
Joker: Folie à Deux è un meta disastro
No, Todd Phillips non ci ha portato Ha Ha Land, ma solo un Joker meno ispirato.
Ha senso fare un processo alle intenzioni ad un film? E se sì, ha senso che il giudizio sullo stesso verta solo su quelle, mettendo da parte il resto e tutto ciò che contribuisce alla sua effettiva resa? Ovviamente no, ma non chiedetelo a Todd Philipps. Joker: Folie à Deux è sostanzialmente questo: un dibattimento con al centro quella strada verso l’inferno di Arthur Fleck sciorinata nel primo film, lastricata di buone intenzioni che purtroppo sono state fraintese da troppa gente, troppo a lungo. È un’ombra oblunga, un'elongazione metanarrativa del suo primo capitolo più che una continuazione vera e propria, visto che Phillips e Scott Silver in sceneggiatura scelgono scientemente di non continuare, di non portare avanti il discorso e ampliare l’orizzonte della narrazione preferendo restare in ginocchio sui ceci a rimestare nel torbido. Le due ore e venti di tanfo e sudiciume, tangibile e morale, che accompagnano la claustrofobica autoanalisi sulle conseguenze delle azioni di Fleck (e, di concerto, sugli effetti del primo film sulla cultura pop e sugli spettatori), vengono così spalmate lungo due tronconi ben distinti, distinguibili grazie agli unici due interni in cui si svolge la quasi totalità della pellicola: la prigione di Arkham e un’aula di tribunale. Due luoghi squallidi e caricaturali in cui regna l’ingiustizia e in cui ritorneranno puntuali le vessazioni fisiche e psicologiche nei confronti di Arthur, mentre procede in sottofondo un lavoro sottopelle di vivisezione della sua mente e del suo passato.
Nonostante il finale del primo suggerisse altro, qui ritroviamo il nostro regredito allo stato di povero derelitto disturbato, apparentemente scisso da quel suo alter ego che era assurto agli onori della cronaca compiendo azioni deprecabili che ora rischiano di costargli la condanna a morte. Ma la domanda vera di Joker: Folie à Deux è proprio questa: Arthur Fleck è Joker e viceversa oppure la sua versione clownesca e assassina altro non è che la malattia, l’essenza pura del male che seduce e porta l’esasperato a compiere cose indicibili senza nemmeno che se ne renda conto? C’è ancora una dicotomia al centro del palco dunque, alla stregua di quella che connaturava il primo capitolo nella sua danza in precario equilibrio tra cinecomic e film d’autore, tra pellicola di denuncia e pellicola reazionaria, tra Re per una notte e Taxi Driver.
Le uniche vere novità, rappresentate da Lady Gaga e dalla componente musical di cui si è tanto parlato, non costituiscono la variabile impazzita che era lecito attendersi dal genere e dal personaggio di Harley Queen, ma d’altronde i rimandi fumettistici al macrocosmo batmaniano sono ridotti al lumicino e a orpelli ancor più ininfluenti rispetto al passato. Le canzoni e i numeri musicali certo non mancano, e il talento di Gaga in questi frangenti non può che rubare la scena a un Joaquin Phoenix comunque in parte e dignitoso nel disimpegnarsi col cantato, a quasi vent'anni di distanza da Walk The Line. Tuttavia la sensazione è che, al netto della scelta dei brani con testi che ben si adattano a fungere da corredo e approfondimento alle varie situazioni, le coreografie abbiano sempre il freno a mano tirato, figlie della scelta di puntare su un minimalismo che né ruba l’occhio né favorisce l'esplorazione dell’eventuale componente onirica (suggerita anche dai trailer) che avrebbe facilitato la love story dei due freaks incarcerati. Paradossalmente il personaggio di Lee (diminutivo di Harley) è il più sacrificato (fatta eccezione per il sempre ottimo Brendan Gleeson) da una scrittura che, piuttosto che soffermarsi a dedicarle un’adeguata caratterizzazione, preferisce dipingerle addosso i connotati della tipica groupie del con-dannato e abbozzarle intorno i tratti somatici di chi è solito idealizzare i criminali, subendone il fascino proiettato attraverso la lente di media, film, serie, podcast e meme. Gaga in un certo senso è anche l’incarnazione di quegli spettatori che hanno amato e sancito il successo del primo Joker, del pubblico che sta sempre dalla parte di Fleck fino in fondo e che giustifica i suoi crimini puntando il dito verso le storture della società, omettendo altresì di provare alcun senso di colpa collaterale, pur essendo esso stesso un solido ingranaggio del sistema marcio che finisce per contestare.
Il coraggio di questa scelta di demitizzare e decostruire la figura del Joker, spogliando Arthur letteralmente dei suoi stracci e orientandolo verso un lungo percorso di espiazione e autocoscienza sarebbe quasi lodevole, se solo si rimanesse per l’appunto nel campo delle intenzioni. Il risultato purtroppo è decisamente (ed editorialmente) più vicino alla follia studiata e sviscerata da medici e avvocati del personaggio di Phoenix. È difficile godere appieno della metanarrazione di un film se dello stesso vengono a mancare le idee e la ciccia, la sua base, il suo primo piano di lettura, specie se poi dei 200 milioni di dollari di budget non si vede neanche l’ombra e tutto procede lungo i binari del già visto, o peggio, del ridondante. Non è sbagliato riportare tutti sulla Terra discostandosi dal concetto stesso di Joker vittima e mai carnefice, (il)legittimo idolo e simbolo di una malsana rivolta, inibendolo e riducendone la portata associandolo quasi a un simbionte.
Non è incoerente nemmeno prendere le distanze dalla coolness che ne ha determinato l’iconografia sottolineandone la miseria umana e intellettuale, ricusando la narrazione tossica generata e alimentata lungo questi cinque anni. Il problema è che manca letteralmente tutto il resto. Se mai ci sarà un processo a Joker: Folie à Deux, stavolta qualcuno dovrà chiamare Phillips e Silver a salire al banco dei testimoni, chiedendogli conto delle brutture di una storia scialba e poco ispirata, che non va oltre al vaffanculo riservato al suo fandom più generalista, impegnata com'è a rigettare la propria natura pop e per sbandierare, almeno nelle intenzioni, quella più arthouse. Un tradimento che, a giudicare dalle primissime impressioni veneziane e dal passaparola di questi primi giorni di programmazione, stavolta sembra aver quantomeno messo d’accordo critica e pubblico ma non per i motivi che la Warner sperava.
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