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Milan Bernabeu
, , 6 Novembre 2024

"Ho visto il grande Milan" nella notte del Bernabeu


Cronaca di una serata madrilena destinata a rimanere per sempre nella memoria dei tifosi del Milan.

L’adrenalina circola ancora a fiotti nel mio corpo mentre scrivo queste righe. Questo pezzo non si prefissa alcuna velleità analitica, tattica o razionale; al contrario, si pone l’unico obiettivo di restituire -almeno in parte- la potenza di una notte come quella che ho appena vissuto al Bernabeu. Conscio che le parole, al cospetto di emozioni così intense, non fanno altro che sbiadire, tento di affidarmi a loro per questa cronaca di una notte indimenticabile. 

Nella metro 10 di Madrid, che da Tribunal, zona in cui abito da soli dieci giorni, mi conduce al Bernabeu, leggo qualche articolo di avvicinamento alla partita: Il Clàsico d’Europa -titolano molte testate. Le ventidue Champions vinte, le ventinove finali (su 68 totali), gli innumerevoli palloni d’Oro: Milan e Real vengono presentate come le sorelle regine d’Europa. Quando poi, però, mi avvicino al nuovo Santiago Bernabeu, il Presente mi si scaglia contro in tutta la sua durezza: lo stadio sembra una navicella spaziale avanguardistica pronta a decollare verso Marte.

Una strana creatura composta da fasci argentati metallici che avvolgono il campo proiettandolo in una dimensione quasi utopistica, come se le partite si giocassero in un pianeta a noi sconosciuto. Pensando ai tentennamenti, ai ripensamenti e contro-ripensamenti sul progetto per il nuovo stadio di Milan e Inter, chiudo gli articoli sul Clàsico europeo di fronte all’anacronismo del confronto tra le due realtà odierne. La grandezza del Real sgorga dal passato, confluisce nel presente e semina per il futuro. Quella del Milan, invece, sa delle pagine ingiallite dei vecchi libri abbandonati per anni nelle librerie.

Una volta entrato allo stadio, la realtà amplia ulteriormente la distanza tra “Noi” e “Loro”: gli schermi, piatti e di una definizione che sembra superare il 4K, sono ben otto, e compongono una scenografia che gareggia più con l’NBA che col modesto e vetusto schermo del Meazza. Poi entrano i giocatori per il riscaldamento: Vinicius, Mbappè, Bellingham sono i tre moschettieri di un colosso che oggi fattura quasi un miliardo, mentre fino a vent’anni fa inseguiva il Milan, oggi -seppur in crescita- fermo a quattrocento milioni.

Il presente sembra spazzare via tutta l’epicità di una classica del calcio europeo che oggi rappresenta uno scontro del tutto impari: nei conti economici delle due squadre, nelle rose, nello stadio, nei successi recenti. Ma poi, finalmente, una nota musicale eterna spezza il ballo del presente e proietta gli ottantamila spettatori in una dimensione senza tempo: è l’inno della Champions; e quello sì, è lo stesso che ascoltavano Kakà, Maldini e le leggende che dal ’92 (data di introduzione dell’inno) hanno reso grandi Milan e Real Madrid. Il Clásico d’Europa può cominciare

Il mondo madridista è in preda al nervosismo: tra la debacle nel Clàsico, il pallone d’oro mancato di Vinicius e la polemica aperta con la Uefa, i dieci giorni senza partite (complice il rinvio di Valencia-Real) hanno caricato di attese una partita in cui le merengues sono costrette a reagire. Il Milan, invece, è reduce dal solito saliscendi di risultati altalenanti; e in più c’è il mistero attorno a Leão, che però torna titolare.

Già dai primi minuti è chiaro come il Real conceda al Milan la partita ideale per le caratteristiche dei rossoneri; sulla catena di destra ci sono praterie deserte su cui Rafa e Theo possono galoppare in tutto il loro splendore: Lucas Vazquez è una vittima inerme.

Dopo una decina di minuti Valverde inizia a raddoppiare Leão per venire in aiuto al compagno spagnolo, ma non basta: il Real è aperto, pressa male -lo fa individualmente, non di squadra- e ha troppa fretta nel cercare soluzioni negli ultimi metri. Il Milan, al contrario, gioca con una fluidità e un’autorevolezza mai mostrati prima in stagione: la palla, dal basso, gira con l’intensità giusta, le continue combinazioni riuscite trovano sempre un uomo libero e consentono a Reijnders e Fofana, simili a due direttori d'orchestra in abito di gala, di liberare gli esterni nell’uno contro uno.

Senza palla, Musah raddoppia su Vinicius con un’applicazione e una vivacità tali da far dubitare si tratti dello stesso Musah che, solo una settimana prima, in Milan-Napoli non sapeva da che parte girarsi. È finalmente il Milan che aveva promesso Fonseca: quello dominante, offensivo, che non guarda in faccia a nessuno. I rossoneri palleggiano in faccia al Real mandando a vuoto ogni loro (disordinato) tentativo di pressione. Il pari di Vini che segue al vantaggio di Thiaw è un ruggito destinato a rimanere soffocato come un urlo sott’acqua: il brasiliano, nervoso e determinato a lanciare una risposta alla Uefa, carica il Bernabeu dopo il gol.

Dagli spalti, sembra uno di quei momenti magici ed inspiegabili in cui gli uomini di Ancelotti si trasformano e ribaltano le partite di pura inerzia. Negli ultimi anni, ne abbiamo visti moltissimi. Eppure, nella cornice utopistica di questo Ultra-Bernabeu futuristico, nonostante un'ultra-squadra in maglia blanca, è il Milan che continua a giocare bene, divertire e divertirsi. Il 2-1 di Morata, favorito da una grande giocata in area di Leão, gela la navicella spaziale madridista e manda in visibilio i cinquemila rossoneri che sono accorsi a Madrid sperando che il tempo, per un attimo, si fermasse, e la realtà del presente non li schiacciasse.

Mi guardo intorno attonito, vittima di un vortice temporale in cui presente e passato si confondono: devo realizzare. Sono al Santiago Bernabeu, sto guardando il Milan contro il Real Madrid, e il Milan sta vincendo. Sta giocando da Milan, ma quello di cui si parla in quei libri dalle pagine ingiallite, o negli articoli che tentano -invano- di riecheggiare i miti del passato per gonfiare una partita, oggi, senza storia. Nella mia testa, questo è uno scenario che può aver vissuto mio padre nell’89: lui sì che in quel Passato assisteva alle notti del grande Milan; ma io no: io faccio parte della generazione in cui un presente deludente spezza ogni legame con un passato glorioso.

La partita che sto guardando si svolge in un futuro in cui il Milan non è più parte di quel passato. Basti guardare allo stadio: sembra si giochi nel 2070; figurarsi se ancora si può pensare al Milan degli anni Ottanta, o dei primi Duemila. Eppure quella musichetta, ed è sempre lei, è partita: forse quel presente può avere futuro ancora oggi.

Me ne convinco solo quando Tijani Reijnders, che in questa notte folle ha onorato al massimo il numero 14 che porta sulle spalle, pattina col pallone in mezzo a tre giocatori del Real prima di scatenare quello che no, non è uguale agli altri giocatori, bensì è il più forte della squadra, e questa notte sembra il più forte in campo: Rafa strappa come gli abbiamo visto fare infinite volte, e a Militao non resta che franare a terra di fronte alla volontà di potenza inarrestabile del portoghese; a rimorchio Tijani, un olandese, proprio come succedeva in quel Passato che viveva Papà, fa 3-1 per il Milan.

Al Bernabeu. In Champions. E allora, per quanto quel Bernabeu così futuristico continui a storpiare con l’immagine, mi sento un po’ come Papà trent’anni fa, tifoso di una squadra che va al Bernabeu, gioca un gran calcio, e vince. Tornando verso casa il mio razionalismo prende il sopravvento sulle emozioni: si è trattato di un sogno effimero. Domani il Presente tornerà a imporsi e non sarà all’altezza di quello di ieri, che mi è sembrato così simile al Passato glorioso del Milan di cui tanto si parlava in quegli articoli sulla partita.

L'ha detto persino Fonseca, lucidissimo nel post-partita: "In Italia non troviamo squadre che ci lascino questi spazi. Per noi è più difficile". Ma viviamo di inganni, di tentativi di sfuggire alla vita e ai suoi schemi rigidi, per rintanarci in illusioni fugaci che rendono la vita stessa degna di essere vissuta. Il Milan ha vinto 3-1. All’Ultra-Bernabeu. Contro l’Ultra-Real Madrid. E io ho ingannato il tempo: “Ho visto il grande Milan”, come recitava un vecchio coro della Fossa dei Leoni. In che anno siamo?

  • 23 anni. Studia Filosofia, ama il Calcio e il Cinema, fonti inesauribili di storie.

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