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Gianni De Biasi
, 11 Ottobre 2024

Italiano d'Albania, intervista a Gianni De Biasi


La storia dell’allenatore che ha portato la nazionale albanese al primo grande torneo della sua storia.

Gli arbëreshë sono una comunità di discendenti di albanesi emigrati nel Sud Italia tra il '500 e l'800 che ha mantenuto nel corso dei secoli la lingua e cultura della madrepatria. Alcuni comuni tra Sicilia, Calabria, Basilicata, Campania, Puglia, Molise e Abruzzo sembrano quasi exclavi albanesi. Se questi vengono detti anche albanesi d’Italia, al contrario Gianni De Biasi potrebbe essere definito italiano d’Albania: nel marzo 2015, il presidente albanese Bujar Nishani gli ha addirittura conferito la cittadinanza onoraria per meriti sportivi portati alla Nazione nel suo mandato da CT delle Aquile.

Gianni De Biasi però non è stato solo questo. Alle spalle ha una buona carriera da calciatore che lo ha visto vestire la maglia dell’Inter, una gavetta da allenatore tra le serie minori italiane, un’esperienza al Brescia che lo ha reso l’ultimo allenatore della carriera di Roberto Baggio e, recentemente, un triennio ai confini dell’Europa come CT dell’Azerbaigian.

Che ricordi ha dell’infanzia trascorsa a Sarmede?

Un’infanzia molto bella, felice, vissuta in famiglia e con tanti amici con i quali condividevo gran parte del tempo dopo la scuola. Bisognava inventarsi i giochi, non come oggi che ormai sono imposti dal maledetto cellulare oppure con le PlayStation o quant’altro. Una volta c’erano molti più giochi legati alla fisicità, quindi il calcio: da quando eri più piccolo giocavi a nascondino, correvi, facevi molti discorsi legati alla fisicità. Secondo me aiutava nella crescita.

Come si appassiona al calcio da bambino? Quali sono i suoi inizi da calciatore?

Uno dei giochi principali era il calcio, tante partite nel campetto della parrocchia dietro la chiesa. Coi miei amici giocavamo, facevamo le squadre senza avere maglie e numero… L’abilità era anche nel riconoscere i 6/7/8 avversari e quelli che erano con te. Sul campo ero il più bravino tra i miei amici: un po’ alla volta sono cresciuto, sono andato a giocare in una squadra lì vicino al mio paese e da lì sempre più su.

Oggi, ripensando alla carriera del De Biasi calciatore, ha rimpianti?

Sicuramente sì. Non ho assecondato alcuni consigli sulla scelta da fare per andare a giocare da un’altra parte quando avevo richieste decisamente migliori delle squadre dove stavo. Il Brescia, tanto per dirne una: da Brescia potevo andare in una squadra importante italiana, non ci sono andato per rimanere lì ma avrei dovuto ascoltare.

La stagione che ha trascorso all’Inter (1975/76), nella quale non è riuscito a debuttare, cosa le porta alla mente?

Eh, stavo per debuttare... Al tempo c’erano solo due sostituzioni: il portiere di riserva e uno tra il 13 e il 14, gli unici in panchina. Una volta che cambiavi uno non potevi più cambiare un altro. Stavo per entrare, mi ricordo benissimo, a Perugia (1-1, 2 maggio 1976, ndr), poi si è fatto male Giubertoni mentre io stavo per entrare e mister Chiappella cambiò scelta e mandò in campo Acanfora.

Quali sono stati gli allenatori che, da calciatore, sono risultati di maggiore ispirazione per la sua carriera da mister?

Sicuramente Giancarlo Cadé, un allenatore che aveva idee decisamente innovative, che ha vinto parecchi campionati in Serie B portando le squadre in A. L’altro era Gigi Simoni, che ho avuto a Brescia per due anni e col quale abbiamo vinto il campionato. Persona straordinaria, poi ha fatto una buona carriera: è stato all’Inter e non solo in Italia.

Come si materializza il passaggio in panchina nel 1990, quando da calciatore del Bassano Virtus diventa mister delle giovanili?

Capisci con l’esperienza sul campo che hai una personalità, la capacità di trasmettere, la capacità di coinvolgere le persone intorno a uno stesso pensiero. Credo che questo sia stato il motivo dominante. Proprio poche sere fa ci siamo ritrovati, dopo 33 anni, con i miei ragazzi del Bassano Virtus: era la classe 1974, nel 1990 avevano 16 anni, erano Allievi. Abbiamo vinto il titolo regionale e siamo arrivati ai Nazionali, siamo arrivati quarti perdendo la semifinale in maniera poco chiara. Da lì è cominciato il mio cammino.

Le prime esperienze da primo allenatore sono tra C1, B e C2 tra Vastese, Carpi, Cosenza e S.P.A.L.. Come ricorda quegli anni di "gavetta"?

Li ricordo come anni formativi: non è scontato che, anche se sei stato un buon calciatore, diventi subito un allenatore. Passare attraverso le esperienze più disparate, con difficoltà insite in ogni contesto, aiuta a maturare e a crescere nelle tue convinzioni, nel modo di gestire i gruppi, nel modo di fare calcio. 

Successivamente viene ingaggiato dal Modena, con cui compie un doppio salto dalla C1 alla A ottenendo anche la salvezza al primo anno in massima serie. Quali furono le chiavi per ottenere questi grandi risultati?

Prima c’è la S.P.A.L., con la quale vinco il mio primo campionato di C2 e l’anno successivo vinco la Coppa Italia di Serie C. Dopo questi due anni, il presidente Donigaglia pensa bene di cambiare allenatore e io rimango a casa. A novembre vado a Modena e da lì nasce il percorso: nei tre anni successivi, dopo il primo nel quale sono subentrato, vinciamo la C (2000/01), vinciamo la B (2001/02), andiamo in Serie A e ci salviamo (2002/03).

Com’è l’impatto in massima serie con il Modena? Quali sono le chiavi differenti che adotta con la squadra per ottenere la salvezza in un campionato di livello differente?

Innanzitutto è da tener presente che 7/8 del Modena che ha vinto la C erano in Serie A e giocavano titolari. Abbiamo vinto a Bergamo alla prima, poi abbiamo perso in casa col Milan per 0-3. Alla terza di campionato vinciamo all'Olimpico, 1-2, contro la Roma di Capello. Questo ci dà grande slancio, grande forza. Ci salviamo all’ultima giornata facendo un'ottima Serie A, dimostrando di avere qualità e di giocare un buon calcio.

Passa poi al Brescia, sempre in Serie A: salvezza al primo anno, esonerato nella seconda stagione. Il primo anno è anche l’ultimo di Roberto Baggio: quale fu la gestione nei suoi confronti? Che ricordo ha dell’ultima partita della sua carriera a Milano?

Sono dentro anche io nel film di Netflix, alla fine: lui esce dal campo, lo saluto e ci abbracciamo... Ho scelto Brescia perché era la mia ex squadra da giocatore ma al tempo stesso era la squadra di Roby Baggio. Un talento straordinario, uno dei più grandi calciatori a livello mondiale. Avevo anche altre opportunità: dopo aver vinto a Ferrara, vinto a Modena due campionati di fila e salvato i Canarini in Serie A, potevo andare da un’altra parte. Però poi ho scelto Brescia.

Il rapporto con Baggio è sempre stato ottimo: parlavamo in dialetto, avevamo la possibilità di scambiare le sue esperienze e le mie visioni di giovane allenatore, siamo andati d’accordo. Poi Baggio era molto bravo con i suoi compagni di squadra: dava sempre consigli, stava attento che ognuno desse un contributo importante, non voleva far figure quando poi andava in campo la domenica... Con lui è stato un bellissimo anno, quell’anno lì ha fatto 12 gol, e 10 assist, quasi tutti per un Caracciolo che debuttava in A.

Poi c’è l’addio, al Brescia: a inizio febbraio 2005 vado via, e il Brescia retrocede. Una mossa che non ho capito del mio grande amico Gino Corioni. O meglio, mio padre Gino Corioni, perché lo considero come tale. Ha fatto una scelta convinto di farla per il bene del Brescia, così purtroppo non è stato.

Poi la Torino granata. Che emozioni ha provato il giorno della finale playoff col Mantova, in cui il suo Torino è tornato in Serie A, davanti a quasi 60.000 spettatori?

Un Torino costruito in una settimana. Ci era stata data la possibilità di operare ancora sul mercato perché era stato salvato da un fallimento grazie all’intervento di Urbano Cairo. Abbiamo fatto qualcosa di straordinario: siamo riusciti a mettere in piedi una squadra quando il mercato era chiuso, potevi prendere i giocatori che agli altri non interessavano...

Siamo riusciti a fare una buona squadra, di buona qualità e ottimo temperamento. Abbiamo vinto la partita con il Mantova in casa per 3-1 davanti a 65.000 spettatori (i dati ufficiali riportano 58.560, ndr). È stata un’emozione grandissima, unica, una soddisfazione incredibile.

Successivamente, come mai Cairo la esonerò nonostante la promozione? Tra l’altro, la stagione successiva tornerà sulla panchina del Torino per sostituire Zaccheroni e condurre la squadra alla salvezza...

Sono andato via a inizio stagione perché la dirigenza aveva preso Zaccheroni. Cairo era a digiuno di calcio, ha dovuto pagare il deficit che aveva e che ha poi sanato: oggi è diventato un presidente di ottimo livello che sa come funziona e come gira il calcio. Credo che abbia seguito i consigli di qualcuno, sicuramente era stato condizionato.

Mi ha esonerato a 4/5 giorni dall’inizio del campionato, poi sono tornato a 13 giornate dalla fine, col Torino che era reduce da 2 pareggi e 6 sconfitte nelle ultime 8, in una caduta libera pazzesca. Abbiamo vinto subito in casa contro il Cagliari, ci siamo addirittura salvati alla penultima di campionato vincendo a Livorno. Dopo questa salvezza qua, nonostante tutto, mi ha mandato via. Ci sarebbe da farsi un sacco di domande, anche se credo che comunque tutto sia legato all’inesperienza in questo mondo del presidente all’epoca. Oggi Cairo ha un’altra stoffa, un’altra capacità nella gestione delle cose.

Che ricordi ha della sua prima panchina all’estero, al Levante 2007/08?

Stupendi. Vincemmo 3-0 in casa contro l’Almeria di Unai Emery. Partita strepitosa, tripletta di Riganò, ex Fiorentina. Levante era una realtà che aveva un sacco di problemi, i giocatori non venivano pagati, una situazione pazzesca.

Purtroppo non conoscevo nulla quando sono arrivato: una volta firmato il contratto e interrotto quello col Torino, mi sono trovato in Spagna. Non ho terminato l’anno perché sono tornato al Toro, per salvarlo per la seconda volta in Serie A. E dopo quell’anno lì sono ripartito al Toro, a novembre mi ha esonerato e il Toro casualmente è retrocesso un’altra volta, come era successo al Brescia...

Cosa non funziona all’Udinese 2009/10, dove è rimasto solo per qualche settimana?

Arrivo a fine dicembre, sono rimasto lì neanche un mese. Avevamo eliminato il Milan in Coppa Italia vincendo a San Siro, però poi i risultati in Serie A non sono arrivati subito. La squadra aveva un numero spropositato di giocatori per quello che doveva fare: dovevamo fare solo la Serie A ma eravamo in 31, con non so quante nazionalità...

Alla fine della fiera credo che, in pochissimo tempo, non potevo cambiare una situazione abbastanza compromessa. Hanno pensato bene di esonerarmi. Da quel momento lì ho detto a me stesso che non avrei più allenato in Italia.

Ripensando alla Serie A degli anni 2000, ritiene che rispetto a quella di oggi la qualità sia nettamente più alta?

In quegli anni lì c’era il Milan stellare, un sacco di situazioni molto forti. Oggi il calcio è decisamente diverso: anche le squadre piccole si stanno attrezzando e hanno le potenzialità per mettere in difficoltà gli altri. Forse in quel periodo c’era più marginalizzazione delle piccole rispetto alle grandi, oggi c’è un po’ di equilibrio in più, pur esistendo ancora netti le differenze tra le big e le candidate alla retrocessione.

Sempre rispetto al suo decennio in Serie A, chi è l’allenatore migliore che ha affrontato? Chi invece, secondo lei, avrebbe potuto fare una carriera migliore in panchina?

Oddio, non te lo so dire. Li ho incontrati tutti praticamente: Mourinho, Ancelotti, Sacchi… Credo che noi abbiamo una classe di allenatori di ottima qualità. Probabilmente ci stiamo svegliando in ritardo e molliamo con fatica il campionato italiano: credo che dovremmo investire un po’ di più nell’andare in giro, perché altrimenti è dura. Bisogna cercare di aprire gli orizzonti, cercare di riproporsi anche in chiave internazionale in maniera diversa.

Nel periodo tra l’Udinese e l’Albania, ha ricevuto offerte particolari dall’estero?

Sì, però quella che mi allettava di più in quel momento lì era di provare un’esperienza in una Nazionale. Mi è arrivata quella dell’Albania, alla quale in un primo momento avevo detto di no. Poi invece ho accettato: diciamo che sono stato ripagato con immense soddisfazioni...

Com’è stato il primo impatto nell’Albania? Cosa ricorda del primo periodo, della prima sfida con la Georgia?

Alcuni giocatori li ho visti la prima volta quando sono arrivati direttamente in Georgia, altri partivano con noi dall’Albania. Ne conoscevo pochissimi, avevo avuto modo di incontrarne qualcuno ma non tutti. Vincevamo dopo 3', ci hanno fischiato contro due rigori e abbiamo perso in rimonta. Però era tutto sommato un'amichevole che contava fino a un certo punto.

Da lì abbiamo fatta tanta strada: quel giorno dissi che, se mi avessero seguito con passione e determinazione e avessero creduto fortissimamente in me, come io credevo fortissimamente in loro, ci saremmo tolti grandi soddisfazioni e magari un domani potevano essere ricordati da tutti per essere stati quelli che hanno fatto qualcosa di straordinario. Queste cose poi si sono realizzate.

Ha raccontato di aver impiegato molto tempo nel cercare giocatori convocabili per l’Albania tra i figli di albanesi in tutta Europa. Ci racconti qualcosa su quella fase.

È stata dura: non c’era un grande database sul quale poter lavorare, uno storico, un archivio. Avevo trovato una squadra abbastanza vecchia che doveva essere rinnovata: c’era bisogno di forze fresche, possibilmente calciatori che avessero un minimo di qualità e prospettiva. Ho fatto un sacco di viaggi in giro per l’Europa per cercarli. Ci è capitato di inseguirne uno che giocava in Australia, poi alla fine non l’abbiamo neanche più chiamato.

Non era l’Albania di oggi, che ha 7/8 giocatori che giocano in Serie A, Liga, Bundesliga o addirittura Premier League. Era una squadra che aveva pochi giocatori di qualità ma che aveva grinta e determinazione. Era un gruppo di calciatori veramente molto coeso e unito.

Come si è integrato nel tessuto socioculturale albanese? Cosa ha fatto per calarsi nel ruolo?

Ho vissuto lì parecchio tempo, sono andato a vedere le partite del campionato albanese per cercare di avere un target con cui capire quali giocatori andare a cercare fuori dall’Albania. Una grande mano me l’ha data il presidente della federazione, Armand Duka, oggi vicepresidente della UEFA: mi ha dato grande autonomia, la possibilità di interloquire direttamente con lui quando avevo qualcosa di importante da fare.

Una delle cose migliori che sono riuscito a fare è stata quella, tramite un avvocato, di tesserare i giocatori del Kosovo: il Kosovo non era riconosciuto a livello internazionale, ma quelli di etnia albanese sono riuscito a portarli in Nazionale. A questa cosa non credevano neanche il presidente e quelli della federazione. Il primo giocatore "processato" è stato Migjen Basha (11 anni in Italia tra Lucchese, Viareggio, Rimini, Frosinone, Atalanta, Como e Bari, ndr): ha aperto la strada alla possibilità di scrutare anche i giocatori kosovari.

I primi impegni ufficiali sono le qualificazioni a Brasile 2014: l’Albania arriva 4° nel girone con 11 punti. Iniziava già a intravedere delle potenzialità? Nel giugno 2013 eravate al 2° posto: perché da lì in poi siete calati?

Avevo poca possibilità di turnare i giocatori: se ti mancano i giocatori più interessanti fai una fatica pazzesca. Avevamo un girone non semplicissimo, abbiamo fatto comunque delle partite incredibili, come la vittoria in Norvegia. Poi abbiamo perso contro un’Islanda in crescita pazzesca, che poi andò ai playoff.

Nel biennio successivo, che ci vedeva impegnati per andare agli Europei in Francia, abbiamo avuto l’esperienza vissuta nel primo girone. Ho capito qual era uno dei problemi che avevamo: i giocatori, una volta che raggiungevano un obiettivo, rischiavano di sedersi a livello mentale. Faceva parte di una mentalità che doveva essere cambiata, mi è servito molto per lavorarci sul biennio successivo. 

All’esordio nelle qualificazioni a Euro 2016, vincete 0-1 in Portogallo. Cosa ricorda di quella partita? Già allora iniziaste a crederci?

Beh, quella è stata sicuramente una partita storica per l’Albania: giocavamo contro una squadra che è diventata campione d’Europa. Dopo quella partita lì è entrato Fernando Santos (al posto di Paulo Bento, ndr): da lì non hanno più perso una partita, arrivando a vincere l’Europeo. L’unica l’hanno persa contro di noi!

Noi abbiamo fatto una buona partita di contenimento, saremo ripartiti credo 2/3 volte per tempo, ma facendogli male veramente. Abbiamo rischiato anche di farne 2, ma abbiamo anche rischiato di prenderne altrettanti: quando è la serata giusta, quelli potevano stare lì anche tutta la notte e avrebbero fatto fatica a farci gol.

La svolta delle qualificazioni arriva il 14 ottobre 2014: nella partita di Belgrado contro la Serbia, una clamorosa rissa scatenata da un drone porta allo 0-3 a tavolino. Che ricordi ha di quella notte?

Una partita che era sullo 0-0. Eravamo verso la fine del primo tempo, era il 40' più o meno. È arrivato il drone con la bandiera dell’Albania etnica, e da lì è scoppiato il parapiglia: pur avendo norme di sicurezza e misure adottate dalla Federazione serba, non sono riusciti a tenere a bada tutto questo can-can che si era creato. Sono venuti in campo addirittura alcuni spettatori, hanno dato qualche cazzotto ai giocatori, che si sono difesi con tenacia fin quando non siamo andati dentro negli spogliatoi.

Da quel momento lì, per noi, la serata era finita: non c’erano le condizioni psicologiche per riprendere una partita, qualche giocatore era stato ferito dai pugni. Come fai ad andare in campo e provare a rigiocare la partita?

Invece cosa ricorda di Albania-Armenia 2-1, partita che avete ribaltato in 5' alla 5° giornata?

Ci hanno fatto gol all’inizio (autorete di Mavraj su tiro di Mkhitaryan, ndr), poi siamo riusciti a pareggiarla e vincerla alla fine. Lo ricordo come se fosse adesso: cross da sinistra di Lenjani, Gashi che chiude sul secondo palo di testa, gol. Era una partita che sembrava stregata: li avevamo chiusi nella loro metà campo e non riuscivamo a buttare dentro questa maledetta palla.

È stato un delirio: loro si difendevano in maniera strenua, con una determinazione pazzesca. Però ringraziando Dio siamo riusciti a fare il gol e portare a casa i 3 punti, che era quello che ci interessava di più.

Segue 1 punto su 9 contro Danimarca fuori casa, Portogallo in casa e Serbia in casa. Forse la sua squadra iniziava ad avere la paura nelle gambe. vedendo il traguardo a un passo?

La partita più importante è quella con la Danimarca: avevamo pareggiato l'andata in casa 1-1, eravamo andati in vantaggio e loro poi ci hanno pareggiato. Da loro giocavamo il 4 settembre, abbiamo fatto una partita della Madonna, abbiamo sfiorato il gol alla fine con Roshi: aveva tirato fuori davanti alla porta, a tu per tu con Schmeichel... Però era una partita dove la Danimarca ha provato in tutte le maniere a far gol e non sono riusciti a segnare, noi ci siamo difesi bene e siamo ripartiti più volte.

Poi le due in casa, persa col Portogallo e persa con la Serbia, e c’è da incazzarsi veramente. Con il Portogallo abbiamo perso per un colpo di testa di Veloso su angolo al 92', una sera stregata. Quella con la Serbia l’abbiamo persa da coglioni - lo ripeto oggi, ma glielo dicevo anche allora: “Guardate che abbiamo 2 risultati su 3, cazzo, dobbiamo vincere o pareggiare ma non dobbiamo rischiare di perdere la partita, porca troia” -: Kolarov fa l’1-0 al 91', poi prendiamo il secondo perché andiamo avanti tutti per pareggiare e ci segna Ljajic in contropiede.

Comunque, quello che più conta è che l'11 ottobre siamo andati a Yerevan e siamo riusciti a vincere 3-0: all’inizio abbiamo rischiato fortissimamente di andare sotto, credo che sarebbe cambiata la partita. L’azione successiva abbiamo fatto gol noi con Hovhannisyan e abbiamo chiuso la partita (decisiva per la qualificazione all’Europeo, ndr): una gioia e una determinazione pazzesca!

Se non aveste vinto sareste andati ai playoff: non è come ora con la Nations League...

Sì, era un casino: volevamo vincere assolutamente e avere la certezza di avere il biglietto per Parigi.

Successivamente venite accolti in Albania da una grande festa: ha definito quel risultato come la più grande soddisfazione della sua vita, vero?

A parte la nascita di mia figlia, quella è stata la più grande gioia della mia vita sportiva. Una sensazione che uno non può neanche immaginarsi: in 4 anni ti trovi a essere proiettato sul tetto d’Europa, una soddisfazione unica. Poi la cosa bella è che avevo detto ai ragazzi che, se mi avessero seguito dando tutto loro stessi, senza preconcetti, saremmo andati lontano. E così è stato!

Come ha gestito, lei col suo staff, i mesi di preparazione a Euro2016, nei quali disputate 5 amichevoli?

Ci siamo preparati benissimo in Austria, in un posto bellissimo. Abbiamo perso l’ultima partita prima dell’Europeo, contro l’Ucraina a Bergamo: è stato un risultato che mi ha dato la possibilità di lavorare ancora di più sulla testa dei ragazzi, di fargli capire le difficoltà che avremmo incontrato all’Europeo. Là giocavamo contro la Svizzera con metà dei giocatori albanesi, la Francia padrona di casa e la Romania.

Quali sono le emozioni con le quali, nelle settimane e nei giorni precedenti, vi avvicinate al debutto in un grande torneo per nazionali?

È un lavoro, al di là dell’aspetto fisico e tattico, fatto molto sulla testa dei calciatori, nel fargli capire quanta fatica abbiamo fatto per arrivare lì e quante soddisfazioni potevamo avere. Esserci era una medaglia che si ponevano sul petto, per quello che erano riusciti a fare e per quello che potremmo ulteriormente fare.

È un lavoro per cercare di portarli oltre l’ostacolo, cercare di fargli capire che si può anche andare ancora più lontani di dove si era arrivati. Il giorno dell'esordio c’era euforia, c’era voglia di stupire. Poi eravamo un gruppo: solido, forte, che si automotivava. Poi avevamo un seguito che era pazzesco, non puoi immaginare il seguito degli albanesi…

All’epoca ero piccolo, però quest’anno ho visto la marea che ha portato l’Albania a Euro2024...

La prima volta era qualcosa di ancora più straordinario, era micidiale. Comunque è pazzesco, esperienza unica.

Tra le critiche che ha ricevuto in Albania c’è quella di non aver convocato per quella fase finale Djimsiti, Rashica e Rrahmani: gli ultimi poi due sono poi andati a giocare con il Kosovo, non sono stati più convocabili. Oggi, con il senno di poi, li porterebbe in Francia?

Bisogna sempre contestualizzare. Djimsiti - lo avevo suggerito io al mio amico Giovanni Sartori per l’Atalanta - aveva il problema che era arrivato a gennaio a Bergamo, e non giocava. Aveva fatto le ultime 3 di campionato. Djimsiti è un giocatore che io ho sempre considerato, poi l’ho sempre chiamato. Però c’era, in quel momento, un problema legato alla sua non abitudine a giocare in campionato con continuità.

Di Milot Rashica, oggi tutti ne decantano le lodi. Era un giocatore che aveva buone qualità, ma che con noi non aveva mai giocato neanche 1', neanche un’amichevole. Gli ho preferito altri che mi avevano dato dei contributi importanti, che mi avevano fatto altre cose.

Amir Rrahmani: giocatore all'epoca potenzialmente forte, giocava nel Partizani di Tirana, uno dei pochi che giocavano nel campionato albanese. Lo vedevi che era un buon giocatore, ma, come per Rashica, non aveva giocato quasi mai. Ho privilegiato i giocatori che mi avevano portato all’Europeo, riconoscendo le qualità che avevano. Rrahmani in quel momento lì aveva 22 anni, non aveva chissà che esperienza a livello internazionale. È una scelta che mi è costata, li ho portati nel pre-ritiro ma poi ho dovuto sceglierne 23… Fossero stati 25, sarebbero stati parte della squadra.

L’11 giugno debuttate all’Europeo a Lens contro la Svizzera, perdendo 0-1. Una partita piena di rimpianti?

Tantissimi: è una partita dove prendiamo gol Schär di testa. Anticipa Berisha in uscita, una cosa che avevamo studiato, ristudiato e vaffan… Poi restiamo in 10 all’inizio del secondo tempo, 45' quasi in 10 contro 11. Restiamo in partita fino alla fine, a 15' minuti dalla fine faccio entrare Gashi, che si presenta davanti a Sommer, da solo. Siamo già in campo, che entriamo per festeggiare. Tira, Sommer tocca la palla con le punta delle dita e la butta fuori.

Svanisce il pareggio, e svanisce la possibilità di qualificarsi successivamente: insieme ai 3 punti fatti con la Romania ci saremmo qualificati. Purtroppo siamo andati fuori per differenza reti, ma abbiamo fatto un girone veramente buono.

Uno dei ricordi che ho di quell’Europeo - avevo 10 anni - è che lei, deduco all’errore di Gashi, si gira verso la panchina e dice “Vaffanculo” fragorosamente…

Sì, o “Vai a cagare” (ride, ndr)... Mezza panchina era già dentro in campo, pronti a correre in campo per festeggiare. Mancavano 4' alla fine, pazzesco.

Giocate bene anche contro la Francia a Marsiglia, ma perdete 0-2 dopo aver tenuto lo 0-0 per 90'. Come giudica quella partita?

Con la Francia noi avevamo giocato in due partite amichevoli. Abbiamo pareggiato 1-1 a Rennes, vincevamo 1-0 e ha pareggiato Griezmann al 73', e poi abbiamo vinto 1-0 in casa. E ti dico che loro in quella partita lì, all’Europeo, avevano "paura" di noi. Ci hanno affrontato non con spavalderia. All’inizio del secondo tempo noi prendiamo un palo e loro invece fanno gol all'89' e 40". Cazzo, 1-0 Payet, pazzesco. Poi, come col Portogallo, ancora una volta avanti per pareggiare e secondo gol di Griezmann.

A5' dalla fine cambio Ajeti (centrale difensivo visto in Italia a Frosinone, Torino, Crotone, Reggiana, Padova e Pordenone, ora al Bodrum in Turchia, ndr) perché non ce la fa più, ha i crampi, la porca miseria… Non lo volevo cambiare però cazzo, se non ce la faceva più.... Quando cambi un difensore può cambiare l’equilibrio: stavamo talmente bene che facevano fatica a fare gol. La Francia non ci stava facendo gol in casa, davanti a quasi 64.000 persone… Ok, 20.000 saranno stati albanesi, ma gli altri erano tutti francesi, cazzo. Una roba micidiale, non ci facevano gol neanche a morire. Poi alla fine cambi a 5' dalla fine e cambia la partita. 'Fanculo, a volte.

Finalmente a Lione arriva la vittoria: 1-0 contro la Romania, gol di Sadiku. Ci racconti di quella partita.

Dovevamo vincere a tutti i costi per avere una minima possibilità di sperare. È stata una partita giocata bene da entrambe: noi siamo stati più bravi a sfruttare le occasioni grazie a un cross da destra, Tatarusanu è uscito male e Sadiku fa gol di testa scavalcandolo con un pallonetto. Partita storica, era la prima e finora unica vittoria a un Europeo. Abbiamo fatto una bella figura in Francia, anche se a me non bastava, ma comunque va bene lo stesso.

Il 10 giugno 2016 avrebbe firmato per uscire al girone ma conquistando la prima vittoria a un Europeo?

No, io non metto mai la firma. Neanche per le partite più difficili. Altrimenti non avrei vinto a Roma, o a Milano contro l’Inter con il Brescia con 8 giocatori che erano in casa con l’influenza. Ho un’altra mentalità: penso che sia possibile fare tutto nella vita, basta avere la preparazione e la voglia di farlo, senza avere paura della propria ombra.

Ci sono state differenze nella preparazione tattica e psicologica delle tre partite giocate a Euro2016?

No, siamo andati avanti sempre sulla stessa falsariga. Ovviamente c’era qualche richiamo in più dal punto di vista degli sviluppi offensivi e di altre situazioni specifiche di campo, ma per il resto assolutamente no: era una squadra che aveva già una sua personalità, sapeva stare in campo. Dovevi saper focalizzarti sul discorso legato agli aspetti tattici, ai pericoli tipo Schär che di testa va sempre a staccare dal centro sul primo palo. Le cose che dici e ripeti, poi alla fine in campo ci vanno i giocatori...

Cosa la porta, nel giugno 2017, a lasciare l’Albania?

Avevamo un girone pazzesco di qualificazione al Mondiale 2018, con Spagna e Italia, dove eravamo 3°. Mancavano 4 partite alla fine, avevamo appena vinto 3-0 in Israele. Ho pensato che quello fosse il momento di smontare giù dal treno, potete solo immaginare con che peso sul cuore, perché quando scendi dal paradiso e torni per terra… Col presidente ci siamo visti, ci siamo parlati, ho chiesto anche a lui cosa ne pensasse perché non volevo metterlo in difficoltà, siamo andati a un pranzo e poi abbiamo deciso di chiudere lì.

Dopo più di 5 anni, non vedevo prospettive immediate di crescita: i giocatori erano sempre gli stessi, non avevo nuovi calciatori che mi potevano dare una mano. Io sono uno che chiede sempre tantissimo: molta applicazione dal punto di vista mentale, dal punto di vista del lavoro, sono un martello pazzesco. Quando stai per 5 anni di fila, diventa poi una cosa difficile da gestire.

Dopo tutto l’amore che ha ricevuto, che le ha portato anche la cittadinanza onoraria, si sente albanese?

Mi sento albanese come mi sento italiano. Ho la doppia cittadinanza, ho avuto un sacco di soddisfazioni da parte della gente albanese. Quando sono qui in Italia e un albanese mi incontra, è di una gioia incredibile. Giusto oggi è venuto uno a farmi i lavori a casa: non sapevo fosse albanese, ma appena mi ha visto me l'ha detto, era strafelice di incontrarmi e di raccontarmi di quello che aveva vissuto. Una cosa meravigliosa...

Oggi come valuta la nazionale albanese, oggi allenata da Sylvinho? La ritiene più forte di quella di cui disponeva lei, magari con giocatori che le avrebbero fatto comodo?

Una squadra con buona qualità tecnica, con calciatori che giocano in campionati importanti… Io non avevo un giocatore dell’Inter (Asllani, ndr), non avevo un giocatore di Serie A di chissà quale livello. Dal punto di vista tecnico è una squadra molto completa, molto forte. Noi avevamo una cazzimma da paura, avevamo un’altra personalità, un’altra determinazione. Però è sempre difficile fare i paragoni.

Ritiene di essere stato l’iniziatore della crescita del calcio in Albania?

Io sono arrivato e ho dovuto cambiare quasi tutto: i giocatori di riferimento erano alla fine delle loro esperienze, quindi ho cominciato con una squadra discretamente giovane. Avevo solo pochi giocatori esperti: Agolli giocava nel Qarabag, Lorik Cana era l’unico giocatore che avesse avuto un certo pedigree tra Marsiglia, Sunderland e Lazio. Giocavano titolari alcuni che erano in B: Memushaj giocava col Pescara ed era il mio titolare, per dire.

Da quello che ha potuto capire, perché l’Albania non aveva la cultura calcistica e sportiva di alcuni paesi della ex Jugoslavia?

Ce l’ha eccome, invece: anche in passato ha avuto dei buonissimi giocatori, che sono andati anche a giocare all’estero e che sono diventati delle pedine importantissime nella nazionale albanese. Il problema principale è che anche in passato avevano delle buone qualità, ma avevano trovato più difficoltà a diventare gruppo.

C’era un pensiero individuale e non collettivo, questo poteva creare qualche difficoltà. Ci hanno lavorato in tanti, allenatori stranieri anche (Beppe Dossena, Hans-Peter Briegel, Otto Baric, Slavko Kovacic, Arie Haan, Josip Kuze e Džemal Mustedanagić, ndr), però il primo che è riuscito a far qualcosa di importante a livello internazionale sono stato io.

Vero che nel 2016 è a un passo dal subentrare a Conte sulla panchina dell'Italia, prima di venire sorpassato da Ventura?

Sì, è vero. È una cosa che non ho ancora digerito oggi, che sono passati 8 anni.

Si parlava, almeno da come ricordiamo, di Ventura e Montella.

Io sapevo solo Ventura e io. 8 anni fa Montella era ancora abbastanza giovane...

Peccato, visto com'è andata con Ventura. Magari con De Biasi CT saremmo andati al Mondiale…

Eh, non lo potrei dire io, però… Non lo posso dire.

Negli ultimi anni ci sono state altre nazionali che hanno ottenuto risultati sorprendenti. Nel 2024, in Germania, si sono espresse su ottimi livelli Georgia, Slovacchia e Slovenia: il calcio per nazionali si sta livellando? 

Dipende sempre dalle qualità dei singoli giocatori: senza i calciatori puoi essere anche il più bravo allenatore del mondo ma non vai da nessuna parte. Però è vero che ci sono nazionali che stanno crescendo: la Slovacchia, cazzo, ha giocatori che…

Nel settembre 2022 sono andato lì con l’Azerbaigian in conferenza stampa prima della Nations League. Era la prima partita di Calzona. Mi chiedono "Cosa pensa della Slovacchia?”. Dico “La Slovacchia è una squadra che deve vincere facilmente il girone senza ombra di dubbio: avete qualità, avete esperienza…”. Cazzo, ci sono giocatori che giocano nell’Inter, nel Napoli, in Germania, Suslov che adesso è al Verona. Dico: cazzo, noi non abbiamo nessuno. Andiamo lì e vinciamo 2-1. È una roba che lascia un po’ interdetti francamente.

Cosa va storto al Deportivo Alaves nel 2017?

Il Deportivo Alaves è più o meno come l’Udinese: arrivo dopo 6 partite di campionato, la prima la vinciamo fuori casa contro la mia ex squadra, il Levante, dopodiché abbiamo 4/5 partite una peggio dell’altra e non facciamo risultato. Alla fine della fiera sono stato lì un mese e mezzo, dopodiché c’era un po’ di maretta con il presidente, ho preso e mi sono dimesso.

Infine, tra il 2020 e il 2023, allena l’Azerbaigian, con cui disputa due Nations League, le qualificazioni per Qatar 2022 e quelle per l'Europeo in Germania. Ritiene positiva quell’esperienza?

Sì, molto. Mi aspettavo di avere risultati diversi sul campo, ma visto quello che avevo a disposizione siamo riusciti a fare qualcosa di straordinario. L'ho detto anche al board della federazione: mi volevano tenere lì ancora, volevano che rimanessi quando poi invece mi sono dimesso a novembre e non ho accettato il rinnovo del contratto. Ho detto “Vi ringrazio di cuore, di sicuro abbiamo fatto dei risultati che qui non si sono mai visti”.

Abbiamo vinto 5 partite di fila con l’Azerbaigian, vediamo da qui in avanti quante 5 partite di fila vincerà l’Azerbaigian. Ne ha fatte due adesso con il vecchio Santos (Fernando Santos, ndr) e le ha perse tutte e due, Svezia e Slovacchia. Purtroppo c’è poca gente che gioca a calcio in Azerbaigian. E poi non si riesce a naturalizzare nessuno, è un casino della Madonna, da quel punto di vista lì fai una fatica pazzesca. Però al vecchio Fernando gli ho lasciato un bel gruppo di ragazzi: ci sono 2004, 2003, 2002, 2001, tutti giocatori che possono solo, da qui in avanti, crescere in esperienza e anche in prestazione.

All’atto pratico, quali sono secondo lei le principali differenze tra l’allenatore di club e il CT negli ambiti della preparazione tattica, fisica e psicologica?

Se sei CT hai poco tempo per lavorare, devi saperlo gestire e non dire continuamente “Ho poco tempo per lavorare”. Devi lavorare in maniera diversa, farlo con qualità, cercando di stare in contatto coi calciatori anche quando tornano nei club. Fargli sapere che gli sei vicino, che li hai visti giocare la domenica, che l’avevi visto non bene oppure che è stato bravissimo a fare una cosa. Il giocatore deve sentirlo che ci sei, lo segui, così lo fai sentire importante.

Tra una "pausa nazionali" e l'altra, qual è la settimana tipo del CT?

Il CT va, specialmente all’inizio, a vedere gli allenamenti delle varie squadre di club. Lavora in federazione col proprio staff, si fanno vari briefing per mettere a posto i discorsi per la partita successiva: che trasferte ci saranno, come le facciamo, dove andremo, a che ora partiremo, a che ora vogliamo ritornare. Tutti aspetti legati alla logistica, che ti fanno recuperare prima, cercando di non perdere tempo inutilmente.

Quindi viveva in Albania e in Azerbaigian.

In Azerbaigian più fisso, i giocatori erano tutti là. Con l'Albania stavo anche in giro per l’Europa, per vedere i giocatori dal vivo.

Oggi aspetta una panchina?

Ne ho rifiutate più di una, in questo periodo…

Nazionali o anche club?

No, nazionali nessuna. Di nazionali sono stato in lizza prima dell'Azerbaigian, per una che mi sarebbe piaciuto allenare.

Posso? Kosovo?

No. Anche al Kosovo pensavo di poter essere in lizza, e invece hanno fatto una scelta diversa. Ce n’è un’altra, ben più importante, ma hanno fatto una scelta diversa.

Il giocatore più forte che ha allenato?

Roby.

Oggi ci sono allenatori in cui rivede Gianni De Biasi?

Davide Nicola. È stato mio giocatore al Torino, lo conosco bene. So che qualità di uomo ha, chi è al di là del professionista.

  • Nato nel 2005, appassionato di allenatori, nazionali e allenatori delle nazionali. Amante dei non luoghi, della torta Sacher e del mare. Vive nel culto di Guillermo Ochoa.

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