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Juventus-Lazio
, 18 Ottobre 2024

Juventus-Lazio: nel momento più importante


Quando Alex Del Piero è tornato a decidere la Serie A con una punizione decisiva per il futuro della Juventus.

Le colpe del mio rapporto viscerale con il calcio sono da attribuire tutte a mio padre, reo durante la metà degli anni Novanta di un’accoppiata di mosse felici: una è stata quella di regalarmi il più classico degli album di figurine calciatori Panini per evitarmi un destino di emarginazione sociale nei lunedì che sarebbero successi alle domeniche di campionato; l‘altra mossa è stata invece quella di iscrivermi alla scuola calcio più vicina a casa.

Nello stesso periodo in cui spopolano i poster in omaggio con “Cioè”, mia sorella si ritrova ben lontana dai gusti mainstream dell’epoca: nei pomeriggi tenui d’autunno, sul muro della sua cameretta, il sole irradia con un caldo fascio di luce l’immagine di un giovane dai capelli lunghi, con un pizzetto tipicamente nineties, seduto sul campo d’allenamento a gambe distese mentre sorride all’obiettivo e vestito della sua tuta nera a marchio Kappa. 

In questo strano incrocio di eventi e quotidianità familiare ho fatto così conoscenza del calcio e di Alessandro Del Piero, che in quel periodo popola ulteriormente l’età dell’Oro del calcio italiano. È quasi il più banale dei motivi che segue la retorica di come ognuno di noi si avvicini a questo sport. Semplicemente, molto più di una giocata  - di un gol ribattezzato col suo nome  -  di Alex Del Piero mi ha sempre colpito il suo modo di intendere la vita e, ancor di più in termini squisitamente calcistici, di risultare decisivo nei momenti più importanti, anche quelli negativi. Non l’ho maledetto quando, imbeccato da Totti nella finale di Euro 2000 e in vantaggio 1–0 sulla Francia, ha malamente chiuso l’interno collo del piede sinistro perdendo la concreta possibilità di mandare al tappeto i cugini d’Oltralpe e di festeggiare un trofeo che arriverà con oltre vent’anni di ritardo.

In "Giochiamo Ancora", una delle sue biografie, Alessandro Del Piero racconta un aneddoto sulla sua infanzia che stento a credere sia del tutto vero, forse perché le biografie dei calciatori sono sempre state ricche di rinforzi letterari per fare in modo che si adattassero al mito del personaggio protagonista: «Preparo per terra (in garage, ndr) la pallina da tennis, mentre inquadro già l’interruttore della luce. […] L’interruttore è l’obiettivo, il centro del mio desiderio. L’interruttore è la porta. Se lo colpisco, faccio goal. Se lo colpisco, si accendono le luci dello stadio». 

Del Piero usa queste parole forse per avvicinarci all’idea di come abbia imparato a calciare: quando ha sbagliato quel gol davanti a Barthez, le luci dello stadio non si sono spente: il suo volto sì. Non l’ho maledetto ma ho provato la sua stessa tristezza perché, quel momento, non è stato solo decisivo per le sorti dell’Europeo: lo è stato perché forse quel sinistro masticato era il preludio di una fase di declino che sarebbe stata lunghissima. Un declino fatto però di una serie innumerevole di momenti abbaglianti e abbacinanti: era una discesa relazionata all’übermensch, etereo e plastico, che Del Piero è stato dal ’95 al ’98, anno in cui la rottura del legamento crociato ne ha compromesso in modo significativo l’ascesa.

Alex Del Piero
Istantanee di un momento importante

Nella carriera del capitano della Juventus, di momenti importanti e decisivi ce ne sono stati così tanti che si fa persino fatica a ricordarli tutti: dal gol contro ogni legge della fisica alla Fiorentina nel dicembre ’94 fino a quello siglato in finale di Coppa Intercontinentale a Tokyo nel ’96 passando per il gol al Borussia Dortmund nella prima partita della fase a gironi di Champions League del ‘95-’96 (con quello che è probabilmente il battesimo del gol “alla Del Piero”). Senza dimenticare, chiaramente, la sentenza definitiva di destro sotto l’incrocio a Dortmund, nella semifinale del Mondiale di Germania che ci vedrà vincitori nel 2006. 

Ma più di questi momenti ce n’è uno a cui tengo particolarmente, perché è un momento nato dal nulla in una secca serata torinese di metà aprile 2012.

Prima, però, bisogna riavvolgere il nastro solo di qualche settimana: nel nuovo Juventus Stadium si sta giocando il derby d’Italia, quello tra i padroni di casa e l’Inter al tempo allenata da Claudio Ranieri. La Juventus dopo il tremendo frastuono portato dall’uragano di Calciopoli sta inseguendo il concreto obiettivo di ripresentarsi con vigore a lottare per lo scudetto: davanti si trova un Milan a 4 punti di distanza che però, sulla carta, ha un organico di maggiore qualità. L’Inter invece, dal canto suo, vive degli anni molto più che in penombra: la sera del 25 marzo 2012 arriva a Torino, nello stadio in cui nessuno è stato capace di vincere, occupando la settima posizione in classifica. Martìn Caceres porta la Juventus in vantaggio di testa da calcio d’angolo al 57', poco prima Antonio Conte ha deciso di cambiare Pepe per Bonucci e soprattutto Matri per Del Piero: il capitano ha vissuto anni da comprimario già prima dello scandalo del 2006, salvo poi riprendersi il suo posto negli anni burrascosi che seguiranno.

Nel 2012, Alex Del Piero ha 38 anni e gioca molto poco: il carisma è intatto, ma i movimenti non sono più quelli a cui ci aveva abituato nel suo prime. Non dribbla più con la stessa leggerezza e non ha quella fluidità del corpo che in passato veniva scandita anche dalla danza dei suoi lacci attaccati ai calzettoni. Fatto sta che al 71' di Juventus-Inter, Arturo Vidal si trova ad alcuni metri dall'area e riceve una pallone da Pirlo. Sterza, e con un piatto filtrante rasoterra trova un corridoio verso il centro: Del Piero arriva in corsa bruciando tutte le maglie nerazzurre e anticipa qualsiasi possibile intervento di Julio Cesar. Il 2–0 viene commentato così da Fabio Caressa:

Nel giorno più importante, nella partita più importante, nel momento più importante”.

Sicuramente una vittoria sull’Inter, in quel preciso istante, fa tanto morale ed è fondamentale per la storica rivalità tra le due squadre: il momento decisivo però si colloca altrove, ed è lì che bisogna tornare, in quella secca serata torinese dell’11 aprile, dove la Juventus affronta in casa la Lazio. Nel frattempo il Milan ha perso punti a Catania e la giornata che precede la sfida tra bianconeri e capitolini ha visto i diretti concorrenti cadere clamorosamente in casa contro la Fiorentina: la Juve si trova quindi in testa all’improvviso, con un punto di vantaggio sui rivali, e mentre il Milan vince a Verona contro il Chievo, i bianconeri pur dominando la loro partita contro una Lazio raramente pericolosa, non riescono a tradurre in un netto vantaggio la propria mole di gioco. Al termine del primo tempo il risultato è fermo sull’1–1: Stefano Mauri ha pareggiato il gol di Simone Pepe (un gran gol, tra l’altro, del giocatore che più rappresenta plasticamente la Juventus di Antonio Conte) e anche in questo caso, Del Piero viene inserito a partita in corso subentrando a Mirko Vucinic.

La partita resta ancora ferma su questo risultato quando mancano meno di dieci minuti al termine: le palle gol dalle parti del portiere biancoceleste Marchetti si sprecano, la Juve corre coriacea continuando a dare l'impressione che, con quell'intensità unita alla classe e al senso del tempo di Andrea Pirlo, ogni cosa possa accadere. A fine partita la statistica sul possesso palla dirà 72% Juventus, ma prima c’è da provare a spiegare quello che accade al minuto 83: Marchisio riceve palla sulla trequarti da Giaccherini e guarda al centro per provare a servire un compagno con un cross, ma Ledesma intercetta il pallone con la mano destra.

La porta è a 27 metri, il centrocampista della Lazio viene ammonito mentre Pirlo e Del Piero si avvicinano al pallone. Tutti gli indizi portano a pensare che quel calcio di punizione sarà battuto dal 21 della Juve, ma Pirlo sta discutendo con l’arbitro perché a suo avviso la barriera non è a distanza regolamentare. Alex Del Piero resta un passo indietro: lo sguardo distratto di qualcuno che non sembra dar alcun peso al posizionamento della barriera e tantomeno alle proteste del suo compagno di squadra. Fa un movimento con il braccio ad indicare che è presente, che vede ciò che anche Pirlo ha visto, ma mentre lui continua discutere con l’arbitro il capitano ha visto un corridoio: se è vero quello che ha raccontato nella sua biografia, allora immagino che Alex abbia associato quel pallone alle palline da tennis che calciava nel suo garage di San Vendemiano e che quello spazio si fosse liberato per colpire l’interruttore lasciato scoperto da Marchetti. 

Colpisce senza far alzare di molto il pallone da terra, a mezz’aria, non eccessivamente forte, c'è persino il tempo di un rimbalzo dentro l’area piccola prima di finire alla destra del portiere. È una punizione poco à la Del Piero, che quasi testimonia in maniera definitiva il passaggio tra ciò che è stato e ciò che è adesso, al termine di una carriera da tutti ammirata ma che probabilmente ha vissuto uno dei declini più lunghi, più lenti, che un grande campione abbia mai attraversato. Tre settimane dopo la Juve tornerà a vincere uno scudetto dopo anni di buio e inquietudini e, come spesso accade, non senza polemiche. Del Piero si congeda dopo diciannove lunghi anni con indosso una maglia rosa dominata da una discutibile stella nera, salutando uno Stadium in lacrime che lo omaggia di una pañolada di sciarpe. 

La Lazio è stata anche una di quelle avversarie che nel punto più etereo della carriera del Capitano ha subìto uno dei suoi gol di interno a giro sul secondo palo. In un periodo come questo, dove l’attuale numero 10 della Juventus Kenan Yildiz è paragonato all’Alex prime in virtù dei gol  — e non solo —  segnati quasi allo stesso modo, viene da chiedersi se in futuro il cerchio possa chiudersi: come Del Piero, anche Yildiz arriva alla Juventus in anni in cui il titolo nazionale manca da un po’ benché i limiti strutturali della rosa degli ultimi anni siano diversi rispetto a quelli che Del Piero si ritrova al suo approdo in bianconero.  Resta da comprendere se il turco, al di là del suo talento inesplorato attraverso cui dà l'impressione di poter fare grandi cose, sarà poi in grado di essere decisivo e di caricarsi un peso così grande sulle spalle come quello che si è costretti a portare quando si indossa quel numero alla Juventus.

Perché Alessandro Del Piero è stato decisivo quando aveva i capelli lunghi, un pizzetto da carabiniere anni '90 e i lacci attaccati ai calzettoni come briglie senza padroni a comandarle. Lo è stato quando il suo look è cambiato, segnando alla Germania; quando la Juventus è risalita in Serie A e si è vestita di una maglia color oro con cui ha dominato il Real al Santiago Bernabeu delegittimandone la regalità, prendendosi una standing ovation che pochissimi hanno ricevuto dall'esigente e raffinato popolo blanco. Oltre ognuno di questi masterpieces della sua carriera, in quel Juventus-Lazio dell’11 aprile 2012 Del Piero è capace di segnare un gol quasi dal nulla, da circa trenta metri, mentre tutti fanno rumore e rimettendo il Milan sotto di un punto che in quel momento sembra valerne dieci.

Lo fa, ancora, nel momento più importante


  • Terrone del nord arrivato con tutti gli accenti nel bagaglio a mano. Un tempo bucava le reti di sinistro, poi ha scoperto i libri e il vino.

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