
Mondiali di ciclismo 2024, istantanee dalla Svizzera
Le imprese di Pogacar e Kopecky, il podio di Longo Borghini, due giorni di ciclismo che ci ricordano perché lo amiamo.
Alla vigilia delle prove in linea dei 97esimi campionati mondiali di ciclismo su strada, le aspettative sui due grandi favoriti, Tadej Pogačar e Lotte Kopecky, erano altissime. I due sono i migliori ciclisti di questa epoca, in lizza per essere considerati i più grandi della storia. Partivano con i gradi di uomo e donna da battere, e hanno mantenuto le attese, anche se in modo diverso.
Tadej Pogacar ha vinto come solo un fenomeno può fare. È partito da lontanissimo, a più di 100 km dalla linea del traguardo, quando ha salutato la compagnia di Evenepoel e Van der Poel, i suoi due rivali più accreditati. Lo avrebbero rivisto solo dopo l’arrivo. Se non si conoscesse Pogacar, si potrebbe pensare che sia stato un gesto un po’ folle, un rischio che ha finito per pagare. Nulla di più sbagliato. Come ha scritto su X Leonardo Piccione, l’assurdità dello sloveno sta nel fatto che il suo aspetto migliore non siano le prestazioni a cui ci ha abituati, ma l’acume con cui legge la corsa e le varie evoluzioni che essa potrà avere nei chilometri successivi.
A più di 100 km dall’arrivo, Pogi si accorge che la sua squadra ha perso parecchi pezzi, mentre le più blasonate compagini di Belgio e Paesi Bassi possono contare su diversi corridori. I suoi rivali però sono rimasti più indietro, nel centro del gruppo. E lo sloveno, che deve aver pensato che sia meglio attaccare che essere attaccati, allunga in prima persona. Quinn Simmons e Andrea Bagioli ci provano pure, a rimanergli dietro.
Niente da fare. Pogačar si riporta sul gruppo di testa, in cui non a caso trova il compagno Tratnik a dargli un grande aiuto. E qui torniamo all’acume tattico: era stato proprio Pogi a dirgli di inserirsi in quel tentativo. Ma oltre all’intelligenza, servono le gambe per realizzare un piano così coraggioso, e che per altri sarebbe solamente una pazzia.
Più tardi ha salutato anche gli altri fuggitivi, con il solo Pavel Sivakov, compagno in UAE ma rivale in nazionale, che gli è rimasto sulla ruota per una decina abbondante di chilometri. Non ha dato cambi, ma perché era a tutta e poco dopo si sarebbe staccato anche lui. Da lì è iniziato un monologo, in cui da solo ha recitato in testa alla corsa, mentre dietro faticavano a organizzare un inseguimento e si trovavano a oltre un minuto di svantaggio.
La sua vittoria sembrava ormai cosa scontata, fino a che all’ultimo giro non si sono riaperti i giochi. L’attacco di Marc Hirschi ha ridato vitalità al gruppo dei favoriti, che ha cominciato a rosicchiare secondi su secondi a un Pogačar visibilmente stanco. Nel momento più difficile lo sloveno ha trovato però una nuova forza, più mentale che fisica, per riportare il distacco a un margine di sicurezza, garantendosi così la prima maglia iridata in carriera. Giro, Tour e mondiale nello stesso anno: era riuscito solo a due corridori nella storia fino a ieri (Eddie Mercxk per due volte, e poi Stephen Roche nel 1987). Adesso sono in tre.
Dietro Pogačar, i due più coraggiosi sono stati Ben Healy e Toms Skuijns, che anche ieri hanno dimostrato di non aver paura di attaccare. Non è arrivato il podio, ma sicuramente non avranno rimpianti. Saranno invece molti i rimpianti di Mathieu Van der Poel e Remco Evenepoel, che la gara l’hanno persa ai -100 dall’arrivo, quando hanno scelto di non seguire l’attacco di Pogačar.
Era il treno giusto su cui salire, ma passava una volta sola e gli ultimi due campioni del mondo non l’hanno preso. Forse pensavano che l’avrebbero acciuffato più in là nel percorso, o semplicemente non sono stati abbastanza attenti in una fase centrale della gara. Quella capacità di leggere la corsa dello sloveno loro non ce l’hanno, e ieri hanno pagato un conto molto salato.
Per il resto, da segnalare la medaglia d’argento a sorpresa del secondo miglior ciclista di questo 2024. Ben O’Connor è arrivato quarto al Giro d’Italia e secondo alla Vuelta, e adesso ha aggiunto una medaglia d’argento che vale quanto un oro, vista l’ineluttabilità di chi lo ha preceduto.
A livello regolamentare, la più grande differenza delle corse per nazionali (mondiali, Giochi Olimpici e campionati continentali) rispetto alle altre gare del panorama ciclistico sta nell’assenza delle radioline. Potrebbe sembrare un aspetto minimale, ma a livello tattico rende la corsa imprevedibile, senza controllo. I commissari tecnici non possono comunicare ai ciclisti e alle cicliste in ogni momento, ma solo quando passano per i box delle squadre. È impossibile sapere i distacchi, come è impossibile conoscere alla perfezione la situazione in corsa in ogni momento.
Detto questo, era difficile correre in modo peggiore della nazionale olandese nella prova femminile. La squadra olandese è storicamente la più forte, e anche quest’anno poteva contare su una selezione di assoluto livello. Demi Vollering era la capitana, anche se non è possibile relegare Marianne Vos a un ruolo di gregaria. Accanto a loro c’erano poi altri talenti come Puck Pieterse, Riejanne Markus e Mischa Bredewold.
Dopo aver controllato la corsa per tutto il giorno, negli ultimi due giri della prova hanno buttato via il lavoro fatto. Ha pesato sicuramente una rivalità interna tra le cicliste appartenenti a squadre diverse. D’altronde non possiamo dimenticare che anche nelle prove per nazionali il militare nello stesso club può essere un fattore, e può portare a collaborare ciclisti che sarebbero rivali.
Ai -30, invece di provare a controllare la corsa, le olandesi si sono divise. La coppia Vos e Markus, non a caso compagne nella Visma Lease A Bike, si trovavano nel gruppo di testa. E la coppia Vollering e Bredewold, non a caso compagne nella SD Worx, si trovavano nel gruppo all’inseguimento. Vos e Markus sono rimaste davanti per parecchi chilometri, con le loro due compagne di fuga, la belga Justine Ghekiere e l’australiana Ruby Roseman-Gannon, che ringraziavano per il lavoro svolto senza dare cambi.
Nel gruppo all’inseguimento, un cambio di ritmo in salita, attorno ai -22 km, selezionava un drappello formato dalle migliori cicliste al mondo. C’erano (quasi) tutte: Elisa Longo Borghini, la campionessa del mondo uscente Lotte Kopecky, Chloe Dygert, Demi Vollering e Liane Lippert.
Kopecky ha rischiato di pagare nel tratto più difficile, ma è riuscita a riportarsi sulla testa della gara. La belga ha corso in modo perfetto. Sapeva di contare su una nazionale molto meno forte delle rivali olandesi, e allora è rimasta coperta per quasi tutta la giornata. Ha lavorato solo quando ce ne era davvero bisogno, e con parecchia benzina in corpo è riuscita a vincere lo sprint finale.
Aveva già vinto l’anno scorso la prova in linea di Glasgow. Lei è l’atleta più completa di questo sport. È la migliore tanto su strada, sia nelle corse a tappe sia nelle classiche, quanto in pista, e si cimenta anche nel gravel. Domina negli sprint, in salita e a cronometro, e come Pogacar ha una grande intelligenza tattica che le permette di interpretare alla perfezione la gara.
Elisa Longo Borghini ci ha provato con forza nella parte in salita, il punto del percorso a lei più congeniale. Sapeva di essere meno veloce delle avversarie e ha provato a staccarle. Alle fine non ci è riuscita, ma ha comunque portato a casa un bronzo che chiude una stagione stellare. Sei vittorie di grande livello in stagione e una miriade di piazzamenti nelle classiche più importanti: a 32 anni Longo Borghini ha raggiunto il picco di un’ottima carriera. Mancava solo la vittoria ai Mondiali, ma potrebbe rifarsi già l’anno prossimo, in un percorso ancora più duro.
Nulla da dire sulla prova degli uomini, invece. Ad eccezione della fuga di Mattia Cattaneo e dell’impossibile tentativo di Bagioli di rimanere in scia di Pogačar, gli azzurri sono stati assenti non giustificati. Siamo chiari: era impossibile anche solo pensare di battere lo sloveno, e lo stesso podio non era forse un obiettivo alla portata.
Detto questo, il compito del CT doveva proprio essere quello di provare a colmare con la strategia queste lacune, magari provando ad anticipare con le due punte Ciccone e Tiberi. Tutto questo però non è accaduto, e il miglior piazzamento è stato il 25esimo posto di Ciccone a oltre sei minuti. In assenza di una squadra maschile élite all’altezza, aggrappiamoci alle ottime prestazioni di Longo Borghini, di Lorenzo Finn nella prova juniores e della coppia Pippo Ganna ed Edoardo Affini a cronometro.
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