell’atleta verso la palla. Come sa chiunque abbia praticato entrambi anche a un livello infimo, la conduzione palla al piede richiesta dal calcio (il movimento costantemente verso il pallone) è diametralmente opposta alla ricerca della pallina nel tennis, che di norma richiede di colpire con i piedi ben piantati per terra (come per spingere un ostacolo). Non a caso gli ex calciatori appaiono a disagio soprattutto nel footwork, a tutti i livelli: da Ronaldo Nazario che riceve consigli da Patrick Mouratoglou all’attaccante di terza categoria leggermente sovrappeso che gioca al circolo del tennis di paese.

Con buona pace di un imperfetto gioco di piedi, Diego Forlán ha offerto all’esordio nel circuito ATP con Coria una prestazione tutto sommato onesta (parliamo pur sempre di un quarantenne opposto a doppisti professionisti, n. 87 e 88 del mondo), anche se francamente impietosa nel ricordarci l’abisso esistente tra un discreto professionista e un buon dilettante. Forlán si è disimpegnato bene soprattutto a rete, potendo contare su Coria al servizio e in posizione di risposta. I limiti del suo tennis sono apparsi invece evidenti da fondo campo: al servizio (che tirava nel migliore dei casi sui 140 km/h) era costantemente investito dalla risposta dei suoi avversari, nello scambio appariva inerme, semplicemente incapace di sostenere più di due o tre colpi di fila.

Guardare gli highlights estesi della partita su YouTube è un’esperienza curiosa ma a suo modo malinconica, un pendolo che oscilla pericolosamente tra la noia e il cringe. Forlán che smasha tre metri fuori dal campo. Forlán colpito al corpo. Forlán che abbozza una volée che rimbalza nel suo campo. Forlán che serve una prima telefonatissima, lenta e centrale, su cui Zeballos si avventa senza sforzo apparente, un adulto che gioca contro un dodicenne. Forlán che fa un punto per miracolo e la folla lo applaude con un entusiasmo sorprendente, sproporzionato. Forlán che colpisce il dritto con una preparazione più ampia di quella di Cameron Norrie, e il braccio destro si apre verso destra come un arto a sé stante prima dell’impatto con la pallina. Forlán che tira di rovescio con una tecnica al cui confronto una qualsiasi fotografia di Medvedev in azione sarebbe da appendere al Louvre. Forlán che in qualche modo supera la rete permettendo a Coria di chiudere il punto ed esultare come se fosse al Roland Garros.

Sarebbe facile, ma ozioso e forse anche indelicato, rimpinguare l’elenco e continuare, per così dire, a sparare sulla Croce Rossa. Dopotutto lo stesso Forlán considera la sua partecipazione al torneo un’esperienza unica e indimenticabile, che dice di aver accolto come «un privilegio». Tutto è stato possibile grazie all’opera di mediazione del tennista uruguaiano Ignacio Carou, amico comune suo e di Coria, e soprattutto grazie al direttore del torneo Diego Perez, che gli ha concesso la wild card necessaria per partecipare.

Chi siamo noi per sottolineare l’inadeguatezza di Forlán in un contesto di livello professionistico? C’è davvero bisogno di farlo? Siamo di fronte, in fondo, a un’intelligente operazione di marketing che ha fatto felici più parti: il giocatore, che ha coronato il sogno d’infanzia di «sentirsi almeno per un giorno un vero tennista»; il torneo, che ha ricevuto un gradito boost di introiti e di popolarità; gli appassionati, che hanno potuto cogliere in filigrana cosa sarebbe stato Diego Forlán se avesse perseguito una carriera nel tennis: nel migliore dei casi un insidioso pallettaro mancino, un cagnaccio da terra battuta e garra charrúa, non certo un Rafa Nadal, ma forse un Federico Delbonis, magari un Albert Ramos-Vinolas.

Tutto è bene quel che finisce bene, insomma. E pace se non sono mancate le critiche all’indirizzo degli organizzatori (“Perché non assegnare la wild card a un giovane di talento che l’avrebbe realmente meritata?”) e se sui social sono in tanti a fare della facile ironia sul tennis di Forlán. Il mondo va avanti, con ogni pezzo al posto giusto. Forlán continuerà la sua carriera ITF e non vincerà mai Montecarlo. Jannik Sinner per fortuna ha scelto di giocare a tennis abbandonando lo sci. E se Valentino Rossi avesse debuttato in Formula 1 non ci sarebbero mai state Welkom 2004 e Catalunya 2009.

Quel che succede negli universi paralleli, in fondo, non è affar nostro. Ma ci piace pensare che in una galassia lontana lontana, una in cui le metafore del barocco non sono mai arrivate, un vostro omologo marziano stia leggendo su Sportellate di portiere d’auto, sinistri stradali e vernici metallizzate.


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