
Diventare grandi: il debutto fra i professionisti
Il giorno in cui Diego Armando Maradona ha messo un piede nel professionismo, cambiando per sempre il gioco.
“Ma come si è vestito?” “Questo è tutto matto” “Ma dove deve andare?”. Brusii, echi e bisbigli si mescolano sull’autobus che fra poco si fermerà a La Paternal, a pochi metri dal campo dell’Argentinos Juniors. L’attenzione dei passeggeri è catturata da un ragazzo che è salito a Villa Fiorito e che è vestito in modo quantomeno bizzarro. Indossa una camicia bianca e dei pantaloni di velluto a zampa di elefante che, in una Buenos Aires in cui l’estate australe è arrivata precipitosamente, generano lo stupore e l’ilarità dei presenti. Il ragazzino, che ha quasi sedici anni, saluta la madre e respira profondamente prima di imboccare la strada per la fermata. La donna, che lo osserva dall’uscio di casa si segna e – raccomandando il suo bambino ad un potere ultraterreno – bisbiglia fra sé e sé “fa sì che tutto vada bene”. Adesso il ragazzino è solo, con le sue ambizioni e le sue paure e non è diverso da tanti suoi coetanei che sul suo stesso bus stanno andando a vivere una domenica di fúlbo. L’unica differenza è che lui, quella domenica, avrebbe scritto la storia.
Arrivato allo stadio dell’Argentinos Juniors – che oggi porta il suo nome – capisce che le prese in giro non sono finite sull’autobus dato che i suoi compagni, ovviamente tutti più grandi di lui, lo punzecchiano “ehi, pibe, guarda che la festa per la cresima è finita da un pezzo” urla qualcuno appoggiato all’angolo della strada; oppure “ma dove credi di andare vestito così? A servire ai tavoli nei palchi d’onore?” aggiunge qualcun altro occupato a battere il record di punti a flipper. Diego sta allo scherzo, sa che il prezzo da pagare per essere il più piccolo della squadra è questo ed entra sorridendo nel bar dove il resto della rosa sta pranzando con purè e bistecca. Prima di addentare il grosso pezzo di carne però da di gomito al suo vicino di posto e replica “Che, che cazzo mi dovevo mettere? Volevo essere un minimo elegante. Oggi è un grande giorno”. I compagni sembrano non capire, per loro è una giornata di campionato come un’altra e non realizzano perché Diego si sia conciato così.
Il giorno prima, a fine allenamento, Diego stava facendo la sua routine classica di palleggi e giochetti – coscia, sinistro, testa (dai che vi ricordate) – e in un momento in cui ha distolto lo sguardo dal pallone ha percepito una sagoma avvicinarsi. Mettendo a fuoco, la sagoma ha preso sempre più i contorni di Juan Carlos Montes, il suo allenatore. Montes, ha aspettato che Diego terminasse la sua routine per poi ingaggiarlo con un sintetico “domani giochiamo contro il Talleres, sei pronto?”; Diego si sente un po’ spiazzato e non sa cosa rispondere, per cosa dovrebbe essere pronto? Per vedere la partita dalla tribuna? Chiaro, sarebbe andato allo stadio come sempre ma non capiva perché avrebbe dovuto prepararsi in un modo particolare. Allora, fu Montes a continuare “se non sei pronto preparati perché domani ti porto in panchina e – magari – ti faccio giocare anche qualche minuto”.
Se è vero che la vita non si misura in respiri ma in momenti che te lo fanno mancare, il respiro, Diego in quell’istante si sentì vivo come non era mai stato. Finalmente poteva mostrare al mondo quello di cui era capace e in cuor suo sapeva che per quanto fossero divertenti i palleggi e i numeri nell’intervallo lui sapeva che sarebbe stato il calciatore più forte di sempre ben oltre lo show e le telecamere di uno studio televisivo, aveva – ovviamente – ragione. Corse a casa per dare la notizia alla Tota e a Chitoro e in men che non si dica tutta Fiorito era al corrente che “domani il figlio di Don Diego avrebbe debuttato nell'Argentinos”.
A sentire i racconti odierni quel giorno allo stadio ci sarebbero state cinquantamila – o forse anche di più – spettatori. La verità è che sugli spalti de La Paternal c’erano circa settemila spettatori. Un numero assolutamente non male per una piccola squadra come l’Argentinos che non se la passava certo bene e che venne rimpolpato dal cospicuo contingente di tifosi ospiti accorsi da Cordoba. Il Talleres degli anni Settanta è forse una delle storie più interessanti del calcio argentino del XXI secolo. Già egemone del fútbol cordobese la T, presieduta da Amedeo Nuccetelli – imprenditore edile e visionario – e allenata da Roberto Saporiti, è la prima squadra dell’interior a disputare la fase finale di un campionato argentino – evento più unico che raro all’epoca – proponendo un calcio fatto di possesso, aggressività e ricerca costante dello spettacolo. Il Talleres nel 1976 è un autentico equipazo ed è seguito da un’orda di tifosi che non manca di far sentire la sua voce e che occupa integralmente il settore ospiti de La Paternal.

Alla fine del primo tempo il tabellone non regala sorprese e vede gli ospiti in vantaggio per uno a zero con un gol di Luis “Hacha” Ludueña che di quella squadra è il motore e la fantasia e che ha già stregato Il Flaco Menotti in ottica nazionale. All’intervallo inizia a scatenarsi il tam tam “allora lo fa entrare? Sì, pare che entri all’inizio del secondo tempo”, si scambiamo commenti e previsioni due giornalisti nell’area catering dello stadio. Quando l’arbitro richiama in campo i ventidue per l’inizio della ripresa i giocatori che rispondono alla chiamata sono solo ventuno, uno – il più forte di tutti – si sta sistemando la maglietta nei pantaloncini a bordocampo ed è pronto a sconvolgere il mondo del calcio per sempre. So che spesso si esagera quando si parla di questi eventi mitici perché la prospettiva e la storicizzazione danno tutto un altro sapore a questo genere di eventi ma in questo caso nessuno, ma veramente nessuno, avrebbe potuto immaginare la portata di quello che stava per succedere.
Diego indossa una maglia due taglie più grandi e i pantaloncini sono ampi e ingombranti, ha un cespuglio che fa provincia in testa e sembra davvero il fratello di uno degli altri giocatori in campo, il classico tappabuchi che chiami quando ti manca il decimo a calcetto. Ha quindici anni e trecento cinquantacinque giorni. Quando sta per entrare succhia l’aria fuori dallo stadio e incolla quei quattordicimila occhi sul numero 16 che porta sulla schiena. Non appena entra in campo esegue quello che gli aveva chiesto il suo allenatore “Pibe, entra e fai un tunnel a qualcuno”. La palla non ha ancora oltrepassato le gambe divaricate di Juan Cabrera che La Paternal è già saltata in piedi per urlare tutto il suo stupore e la sua meraviglia. Diego supera Cabrera e sta già pensando “abituatevi a questa roba perché ho appena cominciato”. Forse il più stupito nello stadio è Ruben Giacobetti che si è appena accomodato in panchina dopo aver lasciato il posto a Maradona, si sente insultato per essere stato sostituito da un quindicenne ma dopo il tunnel di Diego la costernazione si trasforma in rispetto e ammirazione perché non ha mai visto un ragazzino giocare in quel modo. Tanto onorato, invece, non deve essersi sentito Cabrera che non appena ha avuto l’occasione ha fatto sentire il suo disappunto a forma di tacchetti a Diego che – senza abbassare la testa – ha fatto notare al suo marcatore come “a calcio si gioca come faccio io, te invece cosa sai fare se non tirare calci agli avversari”.

Il Talleres riuscirà a difendere il gol segnato nel primo tempo ma per stessa ammissione di Luis Galván, difensore che un anno dopo sarà campione del mondo proprio con la Selección di Menotti, “da quando Diego è entrato in campo l’Argentinos ha cambiato faccia, caricato sulle spalle di Diego che ci ha chiuso nella nostra metà campo”. Galvan da una fotografia molto accurata del debutto di Maradona che per quarantacinque minuti ridicolizza avversari più grossi, più esperti e più smaliziati di lui rendendosi imprendibile e fluttuando da una parte all’altra del campo, come se fosse così leggero da poter prendere il volo da un momento all’altro, come un aquilone cosmico.
Spiccherà il volo e non si fermerà tanto presto, d’altronde come aveva detto dopo il tunnel “mettetevi comodi, ho appena cominciato”.
[continua...]
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