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Genetica e sport
27 Settembre 2024

Campioni si nasce o si diventa?


Il ruolo fondamentale della genetica nello sport di alto livello e le sue implicazioni etiche

Da poco più di un mese si sono conclusi i Giochi Olimpici, quella magica ma sempre troppo breve parentesi quadriennale in cui ogni appassionato di sport si trasforma in un decatleta da divano e in cui ogni persona disinteressata allo sport si trasforma in appassionato di sport, in molti casi di sport di cui non conosceva nemmeno l’esistenza.

Una delle domande che personalmente mi sono posto più spesso ammirando le gesta di atleti che competono in discipline così varie, provenendo da posti così disparati è quella che riguarda il ruolo del legame tra geografia, genetica ed eccellenza sportiva. Tutti, immagino, abbiamo fatto caso alla preponderante maggioranza di campioni dai tratti subsahariani in determinate discipline dell’atletica, o ancora il dominio quasi incontrastato dei fondisti provenienti - o discendenti - dai paesi del Corno d’Africa.

Si tratta di una questione genetica (es.: “gli Etiopi sono fisicamente adatti per correre a lungo”) oppure di una causa puramente culturale (es.: “in Jamaica tutti fanno atletica, i bambini crescono con il mito di Bolt anziché di Maradona, quindi producono grandi atleti”)? Esiste il talento innato, esistono le predisposizioni o sono tutte costruzioni sociali? È sempre la solita dicotomia natura/cultura o genetica/ambiente che continuiamo a discutere da millenni e che, come sempre, si risolve in un “è più complicato di così”, ma la genetica è MOLTO importante.

Innanzitutto, è cruciale chiarire cosa intendiamo quando parliamo di “genetica” e “ambiente” o “genetico” e “ambientale”. Con il primo termine ci riferiamo a quei tratti, a quelle caratteristiche, che sono insite nel nostro DNA, che sono parte di noi a prescindere da dove e come viviamo. Con il secondo termine, invece, intendiamo tutto ciò che non è genetico. Ad esempio - nel caso di uno sportivo - fattori ambientali fondamentali saranno: come, dove e con chi è cresciuto? Quanto e come si è allenato? Cosa mangia e che cosa ha mangiato in passato? Quanto si riposa? Qual è la sua condizione psicologica? Eccetera. È chiaro a tutti - spero! - che entrambe le componenti giocano un ruolo determinante nella costruzione di un atleta d’élite e non solo: una genetica favorevole priva d’allenamento quasi sicuramente sarà svantaggiata rispetto a una genetica sfavorevole ma allenatissima. Tuttavia, quello che discuteremo in questo articolo, è in quale misura la genetica sia rilevante nello sport a livello olimpico, ovvero in un contesto di eccellenza nel quale si dà per scontato che tutti i partecipanti alla competizione siano allenati, nutriti, curati e riposati al massimo delle loro possibilità.

Ultima premessa: la genetica è complessa, molto più complessa di quella che abbiamo studiato alle medie o al liceo e che parlava di piselli lisci o rugosi: nella grandissima maggioranza dei casi non c’è un solo gene a determinare un carattere, ma spesso ce ne sono diverse decine o addirittura centinaia che, contemporaneamente, condeterminano un certo carattere. Tuttavia, i nostri prodigiosi scienziati, nei decenni hanno elaborato metodologie per ricostruire quanto la somma dell’influenza dei vari geni contribuisca a spiegare alcuni fenomeni, anche in contrapposizione all’ambiente. Per esempio, per quanto riguarda l’altezza, sappiamo che circa l’80% è dovuto fattori genetici mentre il 20% a fattori ambientali.

Diversi studi scientifici in questi ultimi anni hanno provato a capire quali geni e in quale misura avessero un impatto diretto e rilevante nello sport d’eccellenza, concentrandosi su sport individuali in cui la prestazione atletica è particolarmente fondamentale, come nell’atletica leggera. Per stimare la percentuale della componente genetica rispetto a quella ambientale ci si è basati principalmente su studi sui gemelli omozigoti: semplificando, se sono stati separati alla nascita e hanno performance simili, è molto probabile che quello sia dovuto a una componente ereditaria. Estendendo gli studi su grandi numeri, si può stimare statisticamente l’incidenza con un buon grado di certezza. I risultati, finora, hanno dimostrato che le probabilità di diventare un atleta di altissimo livello sono dovute alla genetica molto più di quanto si immagini comunemente.

Per esempio, si è scoperto che la VO2Max o “massima potenza aerobica”, cioè il parametro che misura la massima quantità di ossigeno che può essere utilizzata nell'unità di tempo da un individuo, nel corso di un'attività fisica, dipende per circa il 70% da fattori ereditari. La VLaMax o “massima potenza anaerobica”, che invece determina la potenza prodotta in uno sforzo breve ad alta intensità, è ereditaria per il 90%. Anche la massa e la morfologia dei nostri muscoli è in gran parte dovuta alla genetica - in questo caso sempre per il 90% circa - e lo stesso vale per le capacità neuromotorie.

Genetica e sport

I geni che sono stati analizzati più attentamente sono l'ACTN3 e ACE noti - in maniera un po’ semplificatoria - come “il gene della velocità" e "il gene della resistenza”. Entrambi questi geni hanno un ruolo importantissimo nel regolare la composizione dei muscoli: il primo, infatti, produce una proteina (alfactina 3) che aumenta lo sviluppo di fibre muscolari di tipo II, quelle responsabili della contrazione rapida e della produzione di forza esplosiva e quindi è associato a una maggiore capacità di svolgere attività che richiedono velocità e potenza, come lo sprint o il sollevamento pesi (invece si è visto che la sua mancanza porta dei vantaggi per quanto riguarda la resistenza); il secondo, invece, influenza la regolazione della pressione sanguigna e il volume del sangue circolante, contribuendo una migliore efficienza nell'uso dell'ossigeno, quindi a una maggiore resistenza, fondamentale in sport come la maratona o il ciclismo. Sia il gene della velocità che quello della resistenza possono essere assenti o presenti in una o persino due coppie. Chiaramente, chi esprime la doppia copia di uno o dell’altro gene, sarà avvantaggiato nell’esplosività o nella resistenza.

La presenza o l’assenza di questi tratti, è stato stimato, incide sul 50-70% delle differenze nelle prestazioni. Tuttavia, questo non significa che il restante 30-50% sia meno importante: la combinazione di allenamento mirato, nutrizione adeguata e preparazione psicologica può amplificare il potenziale genetico di un atleta.

La presenza o l’assenza di questi geni - come di molti altri - cambia radicalmente all’interno di popolazioni diverse. Per esempio, il “gene della velocità” è presente in doppia copia nel 70-75% degli africani, con picchi dell’83-85% in Kenya e Nigeria, e nel 75% dei giamaicani. Tra gli europei, la doppia variante è presente in poco più del 35% dei casi, mentre in Asia si scende addirittura al 22%. Al contrario, l’assenza totale della variante ha percentuali intorno al 20-25% in Eurasia e scende sotto il 5% in Africa.

Indovinate, invece, di cosa abbondano i genomi degli etiopi, dei keniani, degli eritrei? Ovviamente di ACE, il “gene della resistenza”. Abbandonando questo spinoso sentiero che rischia di condurre al determinismo, possiamo trovare conferma in altri studi che, anziché concentrarsi su aree geografiche, hanno categorizzato in base agli sport. Praticamente tutti i velocisti hanno una copia di ACTN3 e la presenza della doppia copia e di gran lunga più alta della media mondiale. Stesso discorso, ovviamente, per le discipline di resistenza.

La genetica, poi, non determina solo le prestazioni fisiche di un atleta, ma anche la capacità di recupero dagli infortuni o altri aspetti ancora poco studiati e importantissimi negli sport di squadra, come la visioni periferica ma anche l’“intelligenza” sociale, l’abilità di coordinarsi con un gruppo, la mira.

Genetica mappa
Mappa della migrazione umana con frequenze globali degli alleli ACTN3 R e X in
popolazioni autoctone.

Queste scoperte sul ruolo dei geni nelle prestazioni sportive di alto livello, in un futuro non troppo lontano, potrebbero cambiare profondamente la specializzazione in diverse discipline. Gli allenatori e i preparatori fisici, attraverso test genetici, possono identificare le predisposizioni naturali di un atleta e indirizzarlo verso uno sport che sfrutti al meglio il suo patrimonio genetico. Ad esempio, un giovane con una predominanza di fibre muscolari di tipo II potrebbe essere spinto a concentrarsi su sport che richiedono velocità e forza, mentre un atleta con una capacità aerobica elevata potrebbe eccellere nel fondo o in altri sport di resistenza.

Tuttavia, è importante sottolineare ancora una volta che la genetica non è un fattore esclusivo e lo scopo di questo articolo non è in alcun modo fatalistico. Passione, dedizione, capacità di adattarsi e migliorare sono aspetti ben più cruciali dei tratti ereditari, di cui stiamo analizzando l’impatto sulle prestazioni in atleti che hanno già portato al limite della perfezione tutti gli altri aspetti ambientali.

Come avrete forse intuito, oggi i test genetici e persino le modifiche genetiche sono sempre più accessibili e, alla luce delle nostre conoscenze, questo solleva importanti questioni etiche. Si possono utilizzare test genetici per selezionare i talenti sportivi fin da giovani? C'è il rischio che questi test possano creare aspettative irrealistiche o, peggio ancora, escludere giovani promettenti che però non sono geneticamente predisposti? Se alcuni atleti sono naturalmente avvantaggiati grazie alla loro genetica, le competizioni sportive possono essere considerate realmente eque?


Questo articolo è uscito originariamente su Catenaccio, la newsletter di Sportellate. Per ricevere Catenaccio gratuitamente o leggere i numeri arretrati, puoi cliccare qui

  • Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce in ritardo per lo scudetto ma in tempo per la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio nel 1998, puntuale per la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua imperterrito a seguire il calcio e a frequentare Marassi su base settimanale. Oggi è interessato agli intrecci tra sport, cultura e società.

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