Logo sportellate
Tottenham 24/25
, 24 Ottobre 2024

Arriverà l’ora del Tottenham?


Dopo anni di rincorse a stento, il Tottenham vuole essere protagonista.

24 febbraio 2008: sono passati oltre sedici anni dall’ultimo trofeo sollevato dal Tottenham Hotspur Football Club. In quel caso fu la League Cup, conquistata in rimonta contro il Chelsea. Non impressiona tanto il lasso di tempo senza aggiornare la bacheca, quanto la povertà del contenuto. Per trovare una coppa diversa da quella di lega, il nastro andrebbe riavvolto fino al 1991, con la combo FA Cup e Community Shield. Un trionfo fuori dai confini britannici manca dal 1984 (Coppa UEFA), un titolo nazionale addirittura dal 1961.

D’altronde gli Spurs si vedono appiccicata questa nomea da diverso tempo. Il Tottenham è un club particolare, spesso insignificante agli occhi di un forestiero e invece dallo spessore robusto, dalla grande considerazione. Molto più odiato di tanti altri, soprattutto a casa propria. Eppure è questo suo terribile romanticismo a renderlo particolarmente antitetico: sembra impossibilitato a staccare i piedi da terra, ma è un instabile termometro capace di imprese molto insolite, nel bene e nel male. Nulla ha potuto, nella Premier League 2015/16, al Leicester City di Claudio Ranieri fermandosi al secondo posto. Ma nel 2019 è riuscito a essere più forte delle favole, battendo i ragazzi dell’Ajax con la storica tripletta di Lucas Moura. Il derby in finale, però, sarà la sesta Champions League del Liverpool.

Insomma, sul piano delle sensazioni il Tottenham non ha mai affondato il colpo decisivo per farsi riconoscere. Senza dubbio è uno dei club più lussuosi e prestigiosi d’Europa, pur se con poche coppe da lucidare, ma negli ultimi tempi è arrivato a un passo dalla storia andando contro anche alle stesse aspettative. In perfetto stile Tottenham: senza fare troppo rumore e senza il garbo né il desiderio di risultare simpatici. Ma se è vero, come è vero, che l’ultimo passo è il più difficile, dall’ultima notte di gloria gli Spurs l’hanno sempre sofferto. Quella pesante etichetta Spursy, fatta di mediocrità e immobilismo, resta incollata come una sanguisuga. Come recita la bio di un account X: “Non faccio proprio schifo ma non sono manco un granché, come il Tottenham”.

Non si faccia l’errore, tuttavia, di pensare che siano stati anni senza ambizioni. Da White Hart Lane prima e dal nuovo impianto poi, sempre in crescendo, i Lilywhites hanno coccolato un gran numero di campioni e di giocatori forti. Lo zoccolo duro di una generazione carica di speranze nell’ultimo decennio. A partire da leggende del club come Hugo Lloris in porta e la coppia belga Alderweireld-Vertonghen al centro della difesa. Sulle fasce sono passati Kyle Walker, Kieran Trippier e Danny Rose, in mezzo al campo Moussa Dembélé, un giovane Luka Modric, Dele Alli, Christian Eriksen. Davanti, oltre a Kane e Son, difficile non citare pure Erik Lamela e Lucas Moura. Chi più ne ha, più ne metta.

Un’ossatura smontata e rimontata più volte, passata in mano a molteplici cicli tecnici. Ma l’aria particolarmente pesante, dopo i deludenti risultati anche con allenatori potentissimi come Mourinho e Conte, ha raggiunto il limite e richiesto cambiamenti forti nell’estate del 2023, dopo un ottavo posto con in vista una stagione fuori dall’Europa. E il Tottenham ha effettivamente seguito il vento di novità, a cominciare dalla figura in panchina: arriva dopo l’esperienza al Celtic Ange Postecoglou, australiano di origine greca all’opportunità che vale una carriera.

Dallo scorso mercato estivo sono arrivati sedici nuovi acquisti, effettuando il ricambio più consistente dell’ultimo decennio. Il Tottenham si è rinnovato, rinunciando a uno status sicuramente più elevato e ad alcuni singoli di caratura superiore a quelli attuali, Kane su tutti, ma al tempo stesso interrompendo un’estenuante rincorsa a traguardi mai raggiunti e scegliendo una volta per tutte di cambiare strada. Il lavoro dura da oltre un anno, in campo e fuori, e un passo alla volta aggiunge qualcosa al già ampio bagaglio di potenzialità.

Dopo una prima annata interessante, a sprazzi estremamente convincente e chiusa con una solida qualificazione in Europa League, la seconda stagione dell’attuale ciclo tecnico apre la strada a nuovi scenari. Sarà finalmente arrivata l’ora di raccogliere i frutti tanto ambiti? Il Tottenham è sulla strada giusta e deve credere nelle proprie scelte per tornare a vincere qualcosa? Cosa e quanto manca per farlo? Lasciando da parte la sfera di cristallo, questo club sta muovendo passi convincenti per tornare protagonista. Con tutte le accortezze del caso.

Il cambiamento atteso per anni: un ‘nuovo’ Tottenham

Come già detto, l’ossessione ha creato un’aria irrespirabile, a cui il club ha tentato di porre rimedio l’estate scorsa. Lasciano il club Harry Kane, Eric Dier, Davinson Sanchez, Ivan Perisic, Sergio Reguilon (poi tornato), i già citati Lloris e Lucas. Non solo campioni e icone rappresentative, è un elenco fatto anche di mezze figure che non hanno retto il peso della maglia, ma che a loro modo illustrano gli anni trascorsi. La rivoluzione è completata coi nuovi arrivati: Brennan Johnson, James Maddison, Pedro Porro, Micky van de Ven, Guglielmo Vicario, Alejo Veliz, Manor Solomon in prestito e il già ‘prenotato’ in anticipo Destiny Udogie. A gennaio completano il puzzle Radu Drăgușin e il prestito di Timo Werner. Il tanto denaro speso, visti gli investimenti significativi, porterà a una perdita di oltre 85 milioni di sterline. Un prezzo forse inevitabile per un’esigente Premier League, almeno per tornare a competere.

L’ossatura della rosa, nell’ultimo mercato estivo, è confermata. L’unico reparto che richiede un investimento di spessore, vista l’eccessiva instabilità di minutaggio e rendimento di Richarlison (vuoi per caratteristiche, vuoi per continui problemi fisici), è l’attacco. Detto, fatto. Il centravanti scelto è Dominic Solanke dal Bournemouth per quasi 65 milioni di euro. Gli altri acquisti guardano ancora di più al futuro, non hanno il riflesso dell’instant team ma sono giovani promesse su cui il il club ha puntato con tanto coraggio. Tra Archie Gray dal Leeds, Wilson Odobert dal Burnley, Lucas Bergvall dal Djurgården e Min-hyeok Yang dal Gangwon (tutti tra i 18 e i 19 anni di età) sono stati spesi circa 150 milioni di euro. Il fronte cessioni è il taglio degli ultimi rami secchi: via Skipp, Emerson Royal, Joe Rodon, Lo Celso, Ndombele e Sessegnon.

L’uomo cardine delle novità, però, è Ange Postecoglou. Al suo arrivo sulla panchina degli Spurs, la stampa inglese (tutt’altro che tenera) non gli ha riservato una calda accoglienza, piuttosto la classica aria colma di diffidenza, con un pizzico di puzza sotto il naso verso chi ha un curriculum così poco famoso. Eppure la storia dell’australo-greco racconta ben altro, perché ha vinto tanto: i titoli nazionali col Brisbane Roar, la Coppa d’Asia con l’Australia, il campionato giapponese con gli Yokohama Marinos e ogni coppa nazionale possibile nei due anni al Celtic Glasgow. Prima stagione al Tottenham chiusa con un onestissimo quinto posto a due punti dal ritorno in Champions League. Con un rendimento tutt’altro che continuo, ma lasciando tracce indimenticabili nell’avvio di stagione, vincendo il Premier League Manager of the Month 2023 per tre volte consecutive, da agosto a ottobre.

Come gioca il Tottenham 2024/2025?

L’inizio di stagione del Tottenham è piuttosto altalenante con qualche scricchiolio, anche piuttosto classico nei primi mesi dell’annata, ma l’impronta di Postecoglou si riafferma. A partire dal modulo, con la conferma del 4-3-3. Vicario titolare inamovibile tra i pali, con davanti la coppia di centrali Romero-van de Ven; ottime alternative Drăgușin e il giovanissimo Gray. Al loro fianco ci sono Porro a destra e Udogie a sinistra. Il reparto più variabile è il centrocampo, tendenzialmente con un vertice basso (si giocano il posto Bissouma e Bentancur) ma per il resto con tanta libertà di scelta, la quale spesso va verso l’opzione più offensiva possibile. Nell’ultima partita vinta contro il West Ham, come in cinque delle altre sette di Premier League, Kulusevski e Maddison hanno giocato entrambi dietro i tre d’attacco. Pronti a un’opportunità anche Sarr e il volto nuovo Bergvall. Non fa una piega il tridente delle grandi occasioni: Brennan Johnson, Dominic Solanke, Heung-min Son. Alternative un acciaccato Richarlison, con Werner, Odobert e la future star Mikey Moore.

Gli Spurs, nel costruire l’azione, attaccano principalmente sulle due fasce. Terzino e ala comunicano con grande intensità, specialmente nella metà campo avversaria. Il gioco di Postecoglou non impone un’idea tattica particolarmente opprimente nell’ultimo terzo di campo, al momento della finalizzazione. Tante le soluzioni, in base a situazione e giocatore: assume grande peso la scelta del singolo. La percentuale di possesso palla è molto alta, in Premier è oltre il 62% in media a partita; solo il City di Guardiola supera questo numero.

Il Tottenham gioca di incastri, è un ingranaggio curiosamente dettagliato e molto preciso che però ha bisogno di tutti i suoi componenti. A partire dalla difesa. I centrali restano piuttosto bassi e la prima fase di costruzione è un 2+3, con i terzini che si portano subito all’altezza del vertice basso di centrocampo. Che poi, in pratica, Porro e Udogie raffigurano un concetto molto distante dalla definizione tradizionale di “terzino”. Basta guardare le posizioni medie di una delle partite di questa stagione per trovare un esempio: troverete i due ad occupare gli half-spaces in posizione molto avanzata, soprattutto lo spagnolo.

Tottenham posizioni medie
Le posizioni medie dei giocatori del Tottenham contro il West Ham (4-1). (fonte: SofaScore)

Il centrocampo è partecipazione. Il reparto non è zeppo di giocatori individualisti, tutt’altro (sarebbe un problema visti i compiti associativi assegnati). Quando gli esterni arrivano sul fondo col pallone, il reparto è pronto ad assaltare il limite dell’area di rigore e ad offrire un’opzione di passaggio in più. Ne è un'immagine lo splendido gol di Yves Bissouma contro l’Everton.

Il lavoro delle mezzali apparentemente più fisiche, rispetto agli interpreti di maggiore qualità e vocazione offensiva, è gigantesco. È raro vedere il Tottenham che attacca centralmente intorno all’area di rigore, ma l’uomo in più (spesso l’aiuto del vertice basso) permette combinazioni più efficaci con triangolazioni e uno-due rapidi. Qui sotto, in un’occasione a favore di Solanke contro il Leicester, Sarr libera il centravanti inglese attirando la pressione di Faes e facendolo uscire dalla linea.

Tottenham tattica 1

Davanti, gli esterni hanno tante possibilità di chiudere l’azione perché spesso sono liberi di ricevere e di attaccare la porta se serviti. Ciò è possibile grazie alle funzioni di due giocatori specifici. Il contributo di Dejan Kulusevski è da leggere sotto una luce diversa, anche perché si piazza mezzala destra. Così può agire nel mezzo spazio più frequentemente e non è vincolato da tanti dettami tattici. Più libertà di movimento, ovvero più intraprendenza e iniziative personali. L’altro è Dominic Solanke, centravanti non rinomato per l’attacco della profondità ma capace di seguire furbescamente la linea dei difensori, attirandoli e liberando di conseguenza spazi per i compagni. Le caratteristiche dei due giocatori sono riflesse nell’azione qui sotto, nel 3-1 contro il Brentford.

Tottenham tattica 2

Doverosa menzione d’onore, parlando sempre di attacco, al cambio di rotta di Brennan Johnson. Arrivato l’estate scorsa dal Nottingham Forest, ha dedicato la stagione 2023/24 a buoni numeri negli assist (10 in campionato) ma faticando nel convertire in rete le occasioni (secondo della rosa per xG, 10.61, che però sono oltre il doppio di quelli segnati, 5). La musica è cambiata nell’ultimo mese, trovando la via del gol in sei gare consecutive (sette contando anche la Nazionale Gallese).

Il pressing fa parte del DNA di questo Tottenham. Con gli avversari nella propria metà campo la squadra è più prudente, quantomeno i centrali non hanno l’approccio deciso dei centrocampisti e si occupano di difendere lo spazio. Ma da centrocampo in su, puntare il pallone quanto prima è un compito collettivo. E la pressione è anche ultra-offensiva, cercando addirittura il portiere: per maggiori informazioni, guardare il 2-0 contro l’Everton di Son, che va a rubare il pallone a Pickford. Anche il primo gol di Solanke con la nuova maglia, il momentaneo pareggio contro il Brentford, nasce da un errore degli ospiti in uscita da una situazione di pressing. C’è un attaccante pronto ad aggredire la linea di passaggio su ogni ricevitore dei Bees nel raggio del primo terzo di campo.

I ragazzi di Postecoglou sono un pericolo continuo anche sulle palle inattive. Sui calci d’angolo, van de Ven (ottimo battitore) è solito cercare il primo palo, ma non è da sottovalutare anche la soluzione del corner corto per liberare il tiro: spesso sono gli stessi Son e Johnson a piazzarsi sul vertice dell’area di rigore e, se ci sono le condizioni, a tentare la conclusione. Tanti giocatori del Tottenham assaltano i cross tentati e da qualunque zona, come dimostra l’inserimento vincente di Pedro Porro contro il Leicester City. Insomma, se non esce nessuno sul portatore di palla, la squadra si diverte a creare pericoli sulle palle aeree.

Tanto da premiare, tanti dettagli da aggiustare

Breve riassunto dei punti di forza di questo Tottenham: transizioni e contropiedi, sfruttando la capacità di recuperare palloni in mezzo al campo e la rapidità delle fasce; creazione di occasioni che vanno a concludersi con tiri dalla distanza; cross e palle inattive. Fin qui, tutto bene. Ma ci sono anche dei difetti che fanno degli Spurs un collettivo che deve rivedere più di qualcosa.

L’iniziativa dei centrocampisti per aiutare l’attacco è fondamentale, ma non sempre può essere l’unica soluzione. E senza questo prezioso aiuto talvolta c’è fin troppa improvvisazione, soprattutto per vie centrali. I problemi principali, tuttavia, sono in fase difensiva. La squadra perde troppi palloni nella propria metà campo, nel tentativo di uscire dal primo blocco in costruzione; non concede tantissime occasioni, ma di conseguenza la maggior parte di esse sono molto pericolose. Negli ultimi metri, poi, la retroguardia non orchestra al meglio il timing difensivo.

Subentra un altro punto interrogativo, meno razionale e studiato. Si potrebbe banalmente dire che è colpa della sfortuna, oppure che il Tottenham ha un problema nella gestione delle situazioni di vantaggio. Dopo gli esempi della scorsa stagione, fa ancora rumore la sconfitta al ‘The Amex’ contro il Brighton, da 0-2 a 3-2, che ha messo in guardia lo stesso Postecoglou: “Sono distrutto. Abbiamo pagato caro l’errore di accettare il nostro destino, cosa che io non posso accettare senza reagire. Il problema non è la sconfitta, è l’atteggiamento della squadra che non mi ha fatto stare bene”.

Tottenham 3
Quella del Tottenham 2024/25 resta comunque una delle partenze migliori delle ultime quindici stagioni. (fonte: Soccerway.com)

Una squadra forte da tenere d’occhio

Chiudiamo il cerchio tornando alla domanda originaria. Ci sono le condizioni per fare qualcosa di grande e vincere?. Al Tottenham manca davvero poco per spaccare: questa è l’impressione onnipresente dopo le tante vittorie convincenti, spesso condite con tre-quattro gol. C’è però di mezzo il mare: rimangono alcuni dettagli su cui lavorare, soprattutto in non possesso. Dettagli che fanno tutta la differenza del mondo, come l’hanno sempre fatta nel credo di questo tecnico e nella storia recente di questo club.

Insomma, è tutto da maneggiare con estrema cura, con l’obiettivo di scansare l’arrivo di chi ricorda a questo club che non può vincere. Questo qualcuno, però, è passato a bussare anche a casa di Conte e Mourinho, allenatori vincenti ovunque capaci di fallire ‘solo’ al New White Hart Lane. E senza lasciare grandi ricordi: “The only club where I don’t still have a deep feeling is Tottenham”, così Mourinho. “Non vogliono lavorare sotto pressione”, così Conte.

E quelle famose parole di Chiellini dopo l’1-2 della Juventus nella Champions League 2018: “You know, it’s the history of Tottenham. They always create many chances, but at the end they always miss something to arrive”. Ecco, l’ex capitano bianconero ha colto il punto, l’ostacolo insormontabile per chiunque. Forse una scusa per qualche volpe che non è arrivata all’uva, ma tant’è: “la bacheca vuota ha ragioni storiche”, più lo ripeti e più ci credi. La ripetitività degli eventi porta nel mistico, nel mondo delle maledizioni à la Bela Guttman. La gente degli Spurs, intanto, si sarebbe anche stancata di questa pesante nomea, che ogni tanto fa capolino a ristabilire ordine, come se la storia dovesse ricordare al Tottenham ciò che è condannato ad essere. Come nell’ultimo derby perso contro l’Arsenal.

Dalla sua parte, questo percorso scelto con tanta convinzione ha qualcosa di estremamente interessante, con tutte le sue già calcolate incertezze. Negli ultimi anni è una strada mai percorsa, ma la squadra ha un’anima più robusta, un calcio più divertente, anche un saliscendi più consistente. Per la rifondazione di cui aveva bisogno il Tottenham, è un buon punto. Sarà un’annata forte, è già qualcosa.


  • Classe 2002. Firenze. Giornalista pubblicista. Laureato in Scienze Politiche (Comunicazione e Media).
    Segue e scrive di calcio e tennis. Spesso a giro con una sciarpa viola.

pencilcrossmenu