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Balotelli
, 26 Settembre 2024

Di Mario Balotelli non abbiamo mai saputo nulla


Balotelli è sempre stato giudicato da tutti, ma quanti hanno provato a conoscerlo davvero?

Castegnato è un comune di 8392 abitanti della provincia di Brescia, nella Franciacorta meridionale. L’origine del nome del paese è dibattuta: secondo la tesi più suggestiva, deriverebbe da un bosco di castagni che un tempo sorgeva a sud del centro abitato. Quando scendo dalla macchina ha smesso di piovere da poco - durante l’anno piove parecchio, a gennaio fanno 2°, almeno in estate non si boccheggia. Castegnato ha diversi luoghi d’interesse: alcune chiese, un convento, una corte, palazzi e ville nei dintorni. Il paese è diviso in quattro contrade, che un tempo si sfidavano in un Palio.

Nonostante questi e altri spunti che la cittadina offre, il motivo per cui ci sono finito è un articolo de Il Corriere della Sera pubblicato qualche giorno fa. Ho scoperto così che Mario Balotelli, rimasto svincolato a 34 anni dopo l’ultima esperienza in Turchia, si sta allenando nel campo di un centro sportivo alla periferia di Brescia. Con lui solamente un preparatore atletico, qualche calciatore dilettante e addirittura, sembrerebbe, un portiere amatoriale che si ritaglia delle mattinate per testare i tiri da fuori di SuperMario. Quelle stesse cannonate che anni fa scagliava all’incrocio dei pali nei palcoscenici più importanti del mondo calcistico.

Dato che la figura di Balotelli mi ha sempre affascinato (probabilmente per lo stesso motivo per cui mi attirano pugili, fighter di MMA, bodybuilder e simili di cui ho scritto - motivo che credo risieda nella loro personalità ed eccezionalità controversa), eccomi qui, fuori dal Campo Sportivo e Stadio Comunale di Castegnato, in via Lunga 11A, casa di un paio di squadre locali. Da fuori, purtroppo, si vede poco: il campo che affaccia sulla strada è coperto da una rete opaca. C’è il gabbiotto della segreteria che funziona anche da biglietteria, la cancellata che fa da recinzione e introduce al parcheggio interno, in fondo si intravedono le gradinate, e sopra di loro svetta la scritta Stadio Comunale. Mi immagino la scena: in quelle due o tre mattine a settimana in cui Balotelli si prepara in campo, al suo arrivo gli viene aperto il cancello. Lui entra, scambia un cenno con i pochi presenti, concede un paio di selfie e poi si allena. A quel punto rimonta in auto ed esce, riuscendo a garantirsi la giusta dose di privacy.

Il fatto che una star del calcio mondiale sia finita ai margini, costretta ad allenarsi con dei mezzi di fortuna, non fa neanche più scalpore, visto che la parabola discendente della sua carriera dura da parecchio tempo. Giocatore sì, ma anche fenomeno culturale, uno sportivo capace di finire in copertina sul Time, che lo ha incluso nella lista dei 100 uomini più influenti al mondo, e su Sports Illustrated con la definizione di “uomo più interessante al mondo” (correvano gli anni 2012 e 2013). La Treccani ha aggiunto la voce “balotellata”, definendo così un “gesto, comportamento, trovata, tipici del calciatore Mario Balotelli”.

Balotelli copertina Time

Su di lui si è detto e scritto tantissimo. Negli anni è diventato l’emblema del talento sprecato, del cattivo esempio, dell’immaturo perenne, dell’eterno ribelle che brucia qualsiasi opportunità. C’è qualcosa però che mi sfugge, che mi ha spinto ad approfondire, a cercare di comprendere e che mi ha trascinato a Castegnato di sabato mattina. Perché un giocatore del genere ha gettato via una carriera potenzialmente memorabile? Perché si è auto sabotato costantemente, in un cortocircuito in cui ha attirato la luce dei riflettori per poi sentirsi accerchiato, al centro del mirino? Non che sia venuto a molti - salvo a pochi giornalisti e intellettuali - da chiedersi se gli sia successo qualcosa, magari in passato, e che cosa possa essergli successo. Non per trovare alibi o giustificazioni, ma per avere un quadro più completo. Ma anche se fosse, quanti sanno di Balotelli, al di là degli incidenti d’auto, della t-shirt con scritto “why always me?”, delle freccette lanciate ai ragazzi delle giovanili del Manchester City per noia, dell’incendio scoppiato nella sua villa mentre maneggiava fuochi d’artificio, per dirne alcune? Effettivamente, la storia di Balotelli trasuda una certa, sofferta, inadeguatezza sin dal principio.

Premessa un po’ didascalica ma necessaria: Mario Barwuah nasce a Palermo con una malformazione all’intestino che lo costringe a trascorrere il primo anno di vita in ospedale. I genitori, come hanno raccontato, sono immigrati ghanesi che si trasferiscono vicino a Brescia in cerca di fortuna, ma finiscono a vivere in un monolocale umido e pieno di muffa insieme a dei connazionali. Preoccupati per la salute del figlio, chiedono aiuto ai servizi sociali, che lo danno in affidamento ai Balotelli. Mario si divide così tra la sua nuova casa, in cui trascorre la settimana, e la famiglia naturale, che visita nei weekend, a pochi chilometri di distanza. Un dualismo che lo segna, dato che spesso chiede alla maestra di scuola: "Ma domani mi fanno tornare in Africa?", nonostante lui in Africa non ci sia ancora mai stato. In futuro avrà un rapporto conflittuale con i genitori biologici, ferito dalla loro decisione di darlo in affido - ammetterà di non averla capita per tanto tempo, sentendosi probabilmente abbandonato -, per poi assolverli di recente.

A otto chilometri di distanza da dove sto camminando ora, ai Balotelli capitava di portarlo a fare sport due volte al giorno, sperando si stancasse. Chi lo ha conosciuto in quel periodo - maestre, compagni di scuola, genitori degli amichetti, testimonianze raccolte in articoli di giornale e libri - lo ha definito irrequieto, selvatico e indisciplinato. Alle elementari faceva la pipì nello zaino dei compagni e alzava la gonna alle bambine, a cui veniva detto di avere pazienza perché era stato abbandonato da piccolo. Nei bagni della scuola capitava che si lavasse le mani con l’acqua bollente e dicesse: "Così diventano bianche!". Altre volte si dipingeva la pelle di rosa con i pennarelli, stesso colore con cui si ritraeva quando disegnava. Chiedeva alla maestra se anche il suo cuore fosse nero come la sua faccia. Una volta che, a ricreazione, era stata distribuita una banana a tutti i bambini, se n’era andato offeso. In classe, se spariva qualcosa, spesso veniva indicato come colpevole, senza prove.

A una sua festa di compleanno di quel periodo, aveva passato il tempo a prendere un muro a pallonate. D’altronde i genitori dei compagni lo consideravano un po’ matto, e alle bambine faceva paura. Sua sorella (i Balotelli avevano già tre figli) ha raccontato ai giornali che Mario aveva bisogno d’affetto e cercava continue conferme del loro amore, e che faceva il pagliaccio a scuola per farsi accettare. Un pomeriggio - uno di quelli con il sole, e quindi da sfruttare in questa zona piovosa - Mario finisce i compiti e sua madre acconsente a farlo uscire. Balotelli arriva al campo da calcio, chiede di unirsi agli altri ragazzi che lo rifiutano. Lui chiede perché, pensava fosse per la sua esuberanza. Gli rispondono: "Perché sei diverso, sei nero!". Torna a casa e piange. Un suo amico anni dopo dirà: "Era il primo bambino di colore che si vedeva negli oratori di zona, la gente non era abituata e lo guardava dall’alto in basso. Mario ne soffriva molto".

Mario Balotelli ha sempre dimostrato grande consapevolezza riguardo al razzismo subito.

Uno dei suoi primi allenatori ricorda: "Come calciatore, Balotelli è sempre stato una spanna sopra agli altri. Gli avversari protestavano, dicevano che con gli africani non sai mai quanti anni abbiano davvero. Ma lui è italiano… Sui campi volavano tanti insulti razzisti. Al suo esordio in Serie C1, a 15 anni, lo hanno bersagliato di cori discriminatori. Se fosse stato bianco, tutto sarebbe stato più facile". Quando la sua squadra giocava in trasferta, l’allenatore, prima della partita, cercava lo speaker dello stadio e chiedeva di annunciare il suo pupillo come Mario, al posto di usare il cognome, Barwuah. Altrimenti, Balotelli si rifiutava di giocare. A sentire i suoi primi compagni di squadra, Super Mario ha sempre detto che sarebbe stato il primo nero a giocare in Nazionale.

Ma i rifiuti che Balotelli ha subìto non sono arrivati da una sola direzione. Un calciatore ghanese ha raccontato che quando i suoi amici lo hanno visto gettare a terra la maglia dell’Inter al termine della partita con il Barcellona, nel 2010, hanno commentato con: "È un pessimo nero". Un campione di basket con papà italiano e mamma straniera ha definito Balotelli "un tipo con una rabbia dentro che lo divora. Io so bene di cosa si tratta", mentre un prete inglese che lo ha visto comparire nella sua Chiesa la notte di Natale, seppur in disparte, ha detto: "Non si è confessato, e ammetto di aver pensato: il diavolo, per oggi, meglio che lo tenga per sé". Da adulto, Balotelli ha dichiarato: "Stare con una donna, amarla, sono cose che non ho mai avuto in vita mia". Forse perché prima di tutto gli è mancato l’amore per sé stesso, non solo per colpa sua.

Insomma, Balotelli è stato - e forse è rimasto a lungo - un bambino nero cresciuto in un mondo di persone bianche, alcune poco accoglienti, che ha faticato a trovare la sua collocazione. Nella nostra società ha dovuto scontrarsi con pregiudizi ed episodi di razzismo, ma non mi risulta neanche sia diventato un simbolo della comunità nera, o di integrazione, o di lotta la razzismo stesso - vuoi forse perché era una figura troppo divisiva e polarizzante, invisa a tantissimi. Troppo poco perfetto per diventarlo.

Mi ricorda Jack Johnson, il primo campione del mondo di colore nella storia della boxe, che sfidava la società di allora avendo relazioni con donne bianche, indossando abiti firmati, sfrecciando su auto sportive, placcandosi i denti d’oro. Provocava, provocava continuamente. La sua figura è stata chiave nello sport americano, ma Johnson si è ritrovato nella solitudine di essere visto con sospetto e astio dai bianchi, e con preoccupazione e indignazione dai neri, che lo consideravano un cattivo esempio, e temevano ripercussioni - una solitudine definita "unforgivable blackness”, che si potrebbe tradurre, secondo il linguaggio dell’epoca, con “imperdonabile negritudine”.

Jack Johnson Balotelli

Allo stesso modo Balotelli è stato sospeso tra più identità: quella di un ragazzo ghanese cresciuto in Italia fino ai 18 anni, e quella di un uomo italiano insultato e discriminato negli stadi italiani da tifosi italiani, per il colore della sua pelle. Per di più, un uomo cresciuto in un contesto familiare complesso, che ne ha minato l’identità. La già citata copertina di Sports Illustrated ritraeva Balotelli al centro, con alla sua destra la scritta “He is Italian”, e alla sua sinistra, “He is African”. In un programma televisivo brasiliano, Balotelli ha dichiarato: "Prima di essere italiano, sono africano. Se fossi prima italiano, sarei bianco".

Un profetico Corrado Zunino nel 2009 scriveva su La Repubblica: “Mario Balotelli è un fuoriclasse che, appena maggiorenne, deve stare dentro un mondo troppo grande - l'abbandono dei genitori naturali, lo stipendio dell'Inter da un milione e 300 mila euro a stagione, le banane tirate addosso, un continuo stato di tensione attorno -. Deve stare dentro un carattere senza difese, quotidianamente sanguinante. Sembra un ragazzo che non può fare a meno di essere al centro dell'attenzione. Sembra chiedere con urgenza, ad ogni partita, ad ogni intervista, di essere amato”.

Salgo in macchina e lascio Castegnato un po’ amareggiato. Mi ero illuso di poter trovare chissà che: delle risposte, delle testimonianze o altro, non lo so nemmeno io. Forse delle tracce, qualcosa che mi aiutasse a capire meglio un personaggio ermetico, che ha preferito esporre la superficie a difesa di una dimensione interiore complessa. E mi rendo conto di aver peccato dello stesso errore che hanno fatto in molti con lui. Per poter fare un’operazione tanto complessa bastava semplicemente venire qui, nei suoi luoghi, nella sua nuova realtà da calciatore in esilio? Certo che no. Perché, nonostante gli articoli di giornale, le interviste post partita, i gossip, le ragazzate e tutto il resto, mi sembra chiaro che noi di Balotelli non sappiamo davvero nulla.


  • Nato a Milano il 09/06/1996, lavora in un’agenzia di comunicazione e sui social media. Ma soprattutto ha unito la passione per la scrittura a quella nata indossando il primo paio di guantoni da boxe, ed è così che ha trovato il suo posto nel mondo.

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