
L'importanza degli oriundi nel calcio del 2024
Molte nazionali stanno costruendo le proprie fortune sugli oriundi, figli delle diaspore contemporanee.
Le parole pronunciate giovedì da Julio Velasco - allenatore della nazionale femminile di pallavolo fresca di oro olimpico - in merito alle leggi sulla cittadinanza hanno per l’ennesima volta puntato i riflettori sulle assurde (o quantomeno obsolete) e discriminatorie leggi italiane basate sul concetto dello ius sanguinis. Secondo Velasco, che a mio modesto parere ha perfettamente ragione, le procedure per l’acquisizione della cittadinanza dovrebbero essere più rapide e, soprattutto, dovrebbero essere basate sull’essere nati e cresciuti in Italia e non su trisavoli emigrati dall’Italia oltre cent’anni fa.
Tuttavia, questa legge che oggi appare tanto ingiusta nel contesto di un paese di immigrazione, aveva perfettamente senso al momento della sua introduzione (1865, 1912, 1948), quando l’Italia era un paese di massiccia emigrazione. Lo scopo di questo approccio era quello di mantenere legami sociali, politici e culturali con le diaspore italiane in giro per il mondo e di garantire il diritto al ritorno anche alla generazioni successive. Anche la Nazionale di calcio, specialmente nel primo dopoguerra ma non solo, ha tratto vantaggio dallo ius sanguinis: si pensi ai vari Altafini, Sivori, Monti, ma anche Jorginho, Camoranesi, Thiago Motta, eccetera: i cosiddetti oriundi, oggi più conosciuti come "seconde generazioni". Figli, nipoti o pronipoti della diaspora italiana tra Ottocento e Novecento.
Nel 2024, i paesi di massiccia emigrazione sono moltissimi, prevalentemente nel cosiddetto Sud del mondo e le loro diaspore producono, ovviamente, un sacco di calciatori talentuosi con cittadinanza straniera (spesso di un paese dell’Unione Europea) o doppia cittadinanza. Fino a pochi anni fa i più forti venivano selezionati per le nazionali locali – ahinoi esistono ancora persone convinte che la Francia schieri giocatori non francesi perché hanno la pelle di tonalità più scure di Deschamps o che i tantissimi tedeschi di origini turche siano turchi nati in Germania – mentre chi non raggiungeva un livello di prestazioni sufficiente, semplicemente rinunciava a giocare con la nazionale. Da qualche anno, però, la politica di molte federazioni calcistiche di paesi di emigrazione sta cambiando radicalmente e con questa il loro status nel calcio internazionale.
Partiamo dai numeri: i Mondiali in Qatar del 2022 sono stati di gran lunga quelli in cui la percentuale di giocatori nati in un paese diverso rispetto alla nazionale che rappresentavano è stata maggiore: 16,2%, contro l’11,2% del 2018, l’11,3% del 2014, il 10,5% del 2010 e via scendendo fino a un minimo del 2% del 1958 (la cifra, visto il trend migratorio inverso della prima metà del Novecento, aumenta di nuovo andando ancora indietro: nel 1934 era l’8,6%!). Guardando alla Coppa d’Africa i numeri sono ancora più netti. Nell’ultima edizione vinta dalla Costa d’Avorio, gli oriundi discendenti della diaspora africana erano 200 su 630, ovvero il 32% circa, in grandissima maggioranza nati e cresciuti nelle principali ex potenze coloniali: 104 in Francia, 32 in Spagna, 15 nel Regno Unito, una decina in Portogallo, come si può vedere su questa mappa interattiva. Tra le squadre che hanno beneficiato di più di questo cambio di paradigma – che sia per doppia cittadinanza, ius sanguinis o naturalizzazione ad hoc – c’è senza dubbio il Marocco, che ha raggiunto le semifinali in Qatar scendendo in campo con una formazione titolare completamente o quasi completamente composta da giocatori nati all’estero (soltanto Ounahi, Dari, Benoun, En-Neysiri, Sabiri, Jabrane e El Yamiq sono nati in territorio marocchino).
Un’altra nazionale che, partendo praticamente da zero, ha costruito una nazionale competitiva grazie ai figli della diaspora è stata quella delle Isole Comore, allenata dall’italiano Stefano Cusin, di cui potete leggere una bella intervista sul nostro sito. Le Comore, arcipelago di tre isole vulcaniche situate tra il nord del Madagascar e il Mozambico, hanno costruito una notevole rete di scouting (sia in persona sia online) focalizzata nell’area di Marsiglia, dove risiede gran parte dell’emigrazione comoriana in Francia, convincendo diversi giocatori di serie minori a unirsi al progetto, insieme ad alcuni (pochi) locali. Le cose sono andate più che bene, al punto che la nazionale delle Comore ha appena battuto il suo record di crescita nel ranking FIFA (10 posizioni, da 118° a 108°).
Il primo exploit del nuovo progetto è arrivato nella Coppa d'Africa 2021, alla loro prima partecipazione, quando hanno battuto il Ghana nel girone e sono stati eliminati per 2-1 dal Camerun agli ottavi giocandosela fino alla fine pur dovendo schierare per tutta la partita un terzino in porta, avendo i tre portieri positivi al covid. Attualmente, le Comore comandano il girone I delle qualificazioni al Mondiale 2026, a pari punti (9 in 4 partite) con il Ghana, a +4 al ben più attrezzato Mali. Siccome tutto il mondo è paese, dopo l’eliminazione nella fase iniziale delle qualificazioni alla Coppa d’Africa, il presidente del Malawi ha protestato sui social sostenendo che le Comore stiano giocando sporco perché anziché schierare giocatori comoriani, schierano solo francesi: qualcuno inserisca il meme con Giovanni Storti che dice “cioè, si sta ribaltando la situazione”, grazie.
Questa tendenza, ovviamente, non è limitata all’Africa ma sta prendendo piede anche in Asia. Capofila – come abbiamo raccontato nell’ultimo episodio del podcast Venti Ventisei che potete ascoltare qui – l’Indonesia comandata dal nuovo presidente federale Erick Tohir (sì, proprio quel Erick Tohir). Dal 2022 a oggi, la nazionale indonesiana ha convocato 15 giocatori oriundi naturalizzati, che possono accedere facilmente alla cittadinanza grazie allo jus sanguinis. Nessuno di loro è un calciatore di primissimo livello, sia chiaro, ma in generale il livello medio è molto più alto rispetto a quello dei connazionali nati e cresciuti in Indonesia e che giocano nel campionato locale o degli stati limitrofi, tuttavia ci sono anche eccezioni di spicco: è stato naturalizzato da poco Eliano Reijnders (fratello di Tijjani) che ha esperienza da titolare in Eredivisie al PEC Zwolle; ha esordito Jordi Amat, che forse ricorderete titolare in Liga nell’Espanyol, nel Rayo, nel Betis e in Premier allo Swansea – e che ha una vicenda particolarmente succosa di legami con una casa reale indonesiana che potete scoprire qui. Oltre a loro, è stato da poco naturalizzato anche Maarte Paes, ex portiere dell’Utrecht ora al Dallas FC, che però con un buon lavoro di convincimento da parte di Tohir potrebbe potenzialmente essere sostituito dal nostro Emil Audero e ha già 7 presenze e 1 gol il difensore del Venezia Jay Idzes. Oltre all’Indonesia, anche la Malesia sta spingendo molto sulle naturalizzazioni, ma con un approccio più “vecchia scuola”, cercando di convincere giocatori stranieri già impegnati nel campionato malese, un po’ come aveva cercato di fare la Cina anni fa.

Questo modus operandi, chiaramente, sta attraendo molte critiche più che in Africa – dove in molti casi la questione è vissuta con un certo senso di rivincita per tutto il talento drenato dai paesi coloniali durante l’ultimo secolo – proprio in Indonesia, dove il nazionalismo è un elemento cruciale del discorso politico. Pochi mesi fa, Erick Tohir si è dovuto difendere pubblicamente: “In una democrazia, le opinioni diverse sono normali. Tuttavia, dal punto di vista del PSSI [la federazione, NdR] e credo che il governo condivida questo punto di vista, dobbiamo mirare a migliorare i risultati della squadra nazionale”. Cosa che, indubbiamente, gli sta riuscendo piuttosto bene: dal 2021 ad oggi l’Indonesia ha scalato il ranking FIFA dal 176° al 135° posto.
Per altro, il nazionalismo indonesiano è un nazionalismo post-coloniale e relativamente recente, che non si basa sull’etnia o la religione ma esclusivamente sulla comunanza linguistica: “[La naturalizzazione delle seconde generazioni] Solleva interrogativi sulla definizione di "indonesiano", ha detto a DW Adhika Wicaksana, ex funzionario commerciale della PSSI. “Se la lingua è il fattore determinante principale, qualcuno come un creatore di contenuti con sede nel Regno Unito che parla correntemente indonesiano e giavanese può essere considerato indonesiano?”. Altre critiche, si concentrano sul rischio che date le risorse limitate, centrare il focus sulla diaspora possa danneggiare l’individuazione e più in generale lo sviluppo dei talenti locali. “Da un punto di vista puramente calcistico, lo vedo come un problema che richiede l'attenzione della PSSI, soprattutto per quanto riguarda i programmi di base e lo sviluppo dei giovani”, ha aggiunto Wicaksana. “Un'eccessiva attenzione ai giocatori nati all'estero rischia di trascurare la necessità vitale di migliorare le infrastrutture e la formazione per sviluppare i talenti locali come investimento a lungo termine”.
Quest'ultima opposizione all'uso massiccio di oriundi, sembra essere sensata, in particolare per paesi come l'Indonesia in cui non è di certo necessario creare un movimento calcistico da zero, ma dove già esiste un campionato professionistico con un seguito appassionato di decine di milioni di tifosi. La "questione oriundi", come spesso accade, è sfaccettata e sembra difficile riuscire ad avere un'opinione solida ma al contempo libera dall'ideologia sul tema. Certamente, è interessante vedere tutti questi nuovi movimenti in crescita e soltanto il tempo ci potrà aiutare a capire quale strategia a lungo termine sarà stata la più efficace.
Questo articolo è uscito originariamente su Catenaccio, la newsletter di Sportellate. Per ricevere Catenaccio gratuitamente o leggere i numeri arretrati, puoi cliccare qui.
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