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Ménez
, 4 Ottobre 2024

Jérémy Ménez, con la tua nuvola di dubbi e bellezza


E se la parabola di Ménez rappresentasse un po’ tutti noi?

In una stagione calcistica caratterizzata da ritiri precoci (Kroos a 34 anni, Varane a 31, Thiago Alcántara a 33) si è fatto posto anche l’annuncio di Jérémy Ménez. Un addio al calcio non certo paragonabile - né per età né per meriti sportivi - a quelli citati, ma che lascia comunque l’amaro in bocca a chi è innamorato della dimensione più intima di questo sport. A chi non si rassegna di fronte all’incompiutezza di un talento così puro e senza bisogno di alcuna levigatura. 

A molti - in special modo a chi non segue le serie minori - può suonare strano il fatto che Ménez non si fosse ancora ritirato. Il francese non è mai stato il prototipo di giocatore che si pensava potesse arrivare a giocare ad alti (ma neanche a buoni) livelli fino ai 37: se la tecnica individuale è sopraffina, la dedizione al lavoro non è mai stata (sembrata?) il punto forte. Se volessimo proprio fare i pignoli, dovremmo dire che l’ultima esperienza in un campionato di alto livello in Europa risale alla stagione 2017/18 con l’Antalyaspor, salvo poi trasferirsi nel gennaio 2018 al Club América, in prima divisione messicana. Insomma, se ci fermassimo solo a guardare la competitività del campionato, già a 31 anni la strada di Ménez sembrava dirigersi verso un lento e inesorabile declino. 

Eppure, il passaggio alla Reggina nel 2020/21 aveva risvegliato l’interesse degli appassionati di calcio nostrano, che del francese - comprensibilmente - avevano perso le tracce. Lo stupore di vedere un giocatore oggettivamente forte (anche se imbolsito) nel nostro campionato cadetto si mescolava al meme: bisogna riconoscere (e lo dico da tifoso della Reggina) che l’accoppiata Ménez-Reggina ha ancora, a distanza di qualche anno, un non so che di esotico. Immaginate due amici al bar, uno dei due riceve una notifica sul cellulare con scritto: “Ménez alla Reggina: è fatta” e dice, toccando l'altro con il gomito: “Oh, Ménez alla Reggina! Spettacolo!”.

Due realtà lontane, apparentemente inavvicinabili, ma allo stesso tempo così vicine: la squadra calabrese doveva riassestarsi nel campionato di B dopo essere stata promossa, mentre il francese doveva ritrovare un po’ di smalto dopo l’esperienza in Messico e la breve parentesi casalinga al Paris FC. Il desiderio di riscatto ha portato Ménez in riva allo Stretto, dove, nello stile che ha caratterizzato tutta la sua carriera, ha alternato giocate lussureggianti a momenti in cui si estraniava dal campo. A Reggio, per di più, il francese ha ritrovato anche Filippo Inzaghi, allenatore con il quale ha vissuto in maglia rossonera la sua migliore stagione realizzativa (16 gol in 33 partite) e forse anche la migliore in termini di continuità.

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Inzaghi con Jérémy Ménez ai tempi del Milan

L’esperienza amaranto, però, non si è conclusa nel migliore dei modi: il fallimento della Reggina ha causato la diaspora dei calciatori in rosa, incluso Ménez che, svincolatosi, ha accettato di firmare per il Bari. Quella coi Galletti, a tutti gli effetti l'ultima esperienza calcistica, non è stata memorabile: all’esordio in B ha riportato la rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio destro e, dopo sole 10 presenze in maglia biancorossa, ha scelto di risolvere il contratto con la società pugliese. 

L’annuncio del ritiro è arrivato in sordina, senza alcuna comunicazione ufficiale. Nessun post strappalacrime, a voler quasi confermare la corazza che lo stesso Ménez sembra essersi costruito negli anni. La confessione è arrivata in maniera candida, spontanea, nel corso di una trasmissione francese, quando uno dei conduttori presenti in studio ha chiesto all’ex Milan e Roma se volesse continuare a giocare e se stesse cercando un club, perché di fatto non aveva ancora annunciato nulla riguardo al suo futuro da calciatore. “Posso dare una piccola esclusiva: mi fermo qui. Adesso iniziamo a guardare al futuro. Resterò nel calcio, ma non da giocatore”. 

L’estratto che circola sui social ruota intorno al livello di “saturazione” che Ménez dice di aver raggiunto: “Sono da più di 20 anni nel calcio professionistico e sono saturo di tutto ciò”. Un livello che, chiaramente, non fa rima con appagamento - scelta che poteva giustificare il ritiro prematuro di Kroos, Varane e Thiago Alcántara, in quanto giocatori tra i più vincenti degli ultimi anni - ma col tormento di non essersi riuscito a ritagliare, anche a causa propria, un posto nel mondo del calcio come uno del suo talento avrebbe meritato. Nel tono di voce rotto trapela l’insoddisfazione di non aver trovato un posto stabile, un club che fosse disposto ad accettare il suo stravagante talento e i suoi colpi di testa che hanno caratterizzato il suo percorso fino alle ultime partite

A parlare non sembra essere la persona spavalda di sempre, quella che si presenta con tagli di capelli aggressivi e discutibili, ma una persona matura, quasi dimessa: “Non volevo più continuare a giocare. Senza troppa voglia non è molto rispettoso nei confronti di un club”. Un Ménez che parla in versione istituzionale, cosa inusuale per chi è abituato a essere un anti-sistema per eccellenza dentro e fuori dal campo. Non ha mai tenuto nascosta la provenienza dalla Banlieue 94 (che per un periodo omaggia anche indossando il numero sulla sua divisa), un po’ per darsi la spinta verso il successo ma anche un po’ per giustificare il suo modo di essere non troppo convenzionale. 

In una famosa intervista, rilasciata quasi 10 anni fa, il francese dava una chiave di lettura rispetto al suo carattere burrascoso, derivante in buona parte dal contesto in cui è cresciuto: “Forse, e sottolineo il forse perché come fai a dirlo, se non avessi avuto il calcio sarei finito in galera. Del resto, ci sono finiti un sacco di miei amici: furti, droga, quelle cose lì, che ci caschi se sei giovane, vorresti tutto ma i soldi sono pochi”. Di giocatori che provengono da contesti degradati ce ne sono molti e di queste condizioni di partenza ne hanno fatto il loro punto di forza, Ménez, invece, anche nella sue esperienze più gratificanti dal punto di vista professionale, non è mai sembrato veramente integrato nel gruppo squadra, come fosse un appendice estranea al corpo principale. Non raramente i sorrisi in campo sono sembrati opacizzati da un sottile velo di malinconia di chi si sente diverso, inadeguato, weirdo.

Il francese è stato baciato dal talento come pochi altri calciatori e il suo stile di gioco impulsivo, istintivo, non ha fatto altro che - a costo di risultare retorici - traslare su un palcoscenico più grande il calcio di strada. Basta pensare al gol segnato nel famoso Parma Milan 4-5 (diventato famoso per il suo gol) giocato al Tardini di Parma: Ménez si accorge dell’indecisione dei due difensori e va spedito sulla palla, come fosse una questione di vita o di morte, prima di farsi rincorrere dai difensori ducali e di mettere la palla in porta in un modo fantascientifico. 

Il gol fantascientifico di Jérémy Ménez

Anche solo concepire un pensiero del genere è fuori da ogni logica, ma averlo fatto sembrare un gesto semplice e alla portata di tutti spiega la magia che scorre nei piedi di Jérémy Ménez. L’effetto impresso sulla palla, che rimbalza sul terreno e scavalca Mirante, sfida le leggi della fisica, ma per Ménez aver segnato un gol di pregevole fattura sembra essere relativo: preferisce correre, come al parchetto, per tuffarsi in un abbraccio fraterno dei suoi compagni di squadra per essere abbracciato, celebrato, accettato.

Se lo stile un po’ anarchico è stato il marchio di fabbrica del francese, vivere di un calcio prevalentemente basato su lampi di genio e su intuizioni è stato anche il motivo per cui, in alcuni tratti della sua carriera, Ménez è sembrato anacronistico. Anche il soprannome - Houdini - sembrerebbe confermare questa impressione: non è indicativo solo delle magie che riusciva a realizzare in campo, ma anche dei periodi in cui si estraniava dolcemente in qualche angolo sperduto del rettangolo di gioco.

Houdini, insomma, ha rappresentato per lungo tempo l'antipode del super-atleta, ossia del prototipo di giocatore che si è affermato nel calcio europeo negli ultimi tre lustri: impeccabile, inscalfibile, scientifico, robotico. Senza affanni, pieno di certezze. È qui che la parabola del francese ci sfiora da vicino: quante volte ci è sembrato di rimanere indietro mentre pensavamo che chi ci sta intorno si stesse muovendo alla velocità della luce? Quante volte abbiamo pensato che stare fermi fosse una colpa perché non potevamo permetterci di brillare di luce intermittente? È qui che Ménez ha colpito nel profondo - più di quanto ha fatto in campo a suon di giocate fantasiose - insegnandoci indirettamente a rispettare il proprio tempo senza snaturarsi, a non venire meno al patto con le proprie fragilità. Ed è con questi occhi che sarà bello guardare Ménez quando ci verrà voglia di rispolverare il suo tacco al Tardini o un'altra giocata: ricordandoci quanto è stato simile a noi, anche lui con la sua nuvola di dubbi e di bellezza.


  • Classe 1996. È ancora convinto che Chinaglia non può passare al Frosinone. Gli piace l'odore delle case dei vecchi. Considera il 4-3-3 simbolo della perfezione estetica.

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