
La lotta intestina tra FIGC e Lega Serie A
Un riassunto della guerra in corso tra la FIGC e la Lega Serie A.
Forse per gli scambi dialettici tra Gabriele Gravina - presidente della FIGC - e Lorenzo Casini - presidente della Lega Serie A - o forse per un resoconto dell’assemblea federale andata in scena l’ultimo 4 novembre, è molto probabile che vi siate imbattuti in notizie su ciò che sta accadendo nelle stanze dei bottoni del pallone, magari in riferimento al cosiddetto "emendamento Mulé". Tuttavia, leggendo dichiarazioni e controdichiarazioni, comunicati stampa e accuse vicendevoli, è molto difficile raccapezzarsi sui contorni di questa disputa che potrebbe essere cruciale per il futuro del calcio italiano. Cosa sta succedendo davvero? Se avete il piacere di dedicare dieci minuti delle vostra giornata a questo articolo, proveremo a spiegarvelo nella maniera più chiara possibile.
Partiamo dal principio. In seguito alla disfatta della nazionale italiana contro la Svizzera agli ultimi Europei, datata 29 giugno, le pressioni politiche su Gabriele Gravina si sono fatte sempre più pesanti, in primis da parte del Ministro dello sport Andrea Abodi - “mi ha sorpreso la ricerca di responsabilità altrui” chiosò lui - e del presidente del CONI Giovanni Malagò: “l’aria si è fatta irrespirabile”, disse quest’ultimo in merito alla situazione istituzionale del calcio italiano. Gabriele Gravina, in carica ormai dal 2018, l'1 luglio, con il cadavere della Nazionale ancora caldo, decise provare a calmare le turbolenze di quei giorni convocando elezioni anticipate per il successivo 4 novembre, nonostante il suo mandato scadesse più di quattro mesi dopo, a marzo 2025, e non specificando se si sarebbe ricandidato o meno. Una mossa macroniana che da un lato gli ha consentito di raffreddare, almeno parzialmente e temporaneamente, l’atmosfera rovente di quei giorni e che dall’altro, invece, è servita per provare a mettere in subbuglio i suoi avversari, costretti a trovare un candidato credibile e riorganizzarsi intorno a lui in poco più di 100 giorni.
Un piano ben strutturato e allo stesso tempo una mossa politica caparbia e azzardata, che però ha immediatamente trovato un grosso ostacolo sulla sua strada. L’11 luglio, infatti, è stato infatti approvato il già menzionato emendamento di Giorgio Mulè - deputato di Forza Italia e vicepresidente della Camera - al decreto legge 71/2024 su sport, scuola e ricerca, che ha costretto la FIGC a trasformare l’assemblea del 4 novembre in un’assemblea per riformare lo Statuto federale di conseguenza e a rinviare a data da destinarsi le elezioni. L’emendamento Mulé, nel suo comma 1-bis, prevede che "le leghe sportive professionistiche hanno diritto a un’equa rappresentanza negli organi direttivi delle federazioni sportive nazionali di riferimento, che tenga conto anche del contributo economico apportato al relativo sistema sportivo". In soldoni: più paghi e più sei importante.
Il testo originario, in realtà, avrebbe avuto conseguenze ancora più pesanti, poiché stabiliva che la Lega Serie A, oltre a quanto già detto, dovesse avere un diritto di veto sulle decisioni della FIGC che la riguardavano. Inoltre, garantiva alla stessa Serie A la possibilità di ricorrere immediatamente alla giustizia amministrativa senza passare prima da quella sportiva. Una rivoluzione che UEFA e FIFA avrebbero ritenuto inaccettabile, dal momento che avrebbe minato l'autonomia della Federazione, come infatti hanno chiarito in una durissima lettera congiunta inviata alle istituzioni calcistiche italiane il 9 luglio 2024. Nella lettera, FIFA e UEFA hanno fatto presente alla FIGC che, alla luce dei loro regolamenti, questo nuovo assetto di potere avrebbe potuto comportare la sospensione della stessa FIGC dagli organismi internazionali e la conseguente estromissione dell’Italia dall’organizzazione di EURO 2032. Così, due giorni dopo, nonostante l'on. Giorgio Mulè abbia negato una qualsiasi influenza delle "minacce" arrivate da Zurigo e Nyon, l’emendamento è stato approvato in versione ridotta.

L’emendamento, dicevamo, ha comportato (tra le altre cose) una modifica dei piani del presidente Gravina, che avrebbe voluto risolvere il prima possibile la pratica sulle elezioni e che invece ha dovuto affrontare prima di tutto la questione della riforma dello Statuto. In teoria, una manna dal cielo per l'opposizione capeggiata dal presidente della Lega Serie A Lorenzo Casini, dal presidente della Lega Serie B Mauro Balata e, ça va sans dire, dall'onnipresente ed onnipotente Claudio Lotito. In teoria, per l’appunto, perché in pratica sono seguiti tre mesi di trattative andate a vuoto che non hanno portato a niente se non a un acceso scontro dialettico tra le parti. La proposta di Gravina per adeguarsi all’emendamento Mulé prevedeva una modifica dei pesi nel Consiglio Federale (composto da ventuno consiglieri più il presidente federale) così strutturata:
- la Serie A passa da 3 a 4 consiglieri e aumenta il peso elettorale in Assemblea Federale dal 12 al 18%
- la Serie B passa da 1 a 2 consiglieri e aumenta il peso elettorale in Assemblea Federale dal 5 al 6%
- la Lega Pro passa da 2 a 1 consigliere diminuisce il peso elettorale in Assemblea Federale dal 17 al 12%
- la Lega Nazionale Dilettanti mantiene 6 consiglieri e un peso elettorale in Assemblea Federale del 34%
- l’Assocalciatori mantiene 4 consiglieri e un peso elettorale in Assemblea Federale del 20%,
- l’Assoallenatori mantiene 2 consiglieri e un peso elettorale in Assemblea Federale del 10%
- l’Associazione Italiana Arbitri passa da 1 a 0 consiglieri e diminuisce il peso elettorale in Assemblea Federale dal 2 allo 0%
Poiché la Legge Melandri prevede un 30% obbligatorio per calciatori e allenatori e in virtù degli ottimi rapporti tra Gabriele Gravina e il presidente della Lega Nazionale Dilettanti Giancarlo Abete, a fare le spese dell’aumento di importanza di Serie A e Serie B sono state la Serie C, che verrà ricompensata con un aumento dei soldi derivati dalla mutualità, e l’Associazione Italiana Arbitri, che rinuncia al suo posto in Assemblea Federale e in Consiglio Federale in cambio, si dice, di una maggiore autonomia. Oltre a ciò, è stato stabilito per la Lega Serie A un diritto di veto sulle proposte che la riguardano direttamente, anche se la FIGC manterrà un diritto di contro-veto su alcuni temi specifici.
Questa proposta, però, non ha soddisfatto per nulla la Lega Serie A, che avrebbe voluto passare da 3 a 5 consiglieri, aumentando così il proprio peso elettorale fino al 20%. Un concetto espresso anche da Aurelio De Laurentiis, alleato di Lotito, che il 30 ottobre sul sito del Napoli ha ricordato come il forte contributo economico e fiscale portato dalla Serie A sia alla base dell’emendamento con cui Mulé dispone per la stessa una maggiore rappresentanza negli organi federali. Un comunicato che, comunque, si concludeva con una certa diplomazia e puntava chiaramente a non esacerbare troppo i rapporti con Gravina, che in passato venne incontro ad ADL sul tema delle multiproprietà. Il presidente federale, tuttavia, ha giudicato irragionevoli le richieste della Lega Serie A, che a sua volta non ha voluto scendere a compromessi. Lo stallo è dunque proseguito.
Fino ad arrivare al giorno della verità. L’assemblea Federale Straordinaria del 4 novembre, svoltasi all’hotel Hilton Rome Airport di Fiumicino, è iniziata con un durissimo intervento di Gravina: “nelle ultime settimane […] abbiamo assistito a riunioni - ufficiali e non - nelle quali il linguaggio, se non addirittura i concetti espressi, non si sono ispirati ad alcun tipo di fair play. […] Il calcio è un insieme di passioni, interessi e valori che non si possono ridurre sempre e per forza ad una mera lotta di potere” al quale ha prontamente replicato Casini, che, dal canto suo, ha ribadito le richieste della Lega Serie A e ha chiesto che il testo sul diritto di veto della Serie A su determinate decisioni venisse cambiato da “quello che riguarda esclusivamente la Serie A” a “quello che riguarda la Serie A”, con il fine di aumentare ancora di più l’autonomia.
Sulla stessa scia di Gravina, invece, gli interventi del presidente della Lega Pro Matteo Marani (“ho visto troppi personalismi, troppe crociate hanno portato il calcio italiano a sprofondare fino a un punto penoso”) e di Giancarlo Abete della LND: “non c'è più rispetto, il presidente Casini non ha avuto neanche l'ardire di ricordare che nella loro ultima proposta vengono tagliati il 10% della nostra rappresentanza e due consiglieri”. Alla successiva risposta di Casini “sono troppi anni che la Serie A è mortificata da decisioni adottate da altri contro la Serie A" dalla platea sono partiti dei “buuu”, a cui il presidente della Lega Serie A ha replicato comprensibilmente stizzito “e questa reazione è la conferma di quello che dico", avrebbe detto. Clima incandescente, insomma.
Si passa dunque alla votazione della proposta della FIGC, depositata il precedente 30 ottobre. Il 28 ottobre Gabriele Gravina a riguardo aveva detto che l’autonomia concessa alla Serie A dalla proposta effettuata andava oltre quella della Premier League. Da regolamento, qualora l’assemblea l’avesse approvata con il 50+1, non sarebbero state neanche valutate eventuali proposte alternative. I delegati accreditati per il voto erano 253 su 283 aventi diritto, per un totale di 416.69 voti su 516. Precisazione necessaria: in Assemblea Federale il valore del voto non è uguale per tutti ma è commisurato al valore dell’organismo rappresentato. Per esempio, il voto di ciascuno dei venti delegati della Serie A vale 3.10. La proposta, dicevamo, è stata approvata con 376.35 voti a favore (81,5%), 29.33 voti contrari (6.35%) e 46.40 astenuti (10.5%). Dalla parte di Gravina si sono schierati Lega Nazionale Dilettanti, Assocalciatori, Lega Pro, Assocalciatori e Serie B in ordine decrescente di peso elettorale.
Ciò che ha fatto più rumore, però, è stata la posizione della Serie A: a dispetto dei proclami della vigilia, soltanto otto società (secondo Calcio e Finanza Empoli, Genoa, Lazio, Milan, Monza, Napoli, Verona e Torino) hanno votato contro la proposta di Gravina, mentre le altre dodici (Atalanta, Bologna, Cagliari, Como, Fiorentina, Inter, Juventus, Lecce, Parma, Roma, Udinese e Venezia) si sono astenute, manifestando una chiara propensione al dialogo. Tradotto: per la prima volta da molto tempo, il blocco guidato da Lotito è in minoranza. Merito, o colpa, delle proprietà straniere: sette su nove di esse si sono schierate dalla parte di Gravina.
Adesso sarà proprio il presidente Lorenzo Casini a preoccuparsi seriamente: già a maggio scorso era stato pubblicamente attaccato da Inter, Juventus, Milan e Roma e adesso, sebbene abbia preferito minimizzare il significato politico delle astensioni, ha il posto a rischio. Già da tempo si parlava di una spaccatura interna alla Serie A che vedeva due fazioni contrapposte e Adriano Galliani nel ruolo di mediatore, ma ora la mancata unità d’intenti è stata anche “ufficializzata”. Insomma, il divide et impera di Gabriele Gravina sembra aver funzionato alla perfezione. Il presidente della FIGC ha saputo sfruttare gli ultimi mesi per sparigliare il campo rivale e, adesso, il suo prossimo obiettivo potrebbe essere guadagnarsi definitivamente il favore della Serie A grazie ai suoi alleati interni. Che, per quanto Lotito possa dispiacersene, esistono e ora sono anche in maggioranza.
La Serie A, comunque, ha già annunciato che farà ricorso contro la procedura dell’assemblea, ritenuta irregolare in quanto, sostengono i club, sarebbe dovuto essere stato nominato un commissario ad acta per applicare l’emendamento Mulé già per l’assemblea del 4 novembre, che invece si è svolta con i vecchi pesi elettorali. Si tratta in ogni caso di una questione tattica (seppur tutt’altro che irrilevante) più che strategica: la vera sfida strategica si è già giocata e a vincerla è stata la FIGC. Adesso ci si aspetta che Gravina, in seguito all’attesa dimostrazione di forza, annunci le sue intenzioni: è probabile che nei prossimi giorni confermi la sua ricandidatura e che si avvii a una facile vittoria in un’assemblea elettiva che si dovrà tenere tra gennaio e marzo dell’anno prossimo. Se invece - ma sembra un’ipotesi difficile - deciderà di passare la mano, a raccogliere il testimone potrebbe essere uno del suo campo, e in questo senso si parla di Marani e Abete come possibili candidati. Il campo rivale, invece, non ha trovato neanche un candidato di bandiera da contrapporre a Gravina, e anzi negli ultimi mesi ha solo fatto passi indietro, tra la perdita di potere, come abbiamo visto, di Lotito e Casini e anche quella di Balata, che pare stesse addirittura preparando la scalata alla FIGC ma che è stato sfiduciato dai membri della Serie B e che si avvia, piuttosto, a una mancata rielezione.
Giova ricordare che Gravina in questo momento gode di un peso politico enorme, essendo stato molto abile a sfruttare l’onda lunga dell’europeo vinto per resistere alla mancata qualificazione al Mondiale 2022, per ottenere l’Europeo 2032 insieme alla Turchia e per diventare vicepresidente della UEFA. E proprio queste ultime due conquiste gli forniscono un’autorevolezza tale da poter ambire ad assumere un ruolo sempre più predominante all’interno del calcio italiano, tenendo a mente che la FIGC, a differenza del CONI, non prevede un limite di mandati, anche se dal terzo mandato in poi è necessario non più il 50+1 dei voti bensì il 55%. Percentuale che, comunque, Gravina finora ha tranquillamente raggiunto e superato.
Tutto deciso, dunque? Forse non ancora, perché c’è un nuovo aspetto che potrebbe sparigliare le carte: l'indagine aperta sullo stesso Gravina, indagato per appropriazione indebita e autoriciclaggio in seguito al caso del dossieraggio: a giorni potrebbe arrivare il giudizio del Riesame, come riporta Storiesport sul ricorso di PM romani che hanno chiesto un sequestro cautelativo nei confronti del presidente federale. Qualora il ricorso venisse accolto è possibile che il blocco anti-Gravina provi a far valere il suo peso politico (Lotito) e mediatico (Cairo) nella speranza di muovere in qualche modo le acque. Se invece venisse respinto, non ci sarebbe praticamente più nulla tra Gravina e il terzo mandato come presidente della FIGC, che si avvicinerebbe sempre più a quello di imperatore del calcio italiano.
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