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The Substance
, 6 Novembre 2024

The Substance è già un cult dell'horror


The Substance è un body horror al femminile, orgogliosamente ripugnante e pieno di citazioni.

Da subito, il pubblico di The Substance è apparso suddiviso in due categorie: chi lo ha apprezzato, comunque sentendosi forte di uno stomaco - per così dire - diverso, e chi lo ha allontanato, spesso rifiutandosi di accettare i caratteri più viscerali del body horror. Perché, prima di descrivere cosa c’è dentro The Substance, opera prodotta da una A24 ormai incapace di sbagliare un colpo, sono necessarie almeno un paio di precisazioni. Si deve partire da come il film sia un assolo di corpi femminili, molto belli e sempre meno attraenti, sempre più altro e altri, doppioni tra loro. Allo stesso tempo, sono sempre più forti nella loro centralità, nel loro rapporto, nel loro significato. E poi, non si può non segnalare come la pellicola sia costituita da un gran crescendo di pelli, di siringhe, di organi, di colonne vertebrali, di deformazioni, di ferite, di squarci e di esplosioni cutanee, di rotture della genetica, di emorragie e (spesso concettualmente) di muscoli capaci di avvilupparsi intorno ad altri muscoli. I parallelismi con il cinema di stampo “cronenberghiano” non compaiono, dunque, per un caso. Lo “schifo” della corporeità torna e ritorna sullo schermo, ed è qualcosa che non si può non riscontrare o far finta di aver trovato marginale. Anche perché, in effetti, il film ruota intorno al senso del corpo e, di base, critica oltre che mostrare un sangue copioso.

La regista di The Substance è la francese Coralie Fargeat, al suo secondo lungometraggio dopo Revenge (2017) e, alla ricerca di due personaggi femminili di cui uno sia il duplicato dell'altro, trova il supporto di alcune scelte particolarmente felici messe a segno dal casting. Ad esempio, al grande pubblico è noto come, ormai da qualche anno, Demi Moore faccia fatica a trovare ruoli significativi in opere di rilievo. Un po’ per una popolarità calata progressivamente dagli anni 2000 in poi, un po’ per responsabilità di un cognome che è sembrato appassire agli occhi dell’industria cinematografica. Crudelmente, Coralie Fargeat decide di vestirla del ruolo di Elisabeth, celebre attrice che, raggiunti i cinquant’anni (qui il confronto con la dimensione filmica è maligno, perché non si tratta dei ben “sessantuno” della Moore), resta ai margini del mondo dello spettacolo, senza più ricevere attenzioni. L’esperimento riesce poiché, ancor prima che sullo schermo, vale sotto un piano ulteriore, con Demi Moore incastrata in un meta-ruolo a ricalcare l'andamento della propria carriera. I contorni tra interprete e personaggio inizialmente sembrano non potersi distinguere, mentre se ne avvertono immediatamente i parallelismi Successivamente, si vede Elisabeth prestare il proprio corpo interamente al servizio della fotografia, a favore di tutte le sue forme, spesso nudo. È qui che si intende come, anche sotto un piano emotivo, ci possano essere ulteriori sorprendenti assonanze: Demi Moore, infatti, accetta di rivelarsi senza veli, e la sua prova attoriale arriva a emanare un grido di rabbia contro chi, colpevolmente, si sarebbe dimenticato di lei. Delle sue capacità attoriali, ma anche della sua fisicità, coincidendo nuovamente con la psiche del proprio personaggio.

Allo stesso modo, sull’altro lato della medaglia c’è Margaret Qualley che - c’è poco da domandarsi - nei prossimi anni sarà ancor di più una star. Probabilmente, si trova soltanto in attesa di un ruolo giusto dopo le indimenticabili performances di Povere creature! e di Kinds of kindness, dai tempi piuttosto contenuti sullo schermo ed entrambe sotto la supervisione di Yorgos Lanthimos, ma soprattutto dopo la prova offerta in C’era una volta… a Hollywood di Tarantino. In ogni caso, il discorso del meta-ruolo vale anche per Margaret Qualley, dato che le vengono assegnate le spoglie di Sue, nuovo volto della televisione e “fidanzata d'America”, pronta ad incrementare il proprio successo ed a farsi strada nel mondo delle celebrities. Qui la contrapposizione con la declinante Elisabeth di Demi Moore trova vita semplice, con i due corpi costretti ad alternarsi per l'arco dei 140 minuti. In realtà, da subito si scopre come le due donne siano la stessa persona, ed è attraverso The Substance, una misteriosa droga, che Elisabeth sceglie di essere matrice dell'altro corpo, copia nata dalla schiena della donna “vecchia”, ovvero un duplicato capace di corrispondere perfettamente alle pressioni imposte all'attrice. Ma, a costo di vivere da Sue all'insaputa degli altri, la donna deve accettare di intervallare la propria presenza giovane con quella di Elisabeth, giungendo ad una naturale crisi d'identità. Se, sotto la guida di Tarantino, Margaret Qualley inscenava un personaggio grandioso, contemporaneamente era anche obiettivo dell’orgoglioso feticismo del regista di Pulp fiction. Non è un caso che, tra tutte le sequenze con Margaret Qualley in C’era una volta… a Hollywood, quella rimasta più impressa nell’immaginario collettivo mostri la pianta dei suoi piedi sporchi, anneriti, schiacciati sul parabrezza di un’auto, distesi per molti e molti secondi. Può sembrare una forzatura ma, già nella prima scena in cui Margaret Qualley si mostra in The Substance, la fotocamera resta sui suoi piedi. In realtà, è una scelta che va in direzione di un manierismo che si snoda in maniera dominante per tutto il film: si tratta di un citazionismo di scene riproposte, frames di quadri rubati e reinterpretati da altre pellicole. Fino alla fine, i fotogrammi manieristi saranno tantissimi: da Carrie - Lo sguardo di Satana a The Elephant Man (si sente anche pronunciare: “È un mostro!”), dalle palme losangeline di Mulholland drive o dalla riga gialla che separa la railroad di Strade perdute fino al pollo di Eraserhead (proprio Lynch ritorna spesso), da American beauty a Society, da Shining a 2001: Odissea nello spazio, dalla siringa con annesso sangue dal naso di Pulp fiction fino a toccare un po’ tutto del cinema di Cronenberg (il richiamo alla “carne” è, seppur riuscito, forse abusato nella sua equivalenza). E ancora, sarebbero tanti altri i casi di un citazionismo, probabilmente, esagerato.

È forse proprio per aggiungere questa tipologia di omaggi che The Substance ripete qualche contrasto nel mezzo e, rispetto alle disamine lucidissime di un illustre collega come proprio David Cronenberg, perde qualcosa in lucidità e concettualità ed, inoltre, non crede mai di poter risultare davvero “profetico”. Eppure, allo stesso tempo non va mai vicino a smarrire i propri simboli, i propri corpi e la sua spettacolarità corrotta, in linea con il genere. Proprio il finale corre in questa direzione quando, nel mezzo di un crocevia importante, il film si affida alle regole del body horror genre, riconoscendo di aver già trasmesso i propri concetti. Nonostante ciò, il messaggio di Coralie Fargeat passa immacolato, e il film è veicolo di denuncia verso quella società che trascina le donne dentro un meccanismo pervertito: spinte alla costante ricerca delle forme corrette, viste come vittime delle età, rese consapevoli di come il tempo sulla loro pelle sappia gravare, di come intacchi le loro ambizioni. Di come i minuti su di loro si facciano pesanti e di come i giorni, per loro più che per altri, scorrano maledettamente. Ma anche di come possano trovarsi privilegiate per poco, appena per qualche annata, se giovani e pari agli standard richiesti dall'ambiente esterno. Il produttore misogino interpretato da Dennis Quaid, padre di tutte le decisioni legate alla presenza o meno di Elisabeth o di Sue sullo schermo, ne è la perfetta rappresentazione. Un uomo che mangia i gamberi con le mani, inzuppando i molluschi in una salsa, masticando a bocca aperta, rozzo e dai modi nauseanti, incapace di dare spiegazioni schiettamente. Anche perché la realtà è che si riserva di scegliere le prossime dive d’America esclusivamente in base all'aspetto fisico. Per evidenziare tali componenti, il film utilizza inquadrature strettissime stringendo laddove non vorremmo vedere, con lo scopo di disgustare. Diversamente, si sa tingere di un cromatismo di colori vivaci che circondano il mondo dello spettacolo, per poi avvalersi dell’uso di bianchi accecanti (il bagno, la doccia ad esempio) per far risaltare l’immancabile debolezza dei due corpi femminili.

Infine, non si può non rimanere colpiti da un paio di scelte volutamente iperboliche: ad esempio Sue, da antitesi di Elisabeth, è talmente giovane e forte da riuscire a buttare giù le proprie pareti casalinghe attraverso l'utilizzo di martelli e trapani, con assoluta maestria e semplicità. Al contrario, Elisabeth è talmente vecchia e superata da non avere una sola persona accanto nella propria vita, trascorre ogni giornata in totale solitudine. In più, risulta emblematica la scena che vede la cinquantenne, in seguito al trattamento lavorativo ricevuto, che prova ad agghindarsi in tutti i modi possibili davanti allo specchio. Bloccata in tutta la sua presenza, resta imponente e maestosa, eppure insicura, fino a quando desiste e sceglie di rimanere a casa, giudicando di essere impresentabile anche per gli occhi di un certo Fred (uomo qualunque secondo l’ottica della pellicola, ma è anche l'unico a tentate di avvicinarsi all'attrice decaduta). Sarebbe stato splendido se Elisabeth, prima del finale, avesse deciso di mettersi alle spalle la giovane Sue per dedicarsi a Fred, alla sua età matura. Sarebbe stato un contenuto del tutto differente, che avrebbe dato risalto ai valori della vita e alla necessità di essere amati, e sarebbe stato - per me - dolce e bellissimo, ma assolutamente fuori dai canoni del genere stabilito. Invece, The Substance tenta di essere davvero ripugnante, e ci mostra un'attrice che non può far altro che invidiare le colleghe giovani ed il proprio passato, ed è per forza pronto a diventare una pietra miliare horror perché, per una rara volta, un film che fa sue scene disgustose e ributtanti sembra essere stato abbracciato dalla critica (già miglior sceneggiatura a Cannes), trovando una distribuzione vasta e incuriosendo già molti del pubblico, pur essendo un’opera che si veste di splatter e che, tra i tanti film a cui sembra somigliare, ricorda più di tutto un Dottor Jekyll e Mr. Hyde che vuole dirci qualcosa sul mondo femminile.


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