
8 Spicchi #1 - I Cleveland Cavaliers volano
L'imbattibilità dei Cavs, la tragedia di Milwaukee, gli infortuni a Dallas: l'NBA, di settimana in settimana.
Benvenuti su 8 Spicchi, la rubrica che uscirà ogni settimana per raccontarvi le cose più importanti e interessanti successe in NBA, la lega cestistica più affascinante al mondo. La struttura è molto semplice: quattro o cinque avvenimenti degni di nota e relativo commento. Buona lettura e buona NBA a tutti!
Che Cavs!
Ok, quest’inizio di stagione probabilmente non se lo aspettava nemmeno il più grande tifoso dei Cleveland Cavaliers. In offseason non è arrivato alcun giocatore, eppure la squadra è passata dal quarto posto della stagione precedente (con più che ombre che luci) a un incredibile avvio con dodici vittorie su dodici partite giocate. Che cos’è cambiato? Innanzitutto, il coach. Andato via J.B. Bickerstaff, è arrivato al suo posto Kenny Atkinson, reduce da tre stagioni nello staff di Steve Kerr a Golden State. Ha cambiato il volto della squadra, ha rivoluzionato l’attacco e, soprattutto, ha finalmente trovato una dimensione ad Evan Mobley. Quello che sorprende è che Donovan Mitchell, la superstar della squadra, non stia nemmeno viaggiando a cifre incredibili, anzi. Non che stia andando male, ma sta segnando 23.7 punti di media a partita, la cifra più bassa dal suo primo anno in NBA. Il netto miglioramento, invece, è arrivato - per l’appunto - da Mobley, che viaggia con una media intorno ai 18 punti, 8.8 rimbalzi, 1 palla rubata e 1.7 stoppate a partita. Numeri stratosferici, sia in attacco che in difesa.
Kenny Atkinson è sempre stato un genio offensivo, ma a Cleveland si sta davvero superando: i Cavs sono primi per offensive rating (media punti segnati a partita), per rapporto turnover-assist, per tiri dal campo fatti a partita, per percentuale dal campo e per percentuale da tre punti. Hanno un attacco strabiliante che sta mettendo dei numeri irreali e, se il problema sembrava poter essere rappresentato dalla difesa, attualmente i limiti nella propria metà campo non stanno facendo danno. Che i Cavaliers possano essere una presenza importante o meno ai playoff è ancora da vedere, ma oggi hanno un roster solido e con i dovuti aggiustamenti tramite il trade market possono davvero diventare una pretendente al titolo. Come già detto, al momento sono in vetta alla Eastern Conference grazie ad un rullino di marcia perfetto di 12-0 e non sembrano avere alcuna intenzione di fermarsi.
Hous... ehm, Milwaukee, abbiamo un problema.
Un disastro, un autentico disastro. Che Milwaukee non fosse una schiacciasassi lo sapevamo, ma è incredibile pensare che si trovi al penultimo posto della NBA Eastern Conference con solamente due vittorie ottenute in dieci partite. Il loro attacco è tragico, partiamo dai numeri: i Bucks sono diciannovesimi per offensive rating, sono la quarta squadra che produce meno assist, quella che prende meno rimbalzi offensivi e sono anche la seconda squadra che effettua meno tiri dal campo. Doc Rivers è uno dei principali responsabili, ma c’è anche un problema legato all'atteggiamento delle due superstar Giannis Antetokounmpo e Damian Lillard. Partiamo da quest’ultimo: Dame aveva espressamente richiesto a Portland di voler andare a Miami, ma Cronin ed il Front Office dei Blazers non l’hanno mai accontentato. Lillard è finito in Wisconsin e probabilmente si trova in un posto in cui non sarebbe mai voluto essere. L’attacco dei Bucks è statico: qualche pick and roll di Lillard, qualche penetrazione di Antetokounmpo (che non accetta di giocare senza palla) e role player che sembrano lì giusto di contorno e perché sono obbligati.
Le assenze dei Mavs
Hanno perso Derrick Jones? Vero. Hanno aggiunto Klay Thompson allo starting five rinunciando a qualcosa in difesa in favore di un tiratore migliore ed un attacco più esperto? Vero. Il problema dei Dallas Mavericks, però, fino a qui non è stata la difesa. O meglio, in parte. I texani hanno dovuto fronteggiare due assenze cruciali, quella di Dereck Lively e quella di PJ Washington. In un colpo solo si son ritrovati senza il loro migliore rim protector e senza la loro ala più forte nel difendere sui giocatori avversari. Questo ha portato Dallas a dover reinserire nelle rotazioni Dwight Powell, un giocatore dalla grande professionalità e che mette sempre un grandissimo impegno sul parquet. I problemi, però, sono molteplici: innanzitutto è undersized, vale a dire che sembra più un’ala grande piuttosto che un centro, e successivamente l’infortunio al tendine d’Achille che ha subìto nel 2020 gli ha fatto perdere tutto l’atletismo che aveva. Non sarà mai un’alternativa valida a Gafford o a Lively. Senza PJ Washington, inoltre, Dallas è costretta a dover rinunciare a far giocare Naji Marshall in uscita dalla panchina, perdendo un pezzo importantissimo per la second unit. Resta confusione poi sul ruolo di Quentin Grimes, il quale era arrivato in offseason come 3&D che potesse sostituire Josh Green, ma per il momento ha trovato poco spazio in NBA. Che sia una scelta politica dettata dal mancato accordo per l’estensione contrattuale? Non lo sappiamo, ma il suo impiego rimane un grosso punto di domanda per i Mavericks. Non c’è quindi da premere alcun panic button, appena Dallas riuscirà ad avere nuovamente il roster al completo tornerà ad essere la contender che è.
Il ritorno della NBA Cup
Torna il torneo di metà stagione, e con esso fanno ritorno anche i campi psichedelici tanto amati da alcuni e tanto criticati invece da altri. Anche il format del torneo è rimasto invariato: le trenta squadre sono divise in sei gironi da cinque squadre ciascuno, ci si gioca tutto in quattro partite e accedono alla fase finale le prime di ogni girone più le due migliori seconde (una da ciascuna conference). Ai quarti le squadre con i migliori record nella fase a gironi ottengono il fattore campo, mentre semifinali e finale di disputeranno come l’anno scorso a Las Vegas. Con questa struttura della competizione ogni partita è fondamentale ai fini della classifica del girone e vincerle tutte diventa quasi imperativo per assicurarsi il primo posto.
Diamo un’occhiata alla composizione dei gironi: a Est nel girone A i Knicks sulla carta sono i favoriti per il passaggio ai quarti, ma attenzione al ritorno in campo di Embiid per i Sixers, che senza il nativo di Yaoundè hanno mostrato di non poter assolutamente essere competitivi, ma con il loro leader in forma chissà. Nonostante l’avvio disastroso i Bucks rimangono favoriti per la vittoria del gruppo B secondo i bookmakers. A inseguire ci sono i Pacers di Haliburton, vera e propria rivelazione della scorsa edizione di NBA Cup, dove riuscirono a conquistare la finale poi persa contro i Lakers, e i Miami Heat di Jimmy Butler, che sappiamo essere in grado di accendersi quando il gioco si fa duro. Nel girone C invece la sfida è tutta tra Celtics e Cavs: lo scontro diretto fra queste due rischia quindi di essere decisivo, anche se non è da escludere il fatto che possano entrambe raggiungere la fase a eliminazione diretta.
A Ovest sarà una vera e propria battaglia: non è un segreto, ad oggi la concentrazione di talento fa pendere l’ago della bilancia inevitabilmente dalla parte della costa occidentale. Nel girone A Minnesota appare favorita, con i Kings subito dietro, mentre il girone B vede di fronte le due migliori squadre della Western Conference in questo inizio di stagione: i Thunder e i Suns. Entrambe però hanno perso due elementi importanti: gli infortuni di Durant e soprattutto quello di Chet, rischiano di condizionare la loro corsa alla NBA Cup. Ecco che allora potrebbero inserirsi i Lakers, anche loro però alle prese con un AD tutto da valutare. Il girone C è il vero girone di ferro di questa edizione ed è quello che promette più spettacolo: Nuggets, Mavs, Warrios e Grizzlies sono pronti scoprire le loro carte. Non si può sbagliare: ogni passo falso potrebbe costare molto caro.
L’ultra small-ball di OKC
A seguito del brutto infortunio rimediato da Chet Holmgren all’anca nella gara di domenica sera contro gli Warriors, Mark Daigneault e i Thunder si ritrovano di fronte a un serio problema: non ci sono più lunghi. Chet verrà rivalutato tra 8-10 settimane, mentre Hartenstein eJaylin Williams sono ancora indisponibili. Così lunedì sono scesi in campo contro i Clippers con un quintetto talmente piccolo che Shai Gilgeous Alexander, che di mestiere farebbe il playmaker, si è ritrovato ad essere il più alto in campo della propria squadra, nonostante sia soltanto, si fa per dire, un metro e novantotto. Questo non gli ha impedito di mettere in piedi una gara da 45 punti, 9 assist e il 62% dal campo che ha schiacciato Harden e compagni e ha regalato la nona vittoria nelle prime undici partite a OKC.
Il problema però rimane e nel giro di una settimana Oklahoma si ritroverà di fronte tre clienti non proprio semplicissimi: prima i Suns, poi i Mavs e infine i San Antonio Spurs di Victor Wembanyama. E chi lo marca quello? C’è da dire anche che i principi del sistema di OKC hanno trasmesso alle guardie e agli esterni compiti che sono tradizionalmente relegati ai big men, come portare il blocco e poi rollare in situazioni di pick&roll tra due piccoli, ma non so se coach Daigneault sia così contento di essersi ritrovato forzato a mettere in campo quello che è stato già soprannominato micro-ball
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