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World Series Yankees Dodgers
, 25 Ottobre 2024

World Series 2024: NY vs LA, Judge vs Ohtani


Le World Series 2024 vedranno sfidarsi due rivali storiche, Yankees e Dodgers, e i due giocatori più forti al mondo.

Il baseball è uno sport imprevedibile. Ancora di più, a volte il baseball può sembrare uno sport totalmente randomico, come se fosse un lancio di monetina a deciderne gli esiti. Ogni giocatore - anche il migliore al mondo - ha poche, pochissime chance di impattare su una partita. L’usura ai gomiti dei pitcher costringe le squadre a rotazioni in pedana, ogni lancio è quasi una storia a sé, il flusso della partita talmente spezzettato da essere difficilmente definibile un “flusso” e i punteggi abbastanza bassi da poter essere ribaltati con un paio di colpi. È anche (o forse è soprattutto) per questa ragione che la stagione regolare della Major League Baseball dura centosessantadue partite: aumentare a dismisura il sample lascia l’impressione di ridurre al minimo l’impatto della fortuna sulla stagione di una squadra – poi certo, c’è anche il desiderio dei proprietari di incassare più soldi al botteghino, ma per un attimo proviamo a lasciare da parte il cinismo.

Allo stesso tempo, la MLB è sempre una lega professionistica statunitense. Ergo, il vincitore viene deciso nei playoff e quelli del baseball, soprattutto nella loro parte conclusiva, le World Series o Fall Classic, sono i più longevi nello sport statunitense. Anche con le serie al meglio dei sette incontri, la post-season ha veramente poche partite in proporzione alla stagione regolare: le rotazioni delle squadre si accorciano e il fatto stesso che vi partecipino solo le migliori squadre rimaste livella – verso l’alto, sicuramente, ma comunque livella – i margini che separano le varie squadre. È per questo che Billy Beane, lo storico GM degli Oakland Athletics interpretato da Brad Pitt in Moneyball – L’arte di vincere, diceva che il suo lavoro era quello di portare la squadra ai playoff. Con l’inizio della post-season, i suoi metodi smettevano di funzionare, e tutto quello che accadeva era frutto della fortuna.

All’alba dei playoff 2024 l’impressione era che, in questa stagione MLB, i margini tra le squadre fossero così ristretti da rendere quasi impossibile l’assegnazione dei favori del pronostico. Nei playoff MLB di quest’anno, ha sostenuto a inizio kermesse Ben Lindbergh su The Ringer, quasi non sembra esistere il concetto stesso di upset (la vittoria della squadra sfavorita, NdR). La parità interna alla lega ha dato vita ad una rarissima stagione in cui nessuna squadra ha raggiunto le cento vittorie, un traguardo che era stato toccato da almeno una franchigia all’anno ogni stagione per più di un decennio – ad esclusione dell’annata 2020, accorciata dal covid, in cui comunque i Dodgers vinsero più del settanta percento delle partite di regular season.

La ragione di questa parità, anche e soprattutto dal momento che nella MLB non esiste un salary cap come nelle altre leghe nordamericane, preferendo il modello della luxury tax, che redistribuisce gli investimenti, ma permette anche grandi disuguaglianze nel monte salari delle franchigie, può essere identificata nell’ampliamento dei playoff da dieci a dodici squadre. La MLB ha preso questa decisione due anni fa con l’idea che far entrare più squadre tenesse coinvolti più mercati per più a lungo nella stagione, evitando così l’esodo di attenzione che spesso ha colto la lega del baseball quando, intorno a settembre, molti tifosi capiscono che le loro squadre non faranno i playoff proprio mentre ripartono football, hockey e basket.

Lo scorso anno, Rangers e Diamondbacks sono diventate le prime Wild Card a sfidarsi nelle World Series dal 2014

Jake Mintz per Yahoo Sports ha sottolineato come questa stagione potrebbe essere il segno del futuro di questa lega, identificando, oltre all’ampliamento della post-season, altre ragioni per questo significativo shift. In primo luogo la decisione, a partire dal 2023, di modificare il calendario della stagione regolare per favorire più sfide tra le due divisioni, American League e National League, che compongono la MLB, creando così più scontri tra superpotenze e più in generale tra squadre di pari valore. Inoltre, nel 2024 lo studio della sabermetrica, ovvero l’analisi statistica applicata al baseball, è non più l’arma segreta di un manipolo di franchigie illuminate – tra cui quella guidata proprio dal pioniere Billy Beane – ma la base necessaria e fondamentale su cui tutte le squadre sono costruite. Tutti studiano i numeri ad un livello altissimo, ne carpiscono grosso modo le stesse cose, di fatto riducendo sensibilmente il range di vantaggi e svantaggi che si possono trarre da un uso corretto o scorretto dei dati.

È forse per questo che dopo anni di upset sorprendenti, l’eliminazione della seconda migliore squadra della stagione regolare, i Philadelphia Phillies, per mano dei New York Mets, qualificatisi ai playoff solo alla centosessantunesima partita su centosessantadue, non ha rappresentato una notizia così sconvolgente come in altre edizioni – se non per quella che sembra essere la maledizione che coinvolge la popstar Sabrina Carpenter e le squadre le cui magliette sta indossando durante il suo Short n’ Sweet Tour.

Non che quello dei Mets non sia stato un upset, ma considerata la storia anche recente dei playoff MLB, il gap tra le due franchigie sembra molto meno considerevole e più facilmente ribaltabile dall’intrinseca casualità del formato. Nonostante la distanza nella classifica della National League, a separare Phillies e Mets, di fatto, sono state sei vittorie in meno dei newyorchesi. L’anno scorso, invece, tre delle migliori squadre della regular season sono state eliminate, anch’esse alle Division Series, da squadre con rispettivamente undici (i Texas Rangers sui Baltimore Orioles), quattordici (gli stessi Phillies sugli Atlanta Braves) e sedici (gli Arizona Diamondbacks sui Los Angeles Dodgers) vittorie in meno. Nel 2022, addirittura, i Dodgers avevano perso contro i San Diego Padres, che in stagione regolare avevano ottenuto ventidue vittorie in meno dei losangelini.

La partita decisiva per l’upset dei Mets

D’altra parte, anche provare a definire questi Mets come degli underdog sarebbe difficile vista la disponibilità del proprietario Steve Cohen a spendere quantità inverosimili di denaro per rinforzare la squadra nel corso degli anni. Il miliardario newyorchese tiene in piedi il monte ingaggi più alto della lega, uno dei soli due, insieme ai rivali cittadini degli Yankees, oltre quota trecento milioni all’anno, e ha sempre chiarito come rientrare sotto i margini della luxury tax per resettare le penalità economiche che essa comporta non sia una delle sue priorità. Nel 2023, in seguito ad una off-season in cui Cohen ha firmato giocatori per un valore totale dei loro contratti superiore ai cinquecento milioni di dollari, i Mets hanno pagato oltre cento milioni di dollari in luxury tax, una cifra che, pur senza dati certi, è sicuramente cresciuta dal momento che ogni anno speso sopra il limite aumenta il valore della tassa.

Ed è proprio guardando alle classifiche finanziarie della lega, che ci si rende conto del grande paradosso di questa stagione di MLB: il sistema è stato strutturato per favorire una maggiore parità, eppure, guardando ai risultati di fine stagione, non si direbbe abbia funzionato. Delle quattro squadre arrivate alle Championship Series, tre occupano le prime tre posizioni nella classifica del monte ingaggi, e rappresentano i due più grandi mercati degli Stati Uniti – le finaliste Yankees e Dodgers, e i New York Mets – mentre l’ultima squadra di questo quartetto, i Cleveland Guardians, con il ventottesimo monte salari e la trentatreesima area metropolitana per grandezza, sono anche la squadra che ha fatto peggio, vincendo solamente una partita prima di concederne quattro agli Yankees.

Nella lega che dovrebbe essere più equa possibile, nello sport in cui la singola stella può avere meno impatto sul risultato della partita date le sue scarse apparizioni in gioco, saranno proprio alcuni dei più grandi fenomeni di questo gioco non solo della contemporaneità, ma di ogni epoca, a giocarsi il titolo, rappresentando due società storiche, che si aspettano sempre di vincere (27 anelli per gli Yankees, 7 per i Dodgers) e che hanno raccolto più apparizioni alle World Series di chiunque altro.

Aaron Judge e Shohei Ohtani saranno, senza dubbio, gli MVP rispettivamente della American e della National League. Da un lato il trentaduenne esterno degli Yankees, autore di una stagione in cui è sembrato francamente senza limiti - primo in MLB in una grande varietà di statistiche tra cui: wins above replacement, numero di fuori campo, on base percentage (quanto frequentemente un battitore raggiunge una base). slugging percentage (numero totale di basi per apparizione al piatto), runs create e praticamente qualsiasi statistica di battuta che vi possa venire in mente. La sua è stata senza ombra di dubbop una delle stagioni più dominanti nella storia di questo sport, arricchita da un terzo posto nella media di battuta, quarto nelle runs segnate e un secondo nelle basi totali, anche qui, tra i tanti piazzamenti. 

Non che sia solo attacco, è anche un super difensore, ma intanto ecco tutti i fuori campo del suo 2024

Alto due metri per centoventisei chili, l’uomo simbolo degli Yankees sembra un superpoliziotto OGM che non rispetta le regole e con un oscuro passato, eppure sempre impeccabile, con un sorriso perfetto, pronto a proteggere New York da un potente nemico in una serie dalla fotografia con luci e ombre rinascimentali. Al liceo, oltre a baseball, giocava anche a football e a basket, cosa normale se sei statunitense e in possesso di quelle coordinate atletiche, ma lo faceva da wide receiver e da centro, una combinazione teoricamente strana, allorché il primo ruolo solitamente implica essere il più veloce, e il secondo essere il più grosso. Fatto della stessa sostanza di chi sogna pecore elettriche, Judge è quel tipo di atleta talmente perfetto che quanto ci possa piacere dipende esclusivamente da quanta simpatia ci possa fare una squadra come gli Yankees, che ha vinto ventisette volte, sedici in più di chiunque altro.

D’altra parte l’unicorno di Oshu, alla prima stagione del contratto più ricco nella storia dello sport statunitense con i Los Angeles Dodgers, si è consolato della sua assenza sulla pedana da pitcher a causa di un infortunio al gomito tirando fuori, come designated hitter, un record che non era mai anche solo stato avvicinato prima di lui nella storia della MLB, diventando il primo giocatore a superare quota cinquanta fuoricampo e cinquanta basi rubate in una singola stagione. Come Judge, anche Ohtani impressiona, molto semplicemente, per quanto è più grosso degli altri. In uno sport come il baseball che, a differenza degli altri sport più seguiti negli Stati Uniti, sembra praticato da esseri umani non così fuori scala rispetto al pubblico che li guarda, Ohtani appare semplicemente come la persona più grossa ad entrare su ogni terreno di gioco. Il fenomeno giapponese rappresenta l’idea che qualcuno, tanti anni fa, abbia scoperto un segreto su come debba essere il giocatore di baseball perfetto e non lo abbia ancora rivelato a nessuno.

La sfida tra Ohtani e Judge, soprattutto se inserita all’interno del più ampio scontro tra Dodgers e Yankees – due squadre un tempo rivali cittadine, che ora si guardano in cagnesco da coste opposte nelle due più grandi metropoli del paese – assume contorni forse fin troppo semplici e privi di sfumature da poterla accettare come realistica. Due scuole ossessionate dal baseball a confronto, il dominio statunitense in dubbio, due fenomeni che sembrano disegnati come supereroi e su cui collassano tutte le attenzioni. Sembra quasi wrestling, quasi la versione iper-caricaturale della guerra fredda dipinta, nella serie Netflix GLOW, da Zoya The Destroya e Liberty Belle.

Nella stessa partita, su sei apparizioni in base, Ohtani ha collezionato tre fuori campo, due basi rubate e dieci punti battuti a casa

La Major League Baseball ha operato perché scenari come questi avessero le minori possibilità di realizzarsi, eppure è successo lo stesso. Come mai? La risposta è che, banalmente, una lega può decidere se favorire una maggiore o minore parità tra le proprie squadre, ma per fortuna non può scrivere la sceneggiatura della stagione, nonostante tesi complottiste esistano sempre. In una lega che privilegia l’equilibrio, è ancora più divertente ed esaltante quando le squadre teoricamente favorite, quelle con il monte stipendi e la tifoseria più grande, riescono ad arrivare alla fine, proprio perché la rarità di questi incontri – gli Yankees mancavano alle World Series dal 2009 – ne amplifica l’intensità.

In fin dei conti, la ricerca della parità da parte della MLB ha dato i suoi frutti in questi anni, e queste World Series rappresentano più un’eccezione che la normalità: dall’inizio del nuovo millennio, infatti, questa è solamente la terza volta che le migliori squadre in stagione regolare di ciascuna conference arrivano in finale, dopo il 2013 e l’accorciata stagione 2020. Che i risultati della stagione regolare si traslino nei playoff, come abbiamo già detto, è tutt’altro che scontato. Allo stesso tempo, però, le leghe hanno bisogno di cattivi, di villains. Hanno bisogno di entità capaci di monopolizzare l’attenzione anche di chi non fa il tifo per loro, anche se quell’attenzione è rivolta nella speranza di una sconfitta.

I film o i fumetti sui supereroi sono tanto più affascinanti, tanto più iconici quanto è il valore dei nemici che escono sconfitti, per quanto possa suonare banale. Ogni competizione, anche quelle che con le loro regole perseguono un maggiore equilibrio e più imprevedibilità, ha bisogno di un Impero Galattico, o di qualcosa che vi assomigli agli occhi dei tifosi, e avere una maggiore parità non vuol dire che queste entità non vengano a crearsi più facilmente. Dodgers e Yankees rappresentano esattamente questo. Dei perfetti cattivi, delle astronavi gigantesche con generali belli, aitanti e modellati con il bronzo fuso del Colosso di Rodi, di fronte a cui chiunque può sentirsi piccolo e sfavorito. Se per un anno saranno loro a contendersi il premio più ambito, questo non fa che aumentare la voglia che tutti gli altri hanno di sconfiggerli nel 2025.


  • Nasce nel 1999 in onore della canzone di Charli XCX e Troye Sivan. Nella sua mente ha scritto un libro su Chris Wondolowski, ma in verità usa quel tempo ascoltando Carly Rae Jepsen e soffrendo dietro a Green Bay Packers e Seattle Mariners

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