
Thiago Motta, la Juve e il coraggio di cambiare
Una rivoluzione filosofica che ha liberato la Vecchia Signora dalle catene che la imbrigliavano.
"Il problema principale che abbiamo trovato è quella che noi chiamiamo 'la cultura degli alibi' (...) non bisogna accettare che una cosa non si possa fare per motivi diversi dalle proprie responsabilità. Io non accetto da parte dei giocatori sentire 'questo non posso perché...' e il motivo non c'entra con loro stessi".
Queste parole non provengono dalla bocca di Thiago Motta, ma sono una piccola parte di una leggendaria conferenza stampa di Julio Velasco risalente a più di 30 anni fa: il tecnico argentino aveva da poco preso incarico quale CT dell'Italia maschile di pallavolo, gruppo che Velasco porterà a diventare la squadra migliore del mondo. Nella sua esegesi dei problemi della Nazionale, l'allenatore porta svariati esempi di come cause esterne, come terreno di gioco, fattori etnici o problemi strutturali dello sport italiano, possano con facilità divenire capri espiatori atti a giustificare sconfitte e fallimenti.
Tutto ciò non trova spazio nella filosofia di Velasco, e non ne trova più nemmeno in casa Juventus. In questo, la presentazione di Thiago Motta in bianconero è stata - non sappiamo se volontariamente o meno - emblematica. Un pallone rimbalza dalle tribune dello Juventus Stadium fino al centro del campo. Poi ne arriva un altro. Poi un altro ancora. Alla fine, tutti i palloni formano le iniziali TM, a segnare l'inizio di una nuova era. Il pallone, e il campo, al centro di tutto, come giudici incontestabili, cui spetta ogni decisione, risultato e avvenimento.
Già, la Juventus, prima ancora di essere una società quotata in borsa, uno dei fiori all'occhiello della holding Exor e un'emanazione della famiglia Angelli-Elkann, è una squadra di calcio; affermazione ovvia ma necessaria, dato che nell'ultimo triennio il campo è sembrato davvero l'ultimo dei pensieri in casa bianconera.
I fattori esterni, intesi come non strettamente controllabili dalla dirigenza in carica negli ultimi anni e dallo staff tecnico, hanno certamente giocato un ruolo cruciale. La dimissione in blocco dell'intero cda, presidente Agnelli compreso, la penalizzazione inflitta e tolta a più riprese nella stagione 2022/23, il caso Pogba tra stregoni e antidoping; è impossibile pensare che una squadra, formata da persone che non possono essere al 100% impermeabili a ciò che le circonda e le riguarda da vicinissimo, non venga influenzata da tali vicissitudini.
Allo stesso tempo, però, la Juve stessa sembrava voler far di tutto per rendersi un'entità anomala, quasi sovversiva, allontanandosi dal gioco del calcio con una serie di scelte che già al momento potevano sembrare opinabili, mentre oggi risultano semplicemente suicide. Innanzitutto, i continui ripensamenti relativi al progetto tecnico, certamente figli del caos che imperava in dirigenza: l'innovazione nel gioco ricercata con Maurizio Sarri è durata lo spazio di una stagione, la susseguente scelta di Andrea Pirlo, nominato allenatore dell'Under 23 soltanto una settimana prima, sta a metà tra il delirio di onnipotenza e la panic move pura, dettata dalla mancanza di idee e da una volontà di contenere costi che stavano diventando insostenibili.
Il ritorno al passato, con un allenatore che era stato esonerato due stagioni prima con la precisa volontà di cambiare filosofia di gioco, allenatore che aveva dichiarato di essersi estraniato dal mondo del calcio durante il suo periodo di inattività, è stato voluto su basi non tecniche, quasi cabalistiche: con lui vincevo, senza di lui ho vinto meno, con lui vincerò. Il patto quadriennale multimilionario stipulato tra Massimiliano Allegri e la Juventus, invece di dar forza alla scelta della società, ha avuto l'effetto di rendere il tecnico inattaccabile oltre ogni logica, dispensandolo da qualsiasi tentativo di uscire dalla propria comfort zone, anche quando la realtà bussava alla porta.
Assieme alla nomina di Allegri, ha destato perplessità anche quella di Maurizio Arrivabene, reduce da un'esperienza non felicissima in Ferrari, quale amministratore delegato. Presentatosi esclusivamente come "uomo dei conti" slegato dalla parte sportiva, Arrivabene ha in realtà giocato un ruolo chiave (come da lui stesso ammesso) anche sul mercato bianconero, incidendo in operazioni quali l'acquisto di Pogba e il mancato rinnovo di Dybala. I suoi ripetuti tentativi di svilire lo sport fulcro dell'azienda per cui lavorava non sono passati inosservati agli occhi dei tifosi, che non hanno di certo pianto lacrime amare quando anche lui, come gli altri membri del cda, ha rassegnato le dimissioni con effetto immediato.
Fattori esterni e interni si sono poi intrecciati in modo inestricabile quando c'è stato bisogno di spiegare i problemi della Juventus, rivelandosi alleati insospettabili per parlare di campo senza parlare di campo. Lo scarso rendimento o i continui infortuni di acquisti in realtà voluti da tecnico e staff (non sempre capaci di mettere i calciatori a proprio agio), le penalizzazioni, le vicende societarie, sono diventate affilatissime armi contro chi ipotizzava una Juve diversa.
Semplicemente non era possibile, per queste e altre mille ragioni, vedere una Juve che giocasse un calcio aggressivo e coraggioso, in linea col blasone suo e dei suoi calciatori. Cultura degli alibi, all'ennesima potenza, rinforzata da un continuo ritarare gli obiettivi stagionali al ribasso, un modo estremamente semplice per non fallire mai, anche sconfessando sia la mentalità storica di un club che ha sempre la vittoria come fine ultimo e principale, che l'eredità di un allenatore che ha distrutto con le sue mani gran parte della sua credibilità.
Ripreso in mano un giocattolo sul punto di rompersi irrimediabilmente, la proprietà ha scelto Cristiano Giuntoli, deus ex machina del Napoli scudettato, per liberare la Juventus dai suoi atavici problemi e portarla nel calcio del 2024. Dopo un anno di convivenza forzata con Allegri, il nuovo responsabile dell'area sportiva decide che l'uomo giusto per intraprendere la rivoluzione è Thiago Motta, artefice della cavalcata trionfale del Bologna conclusasi con una storica qualificazione in Champions League, figlia di un campionato chiuso al quinto posto a sole tre lunghezze proprio dalla Juventus.
Ricostruire dalle fondamenta un club come la Juventus, che sembra non potersi permettere periodi di transizione, è sempre un'impresa ardua; a renderla ancora più complessa, una proprietà che ha da qualche tempo imposto come regola aurea la riduzione dei costi, con l'autosostenibilità come obiettivo ultimo, in modo da evitare quei sistematici aumenti di capitale che avevano reso la Juve, economicamente parlando, un gigante coi piedi d'argilla.
In estate si è parlato tanto di una Juve regina del mercato, ma con un'accezione negativa, come se il club fosse tornato a spendere senza ritegno. In realtà, se si va oltre il semplice saldo tra entrate e uscite relative ai cartellini, si scopre che il mercato varato da Giuntoli, oltre a consegnare a Motta una rosa di assoluto valore, stando a Calcio&Finanza dovrebbe produrre un impatto positivo sul bilancio 24/25 di quasi 74 milioni di euro. Tante novità e tanti giovani per un mercato invasivo, quasi visionario, con un unico interrogativo: riuscirà Thiago Motta a lasciare fin da subito il suo marchio in una squadra alla disperata ricerca di un'identità?
Le non esaltanti amichevoli estivi avevano fatto alzare qualche sopracciglio, i primi impegni ufficiali hanno invece dimostrato fin da subito che la Juventus è una squadra nuova, senza alcun punto di contatto con quella del triennio precedente. Merito dei nuovi acquisti? Esattamente il contrario, dato che i primi protagonisti della Juve 24/25 sono esattamente quelli delle scorse stagioni, ma in una veste inedita, accompagnati da qualche prodotto della Next Gen che, a bocce ferme, non ci saremmo mai sognati di vedere tra i titolari.
L'emblema del nuovo corso è sicuramente Manuel Locatelli, tra i calciatori più controversi e criticati della gestione Allegri-bis, imbrigliato in dei compiti non esattamente nelle sue corde ma comunque svolti con dedizione e incisività commoventi, come avevamo già analizzato su queste pagine. Gli arrivi di Koopmeiners, Douglas Luiz e Thuram, uniti al rientro di Fagioli dalla squalifica, sembravano relegare l'ex Sassuolo a un ruolo marginale, invece Locatelli è stato impiegato da titolare in 7 gare su 9.
In campo, il calciatore sembra tornato quello ammirato al Mapei con De Zerbi: è il giocatore della Juve con più passaggi completati per 90', il terzo migliore della Serie A per lanci lunghi riusciti dietro a Calhanoglu e Bernabé e gioca in media 98 palloni a partita, 30 in più rispetto allo scorso anno. Nel 4-1-4-1 che la Juve assume in fase di non possesso, Locatelli è il vertice basso ideale per Motta, dato che è capace di alzarsi in pressione ma anche di abbassarsi tra i difensori, di uscire sempre con i tempi giusti e portare il raddoppio laddove le circostanze lo richiedono.

Un altro giocatore che pare trasformato dal nuovo corso targato Motta è Federico Gatti, ma in modo del tutto diverso rispetto a Locatelli. Gatti è stato infatti molto spesso un protagonista positivo da quando veste la maglia della Juve, abbinando prestazioni difensivamente commoventi, fatte di lotta, anticipi e salvataggi in extremis, a gol sempre pesanti, 6 nelle sue prime due stagioni in bianconero. A destare perplessità erano le sue capacità di adattarsi a un contesto agli antipodi rispetto a quello che lo aveva esaltato alla prima esperienza nella massima serie, una Juve bassa e reattiva nella quale i giocatori fisicamente prestanti e forti nei duelli aerei potevano fare la voce grossa.
I limiti di Gatti con la palla tra i piedi, sia in costruzione che in conduzione, parevano non potersi sposare coi principi di gioco di Motta, affermazione corroborata dalla lunga ricerca di un centrale bravo in impostazione durante l'estate. Sfumati Todibo e Calafiori, in bianconero è alla fine arrivato Kalulu, ma sin dalla prima partita Motta ha imposto Gatti come centrale titolare al fianco di Bremer, affidandogli addirittura la fascia da capitano.
Un'investitura che conferma il ruolo di leader emotivo del difensore, sul quale Motta ha lavorato fin dal primo giorno di ritiro per portarne alla luce un lato inedito e assolutamente inaspettato. In questo primo scorcio di stagione abbiamo visto Gatti rompere la linea nelle uscite dal pressing, sfoderare aperture con l'esterno di 40 metri, giocare con disinvoltura palle corte all'interno della propria, dribblare sulla linea di fondo invece di lanciare il pallone a caso sulle punte. Chi guarda Gatti oggi per la prima volta, senza preconcetti, vede un difensore perfetto per il calcio contemporaneo, capace di interpretare al meglio le due fasi.
Oltre a Cambiaso, imprescindibile nella doppia veste di terzino/regista quando la Juve si schiera col 3-2-5 in fase di possesso, e Fagioli, che sta pian piano recuperando la brillantezza dei giorni migliori, va sottolineato l'apporto di altri due calciatori già di proprietà della Juve che in realtà non avevano mai debuttato in prima squadra. Samuel Mbangula è stato lanciato a sorpresa tra i titolari nelle primissime giornate da Motta, che ne ha ricavato un gol, due assist e un rigore procurato. Impiegato a singhiozzo in Next Gen per incompatibilità tattica con il vecchio corso, l'esterno offensivo classe 2004 ha subito inciso in Serie A, e resta un cambio prezioso per Motta che può schierarlo su entrambe le fasce.
Ancor più coinvolto nelle rotazioni è stato Nicolò Savona, ad oggi praticamente un titolare per Motta, che l'ha impiegato dal 1' anche in gare delicate come quelle con Napoli e Lipsia. Un anno più grande del belga, Savona ha messo in mostra grande esuberanza atletica unita ad un'applicazione difensiva invidiabile, senza mai farsi intimorire da avversari di livello mondiale come Kvaratskhelia e Xavi Simons, che hanno trovato nel terzino aostano un bruttissimo cliente. Le doti fisiche, il suo metro e 92 e la grande capacità di concentrazione permettono a Savona di giocare anche al centro della difesa in caso di necessità, opzione che Motta stesso ha ammesso di valutare per surrogare l'infortunio di Bremer.
Qual è dunque il segreto di Thiago Motta? Cosa permette al tecnico di entrare nella testa del calciatori ed estrapolarne doti apparentemente nascoste? C'è una doppia lettura dietro al lavoro del nuovo allenatore bianconero: una, ovviamente, di campo, e una più sottile, che sta alla base della nuova identità della Juve ed è assolutamente fondamentale nel rendere credibile la sua proposta di gioco, dalla quale dobbiamo giocoforza partire per comprendere meglio la portata della rivoluzione di Thiago.
Tutte le conferenze, tutte le interviste postpartita, tutte le dichiarazioni di Thiago Motta convergono verso un unico fulcro: il lavoro quotidiano, quello che poi mostra i suoi frutti nelle gare di campionato e Champions. Polverizzata la dicotomia tra risultato e prestazione che aveva caratterizzato la narrazione relativa all'ultimo triennio, ora l'uno è diretto discendente dell'altra, che è a sua volta condizionata da ciò che viene provato durante la settimana, con la ricerca del miglioramento e la cura di ogni singolo dettaglio come dogmi imprescindibili.
Motta però non arriva alla Juventus per imporre dall'alto un suo modello fatto di principi inderogabili, bensì approda in bianconero per colmare una necessità, palesata dai tifosi, dalla società stessa, ma soprattutto dai calciatori. Locatelli, nella conferenza pre Juve - PSV, ha parlato di occupazione di spazi, stile di gioco, equilibri e lavoro sul campo, concetti che lo scorso anno venivano soltanto accennati e quasi mai vedevano un reale riscontro sul campo. Il calciatore del 2024 sa che ha bisogno di un impianto di gioco che lo esalti, e quello vecchio non era semplicemente l'abito giusto per i giocatori della Juventus, così come non lo sarebbe per gran parte dei calciatori contemporanei.
A dipingere bene quanto la mentalità portata da Motta venga sposata dalla totalità del gruppo squadra, sono le parole del tecnico in coda all'eroica rimonta col Lipsia. "I ragazzi erano convinti di andare in avanti per far male alla squadra avversaria, anche con uno in meno la sensazione era quella, e allora perché andare indietro? Andiamo in avanti - afferma sorridente l'allenatore della Juve nel post gara - abbiamo la possibilità, tanto a livello di qualità quanto di fisico, per poter contrastare l'altra squadra giocando anche in 10". Coraggio, fiducia nei calciatori, volontà di attaccare fino alla fine: in pochi mesi, Thiago Motta ha sovvertito i cardini della Juventus, liberandola dalle catene che da troppo tempo la stavano imbrigliando.
Di pari passo con la rivoluzione filosofica portata dal mister italobrasiliano, c'è un vero e proprio terremoto a livello calcistico, che in una manciata di settimane ci ha restituito una Juve lontanissima parente di quella vista in campo negli scorsi tre anni. Chi si aspettava un approccio iperoffensivo, o una squadra sbilanciata e ossessivamente proiettata in avanti, ha probabilmente seguito poco il Bologna di Motta, che ha raggiunto risultati mirabili giocando un calcio assolutamente piacevole e proattivo, ma senza mai mostrarsi troppo attaccabile o facile da perforare; non a caso, lo scorso anno i felsinei hanno incassato solo un gol in più della Juventus, ma con uno stile di gioco agli antipodi rispetto alla squadra di Allegri.
La Juve è la miglior squadra della Serie A sia per xG concessi che per gol subiti, e ad oggi ha incassato una sola rete, su rigore, da Razvan Marin; in Champions League, i bianconeri hanno regalato al PSV una rete ininfluente, mentre il Lipsia è riuscito a pungerli solo con una prodezza di Sesko e un rigore dello stesso attaccante sloveno. La nuova solidità della Signora ha una duplice chiave di lettura: difesa con la palla e (ri)aggressione feroce ma ragionata, principi opposti al blocco basso e all'ammassare uomini all'interno della propria trequarti tipici dell'ultima Juve di Allegri, una squadra passiva più che una squadra reattiva.
Se gli avversari della Juventus hanno poche occasioni per farle male, è anche perché la squadra di Motta ha il pallone tra i piedi per la maggior parte del tempo. Il 62,6% di possesso palla, secondo miglior dato della Serie A a un'incollatura dall'Inter (62,7%), è un potente segnale di rottura col passato; col 48,4%, la Juve 23/24 è stata la peggiore da quando vengono raccolti dati di questo tipo (fonte Sofascore), arrivando a toccare anche picchi negativi del 35% in una singola gara. Col miglioramento del possesso, è diminuito il volume dei tiri concessi agli avversari: 7 ogni 90', miglior dato della Serie A, contro gli 11,6 dello scorso campionato.
L'altro segreto della solidità bianconera sta nella fase di non possesso, più coraggiosa e meno guardinga; pressing e contropressing sono sì delle armi offensive (basti pensare alle reti segnate contro il Lipsia), ma permettono anche di tenere la palla lontano dalla propria area e condizionare psicologicamente gli avversari. Molte squadre infatti, dopo un certo numero di palloni persi nella propria trequarti, tendono a lanciare il pallone lungo facilitando il lavoro della linea difensiva della Juve, obbligata a giocare in modo ben più aggressivo rispetto al passato: senza una difesa alta e abile ad accorciare subito sugli avversari, il lavoro di pressione delle prime linee perderebbe di significato, generando sanguinose spaccature tra i reparti.
Un plauso va fatto ai calciatori, che hanno assorbito senza traumi il passaggio da una linea difensiva passiva a 3/5 uomini ad una aggressiva con 4 uomini, una transizione che era stata descritta come impossibile fino a poco tempo fa, vista la presunta inadeguatezza di alcuni interpreti come Bremer, "troppo indisciplinato per difendere a due in mezzo", e Cambiaso, "non abbastanza solido per giocare da esterno basso". Fino all'infortunio del brasiliano, la difesa della Juve è stata quasi la stessa dello scorso anno, con l'aggiunta di uno tra Savona, Kalulu e Cabal su una delle corsie, a dimostrazione che il cambiamento portato da Motta non sta tanto negli uomini, quanto piuttosto nelle idee.
Attacco e difesa si fondono continuamente l'uno con l'altra nella Juventus targata Thiago Motta; basti pensare che ad oggi la miglior arma offensiva dei bianconeri è stata l'uscita dalla pressione avversaria tramite il gioco corto. Tale pratica non può essere definita "migliore" rispetto agli scorsi anni, dato che essa era completamente assente nelle ultime versioni della Signora, ed è stupefacente ammirare come Motta l'abbia implementata da zero in un tempo relativamente breve. Pur privo di un centrale maestro in questo fondamentale, com'erano Calafiori e Lucumì a Bologna, il tecnico è riuscito comunque a costruire un sistema di elusione del pressing avversario con molteplici soluzioni.
Si parte dall'accentramento di Cambiaso in un 3-2-5, ma la Juve può uscire dal basso anche con una difesa a 4 pura sfruttando le progressioni di Gatti o Kalulu, Locatelli può scendere a impostare assieme ai centrali oppure fungere da parete, formando con essi il vertice alto di un triangolo. Anche in situazioni di pericolo, la Juve non vuole abbandonare la sua nuova identità; un tradeoff che sin qui ha pagato ampi dividendi, e che difficilmente cambierà anche se verranno subiti dei gol a causa di qualche errore tecnico in posizioni delicate. L'identità è chiara, e il coraggio che sta alla base del nuovo corso bianconero passa anche per gli incidenti di percorso che inevitabilmente la squadra incontrerà.
Non parliamo ovviamente di una macchina perfetta, tutt'altro: se i bianconeri fin qui hanno conquistato solamente una vittoria in casa in Serie A, è anche a causa di una transizione nel gioco non ancora completata, soprattutto per quanto riguarda la fase offensiva. Se la Juventus non riesce a sfruttare l'uscita dal pressing avversario o la propria pressione in zone elevate del campo come strumenti per perforare la difesa avversaria, può andare in difficoltà nel portare pericoli concreti contro squadre che si difendono con molti uomini sulla propria trequarti, un po' come faceva la Juve stessa fino a poco tempo fa.
L'affinarsi dell'intesa tra gli interpreti offensivi, e di conseguenza l'aumento della frequenza e della qualità degli scambi nello stretto, saranno elementi imprescindibili nella crescita della produzione offensiva di una squadra che al momento è soltanto quindicesima per non-penalty xG, statistica figlia soprattutto delle difficoltà nell'andare al tiro contro Roma e Napoli, gare in cui la Juve non è riuscita a tradurre il proprio possesso nella metà campo avversaria in pericolosità offensiva. Numeri assolutamente non presentabili per una squadra col potenziale offensivo della Juventus, che ancora manca peraltro dei pericoli su piazzato che creava lo scorso anno.
Un'altra problematica è quella relativa all'ampiezza: la Juventus è piena di esterni che amano convergere dentro il campo e tendono a intasare i corridoi centrali. Yildiz non è un'ala pura, Gonzalez se impiegato a destra tende anch'egli ad agire da mezzapunta, solamente Conceiçao - in attesa di capire il reale peso di Weah e Mbangula nel medio periodo - sembra a suo agio nel galleggiare a ridosso della linea laterale, pur avendo sin qui giocato a piede invertito. Tra i terzini, il solo Savona sembra a suo agio nel solcare la fascia supportando l'ala di riferimento, tutti gli altri preferiscono agire nei corridoi centrali o comunque non sono abituati ad avventurarsi sovente sulla trequarti avversaria.
L'innalzamento della qualità generale, che dovrà moltiplicare le soluzioni offensive della Juve, passa per l'integrazione dei due acquisti estivi più costosi che fin qui non hanno del tutto convinto: Teun Koopmeiners e Douglas Luiz. L'olandese è sembrato a tratti avulso dalla manovra bianconera, e la sua frustrazione ne ha annebbiato la lucidità in fase di rifinitura e conclusione, anche se nell'ultima uscita col Cagliari ha saputo combinare con Vlahovic in modo sin qui inedito.
La Juve lo ha voluto fortemente per la sua capacità di impattare in ogni aspetto del gioco, il calciatore da parte sua deve ancora capire come rendersi utile in un sistema molto diverso da quello dell'Atalanta. Un gol, per lui che si era abituato a segnare molto, lo renderà sicuramente più sereno nel lavoro quotidiano.
Più complicata è la situazione relativa a Douglas Luiz, sin qui la vera delusione di questo primo scorso di stagione. Dopo essersi presentato con giocate abbacinanti in amichevole, il brasiliano al debutto in campionato ha mostrato un passo fin troppo cadenzato (nemmeno con l'Aston Villa era un fulmine di guerra, va detto) e una leggerezza nelle giocate che in molti hanno scambiato per superficialità. Ad aggravare la sua posizione, i rigori ingenuamente causati contro Lipsia e Cagliari, uno ininfluente, l'altro capace di rimettere in partite una squadra che sembrava sul punto di arrendersi.
Motta lo ha schierato da titolare solo in un'occasione, ma Douglas non ha quasi mai mostrato quelle scintille capaci di sovvertire gerarchie comunque in continua evoluzione. Chi lo ha seguito in Premier League sa che parliamo di un giocatore di livello elevatissimo, sia per tecnica pura che per letture e intelligenza tattica, dal quale è lecito attendersi un contributo maggiore che è assolutamente nelle sue corde.
La squadra di Motta è insomma, al netto dei buoni risultati sin qui ottenuti, assolutamente perfettibile, e risiede proprio qui la differenza con il ciclo precedente. L'intensità e la frequenza del pressing, la velocità degli scambi offensivi, la ricerca di soluzioni sulle fasce, la capacità di attaccare difese schierate: ognuno di questi aspetti può migliorare attraverso il lavoro quotidiano e l'integrazione dei nuovi calciatori, ed è anzi facile notare come la Juve che pareggia con il Cagliari sia già molto diversa, in positivo, da quella che ottiene lo stesso risultato un mese prima con l'Empoli.
Prima di Motta, la Signora era prigioniera di una concezione fatalista del calcio: si segna in qualche modo, ci si chiude dietro, si cerca di non subire gol e magari raddoppiare sfruttando gli episodi. Un piano gara monodimensionale, quasi sempre uguale a sé stesso, non modificabile da fattori esterni: quando tutto va bene e gli episodi ti sorridono, lotti (o ti illudi di farlo) per lo Scudetto, quando invece le cose non girano per il verso giusto, metti in piedi la peggior prima fase di Champions della storia della Juve e disputi un girone di ritorno con 4 vittorie in 17 partite.
Ora non ci sono più alibi che tengano, non ci sono episodi che decidono intere gare, non ci sono spiegazioni che non abbiano strettamente a che fare con ciò che la Juve mostra in campo. La Juventus, finalmente, è tornata padrona del suo destino, i suoi successi sono figli di ciò che viene fatto durante la settimana e nei 90' di gara, i suoi passi falsi devono sempre essere spunto di riflessione per una continua tensione al miglioramento, senza mai trincerarsi dietro a dogmi immutabili. La Juventus è cambiata, e nel perseguire il ritorno alla vittoria cambierà ancora, senza paura di farlo. La più grande vittoria di Thiago Motta è proprio questa: la Juve non ha più paura.
Ti potrebbe interessare
Dallo stesso autore
Newsletter
Iscriviti e la riceverai ogni sabato mattina direttamente alla tua email.














