
La maledizione spezzata
Resoconto intimo del derby vinto dal Milan dopo sei sconfitte consecutive.
Quando la tua squadra perde ogni volta che ti rechi allo stadio per un derby (in trasferta, perché il mio bilancio in casa è un po’ più positivo), ci sono due approcci possibili: o ti rassegni all’idea che il problema sei tu, tu che nemmeno scendi in campo e sei solo un microbo tra gli ottantamila spettatori presenti, ma comunque hai il potere di far perdere la tua squadra; oppure ti affidi alla statistica: hai già sofferto talmente tanto da aver raggiunto l’assuefazione, nulla ti può più scalfire, e, prima o poi, dovrà pur andar bene alla tua squadra. La tua squadra finalmente ce la fa e tu non ci sei: ti immagini che beffa?
Anche quest’anno, su un battello che dal Lido di Venezia, al termine del festival del Cinema, mi portava alla stazione di Santa Lucia, all’invito in apparenza masochistico di un amico rossonero, che mi chiedeva di accompagnarlo al prossimo derby, ho risposto: “Dai, facciamolo, ci sono!”. A rendere ancora più eroica la mia accettazione della chiamata alle armi, sono le due partite disputate fino a quel momento dal Milan: l’esordio terrificante col Toro e la debacle di Parma. Insomma, tutto lascia presagire un’ennesima scoppola (e ancora non so che circa tre settimane dopo, a tre giorni dalla partita, Milan-Liverpool lascerà strascichi di contestazione e allenatore sulla graticola). Ma nulla importa, perché noi abbiamo scelto il secondo approccio: prima o poi andrà bene, e noi dovremo esserci. Non abbiamo la minima speranza che possa essere questa, la volta buona, ma si sa, il calcio segue vie che la ragione non conosce.
Mi concederete una breve cronistoria dei miei derby vissuti in Curva Sud, per rendere l’idea della portata della maledizione: il mio battesimo di fuoco si consuma il 21 ottobre 2018, quando, dopo una partita in cui il Milan di Gattuso non tira mai in porta, Vecino crossa di collo pieno in area da posizione defilata; Donnarumma esce a vuoto e Icardi insacca di testa a porta spalancata. Per la prima volta, provo una sensazione che, nella sua amarezza, mi affascina: tutto lo stadio, davanti a me (Curva Nord) e ai lati (anelli rosso e arancio), esplode in un fragoroso boato che mi travolge; perdo il mio primo derby all’ultimo minuto, ma quasi mi viene da sorridere per la potenza dello spettacolo raro a cui assisto.
Frequento gli stadi da che ho memoria, ma i derby in trasferta rappresentano un unicum nell’esperienza da tifoso: mentre in casa, quando la propria squadra segna, si partecipa all’esultanza di tutto lo stadio, al punto da non riuscire ad esserne spettatori in sé e per sé (proprio perché si è impegnati a dare il proprio contributo nel generarla), al contrario, in trasferta, quando tutto lo stadio esulta, lo fa in opposizione al tuo silenzio: sei inerme come un soldato disarmato che si imbatte in un esercito intero, pronto a calpestarlo. Di derby in casa non me ne perdo uno, ma quelli in trasferta, su consigli degli alleati rossoneri in famiglia, provo a dosarli: “Non andare, se si perde - e si perde - è tremendo: ti esultano tutti in faccia” - mi dicono. Non sanno che è li che si cela l’orgoglio.
Il secondo arriva a febbraio 2020, a pochi mesi dalla nomina di Pioli come nuovo allenatore, ed è ancor più beffardo del primo: dopo un primo tempo splendido in cui il Milan si porta sul 2-0 (reti di Rebic e Ibrahimovic), nell’intervallo provo l’esperienza opposta rispetto al derby passato: siamo soli contro tutto lo stadio, ma questa volta quelli inermi sono loro, che pure sono molti di più, ma subiscono in silenzio i nostri canti pieni di euforia. Ora siamo gli spartani alle Termopili. Sono momenti di gioia talmente intensa, che quando ci ripensi non ti ricordi nulla, come se si trattasse di un sogno, o di un’esperienza vissuta in stato di totale ubriachezza estatica. Nel secondo tempo, ovviamente, il Milan subisce quattro gol. Anche questa volta, si torna a casa scendendo dalle rampe di San Siro a testa bassa, subendo le provocazioni dei rivali e le clacsonate lungo tutto il viale che conduce a Piazzale Lotto. Ho assaporato la gloria e torno a casa sconfitto: fa malissimo.
Arriviamo al terzo derby: ritorno delle semifinali di Coppa Italia, aprile 2022, anno dello Scudetto. Ci sono tutti i presupposti per una partita equilibrata, se non fosse che il Milan prende il solito gol nei primi cinque minuti su gran girata di Lautaro Martinez, proprio sotto la Curva Sud. Nonostante un’ottima reazione nel secondo tempo, la partita finisce 3-0; il passivo momentaneo inizia a farsi scoraggiante: tre sconfitte, otto gol subiti e due fatti. Ma non ho idea di quello che mi aspetterà un anno e mezzo dopo. Veniamo al mio penultimo derby in trasferta: è la quarta giornata del campionato scorso.
Il Milan, dopo tre vittorie consecutive convincenti e frizzantine, arriva lanciassimo nonostante i quattro derby consecutivi persi. Mi reco allo stadio col mio solito amico masochista, ma questa volta avvertiamo la scelta come meno eroica: siamo forti, possiamo farcela. Forse è la volta buona. Passano i soliti cinque minuti, e l’Inter segna (quella sera, nella mia testa, non smetterà mai di farlo) l’1-0 con Mkhitaryan. Incrocio lo sguardo del mio amico, che per essere in Curva aveva speso una fortuna, e subito ci rendiamo conto che sarà una lunga serata: anche oggi, tocca farci travolgere da quella massa di urla nerazzurre.
Accadrà cinque volte, in uno dei derby più umilianti dell’intera storia rossonera. Uscendo mestamente dallo stadio, troviamo orgoglio pensando che, quella partita, la racconteremo ai nostri nipoti fregiandoci del nostro milanismo: sarà quello che fu Milan-Cavese per i nostri padri. Prima o poi, però, un derby vorremmo anche vincerlo. Il computo arriverà a sei sconfitte consecutive nel più doloroso dei derby, quello valevole per la seconda stella dell’Inter di fine aprile scorso: ero ovviamente presente, a differenza dei tanti disertori che hanno abdicato al loro milanismo per quattro denari, vendendo il loro biglietto a dei tifosi interisti, ma si trattava di un derby - più o meno - giocato in casa: in questo racconto, non ci interessa.

Riavvolgendo il nastro, prima del derby deciso da Matteo Gabbia, il mio storico in trasferta recitava: quattro sconfitte, tredici gol subiti, tre gol fatti. Ora capirete perché, quel giorno a Venezia, il mio daimon mi diceva di non farlo, di stare a casa con mio padre evitandomi un’inevitabile rullata. Le maledizioni vanno prese maledettamente sul serio: servono rituali magici per liberarsi del proprio miasma. Così abbiamo fatto io e i miei amici, con iniziative che inviterebbero al consulto psicopatologico. Nelle due settimane che hanno preceduto il match, un membro del nostro gruppo WhatsApp in cui si parla solo ed esclusivamente di Milan, ha deciso di inviare, giorno dopo giorno, highlights di derby persi dal Milan nell’ultimo decennio (il materiale, purtroppo, è vastissimo); per rendere il tutto più macabro, le azioni, che rivedo come traumi di guerra, sono spesso accompagnate dal commento di telecronisti di fede nerazzurra.
Ogni giorno, ognuno di noi si ritaglia un momento di auto-flagellazione, e ripercorre i momenti salienti di un derby perso: ogni visione è un atto di purificazione dell’anima. O forse, semplicemente, rivivendo quelle sofferenze, speriamo di fare pietà agli déi del calcio. Sperando di aver espiato le nostre colpe, che non si sa poi bene quali siano, arriviamo al giorno della partita. È il derby a cui mi avvicino con più distacco che ricordi: tre giorni prima il Milan sembra essersi sciolto definitivamente contro il Liverpool. Fonseca pare virtualmente esonerato (i nomi del sostituti possibili si rincorrono su TV e giornali), il tifo contesta la squadra e avverte un senso di apatia, di distacco dai valori del club: non sembra essere rimasto nulla a cui appigliarsi.
Il derby viene presentato come una dolorosa tappa di passaggio prima di consegnare il Milan al suo nuovo allenatore. Se l’Inter vincesse, sarebbero sette di fila: record nella storia del derby di Milano. Salgo in macchina con i miei amici col telefono in mano per guardare City-Arsenal, come se si dovesse trovare il modo per distrarsi e non pensare a quello che si consumerà in poche ore: il tragitto è un cammino verso il patibolo. Arriviamo in Piazzale Axum, dove da sempre la Curva organizza un corteo prima dei derby. Di solito si canta, si accende qualche fumogeno, si beve: nulla. Non parte nemmeno un coro. Siamo tutti presenti per dovere, per mera rappresentanza, ma nessuno sembra conservare la più flebile delle speranze.
Quando escono le formazioni ufficiali, in un primo momento imprechiamo per la conferma del 4-2-4 di Fonseca: “Ma è matto?”, poi leggiamo gli undici dell’Inter, che sul momento ci sembra il Real dei Galacticos: beviamo un’altra birra ed entriamo, và. Nell’ultima rampa di ingresso in curva, un siparietto surreale ci distrae dall’avvicinamento alla partita: un signore brasiliano che indossa una maglia bianca (nemmeno rossonera) del Flamengo, pretende di entrare in Curva con un sacchettino dell’Inter Store. I due ragazzini delegati alla raccolta delle monetine per la curva lo invitano a buttarlo o ad allontanarsi, ma non avendo gran padronanza dell’inglese (per usare un eufemismo), danno vita a un dialogo in una lingua aliena che richiederebbe l’intervento delle rispettive ambasciate. Sorridiamo, ma ora è giunto il momento di entrare. A pochi minuti dal fischio d’inizio, mi accorgo che intorno a me ci sono diversi seggiolini vuoti: qualcuno, pur avendo acquistato il biglietto, ha deciso di non presentarsi, probabilmente scoraggiato dalle ultime prestazioni della squadra. Poveri di spirito.
Passiamo le nostre giornate a parlare di calcio, a sviscerarlo in tutta la sua complessità, a tentare di razionalizzarlo fino all’esasperazione, ma poi, puntualmente, il calcio ci rivela a intervalli ripetuti che - per dirla con Vasco Rossi - “Questa vita, un senso non ce l’ha”. Il calcio, si dice, è metafora della vita. Di tutti i derby che ho vissuto allo stadio, in casa e non, questo è senza dubbio l’ultimo che avrei pensato di vincere, nonostante riti, macumbe e legge dei grandi numeri. Non fossi andato allo stadio, non mi sarei dato pace: dopo tutte quelle delusioni, perdermi il primo derby vinto dopo quasi due anni, sarebbe stato ingiusto.
Dopo il fischio finale, con quel poco di voce che ci è rimasto dal gol di Gabbia, mi sono stretto in un caloroso abbraccio con i miei due amici, e insieme ci siamo detti: “Quanto ce lo siamo meritati!”. La nostra è una generazione di milanisti a suo modo maledetta; si potrebbe ribattezzare come la “generazione post-Atene”: quella che era troppo giovane tempo per godersi l’ultima Champions, e si è avvicinata a questo folle sport con un Milan decadente. I derby, negli ultimi anni, erano diventati una vera e propria maledizione, ma, come mi insegna il buon Friedrich Nietzsche, la bellezza, da sempre, si accompagna alla tragedia, e non c’è gioia che non sublimi una profonda sofferenza.
Dopo mesi di contestazione, uno scudetto alzato in faccia in casa dai cugini rivali, sei derby di fila persi e una disaffezione dal club che, complici alcune scelte - sia comunicative che pratiche - della proprietà, ormai montava in tutti i tifosi, la Milano rossonera è tornata a splendere in tutta la sua orgogliosa lucentezza, e tanti milanisti sono tornati a sfoggiare con fierezza la propria appartenenza al club. Nel calcio, basta davvero un attimo per ribaltare gli equilibri sentimentali di una tifoseria, di una squadra, forse di un’intera stagione. La strategia della perseveranza, che riecheggia nel più bel coro della Sud (“Non ti lascerò, sempre con te sarò”), ha pagato: insistere sull’amore ha pagato, e, per una volta, gli inermi, sconfitti, in silenzio, erano gli altri.
Ora che sono passati un paio di giorni, quasi mi dispiaccio dell’impossibilità di rimanere per sempre ancorato a quel momento magico: vorrei rivivere in eterno l’estasi vissuta al gol di Gabbia, o la liberazione al fischio finale. Sono quei momenti in cui respiri profondamente, chiudi gli occhi e pensi: più di così, cosa si può provare? Si tocca il cielo, ma il momento - per definizione - finisce: la vita deve ricominciare. Vorremmo riafferrarlo quel momento, custodirlo in modo tale da mantenerlo immutato nella nostra memoria, per riprovare ogni volta quelle emozioni vertiginose, ma l’impresa è destinata a fallire: esso si farà sempre più sbiadito, confuso e inafferrabile. Resterà solo uno scorcio, un’immagine rapida: quella di un popolo bellissimo in festa, che, per diventare così bello, dovette prima soffrire. Ce la siamo proprio meritata.
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