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Inter Milan Ronaldo Shevchenko
, 22 Settembre 2024

Inter-Milan: un Derby, due Palloni d'oro


Il Derby tra Inter e Milan raccontato attraverso i due giocatori simbolo di fine millennio.

Bento Ribeiro è dal 1981 un quartiere della zona nord di Rio de Janeiro che prende il nome da quello che è stato il sindaco della città dal 1910 al 1914. Nel 1976 il barrio aveva ancora un altro nome, ma le case cartonate e il minuscolo ospedale erano già lì: la notte tra il 17 e il 18 settembre Sonia Dos Santos arriva da sola in ospedale e dà alla luce il suo terzo figlio. Giurò che questo bambino sarebbe stato l’ultimo: suo marito Nelio è impossibile da trovare, e lei è talmente sola che non ha nemmeno idea di quale nome dargli.

Qualche minuto dopo il parto uno dei medici del reparto consegna alla signora Sonia il neonato in fasce: ha appena smesso di piangere ed è finalmente pronto per abbracciare sua madre. La donna confida al medico di non sapere come chiamare questo bambino e dunque, stremata dal parto e felice di averlo finalmente con sé, guarda il dottore e gli domanda: "Lei come si chiama?". Lui risponde: "Ronaldo Valente". Sonia sorride, guarda il bambino e gli sussurra le sue prime parole: "Como você é lindo, Ronaldo" ("Come sei bello, Ronaldo") e così uno dei più grandi campioni della storia del calcio prende nome dal medico che lo fece nascere.

Flash forward, undici giorni dopo: nell’Oblast’ di Kiev, in Unione Sovietica, le temperature iniziano ad essere più fredde. Quando piove il cielo si amalgama perfettamente alla brutalità architettonica del distretto di Jahotyn. Un contesto completamente diverso da quello brasiliano, ma forse più credibile del Brasile stesso quando si parla di ordine come base e progresso come scopo. Mykolaij Shevchenko ha avuto una carriera militare e desidera che il figlio appena nato possa seguire le sue orme, sulla scia di un rigore propriamente sovietico. Decide che si chiamerà Andrij, a cui si aggiunge il patronimico Mykolajovyč, - “figlio di Mikolaj", nella lingua dei fratelli Karamazov. Il nome sarà forse l’unica cosa che Mykolaji potrà decidere davvero perché il cognome che porta, Shevchenko (già un cognome ingombrante, in Ucraina) sarà destinato a cose molto più grandi.

Inizia da qui il dualismo più bello della Milano agli albori del nuovo millennio, quello tra Luis Nazario de Lima Ronaldo e Andrij Shevchenko: inizia letteralmente nel momento in cui i due vengono al mondo, nella diversità strutturale e territoriale che faranno propria anche durante la loro carriera.

A onor del vero, quando Ronaldo vive il suo prime nell’Inter è il 1997-1998, anno in cui Moratti lo ha appena fatto arrivare a Milano, mentre Shevchenko arriverà dopo: in quel momento il brasiliano è già tormentato dagli infortuni e vive di sparuti momenti di bellezza associati ad inquietanti ombre. Se per tutti Inter-Juventus è il derby d’Italia, per anni Inter-Milan rimane il derby d’Europa i cui giocatori simbolo sono proprio Ronaldo per l’Inter e Shevchenko per il Milan.

Una delle immagini più iconiche di quei d'Europa

Domenica sera la stracittadina illuminerà ancora una volta Milano, i giorni che l'hanno preceduta hanno fatto poco rumore rispetto al solito, ovattati dal debutto complicatissimo nella nuova Champions League contro le due big inglesi – City e Liverpool – ma superata la fatica di Coppa il Naviglio tornerà a vibrare. Partendo dal dualismo Ronaldo-Shevchenko contestualizzato in un periodo in cui il calcio italiano è la Mecca di ogni calciatore, mi sono domandato se quello che tutti sostengono sia vero: Inter-Milan è davvero meno affascinante e avvincente di più di 20 anni fa? Per capire i motivi che rendono così unici i due calciatori e il loro modo di giocare e di sposare la filosofia delle proprie squadre, bisogna fare ancora un altro passo indietro.

"Non fa nulla, troverai un’altra squadra"

Questa è la risposta che Ronaldo si è sentito dare ancora minorenne quando, al secondo provino con il Flamengo, ha candidamente ammesso di non poter presentarsi ad un’ulteriore prova perché mamma Sonia non aveva le possibilità di pagargli l’autobus. Trova spazio al Cruzeiro e scherza con chiunque provi a togliergli il pallone: è un cavallo con dei denti da castoro e delle gambe da antilope. I fondamentali li impara nel grigiore di Eindhoven, al PSV, prima di fare il salto a Barcellona e arrivare all’Inter. Il suo primo derby è parzialmente oscurato dalla doppietta del Cholo Simeone: l’Inter vince 3-0 e Ronaldo ci mette la firma in diversi modi.

È un giocatore che in quel momento può contare su una capacità estrema di controllare il suo corpo: il manifesto dell’epoca della Pirelli, main sponsor dell’Inter, lo raffigura a braccia aperte come il Cristo in cima al Corcovado mentre volge la sua sagoma proprio verso la montagna carioca che strapiomba sul mare. Lo slogan recita La potenza è nulla senza controllo, ma Ronaldo in quel periodo non è potente, è qualcosa di più: è etereo, un corpo completamente rispondente agli stimoli cerebrali e le cui giocate sono semplicemente troppo veloci per essere contenute.

Quando scavalca Sebastiano Rossi al 32’ del secondo tempo del suo primo derby con un pallonetto al volo di esterno destro è, senza mezzi termini, qualcosa che nessuno ha mai visto prima d’ora. Nessuno, tantomeno il capitano del Milan Paolo Maldini, è in grado di arginare questa tempesta. Tutta l’Inter gioca per lui, persino l’allenatore Gigi Simoni lo ammetterà: sono tutti uguali tranne lui.

Le due marcature di Diego Simeone mettono in penombra ciò che questo derby rende in realtà chiaro in un sistema come quello dell’Inter: Ronaldo è un’epifania, un fenomeno, che quasi stride con le qualità dei suoi compagni di squadra che sono ottimi giocatori ma forse non molto più di così. Lo dimostra portando l’Inter ad un potenziale rigore dallo scudetto più discusso di sempre ma trascinandola anche a vincere una Coppa UEFA contro la Lazio: difficilmente Luca Marchegiani si è mai visto affrontare in uno contro uno da un qualcosa di così abbacinante, da un doppio passo quasi ai venti all’ora che lo ha mandato totalmente fuori tempo. Questo sarà il leitmotiv dell’Inter di quegli anni, una squadra complessivamente buona resa imprevedibile da un ragazzo con la testa linda di un monaco tibetano e delle gambe da gran goleador, come scriveva Eduardo Galeano. A 22 anni Ronaldo ha già vinto il Pallone d’Oro ed è il giocatore più forte del mondo forse grazie al consiglio più importante di tutti, quello di trovare da sé un’altra squadra.

Più o meno nello stesso periodo in cui il brasiliano viene mandato a casa dal Flamengo, in Unione Sovietica si sta consumando uno dei drammi più tremendi della storia: è il 1986 e il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl esplode rilasciando nuvole di materiale radioattivo. L’effetto è devastante: ne muoiono tantissimi e tantissime sono le persone costrette ad abbandonare le loro case anche a distanza di molti chilometri dall’incidente. Uno di questi è Andrij Shevchenko che viene portato in autobus sul Mar Nero, a 1500 km dalla sua casa. In un’intervista al Corriere, Sheva ricorda che in quel periodo visse quell’esperienza come un bambino di soli 10 anni che partiva per una gita: "Ancora oggi non provo angoscia". Forse nel mezzo di una tragedia dalle proporzioni universali, per lo Shevchenko bambino questa novità è stata priva di angosce soprattutto per questo, per la fuga dallo schematismo sovietico.

Poi è arrivato il calcio ed è arrivato un uomo che più di Mikolaij ne ha influenzato la parabola ascendente e che per un periodo è stato il colonnello dell’Armata Rossa: Valerij Lobanovskyj lo ha plasmato nella Dinamo Kiev grazie alle sue ormai note salite della morte, un metodo di allenamento talmente folle da essere pensato solamente in quella parte del mondo ma che è allo stesso tempo il motivo per cui Andrij Shevchenko diventerà il calciatore più forte di tutti nel 2003. Per capire l’uomo e l’allenatore Lobanovskyj si può citare la descrizione che ne ha fatto lo scrittore Sandro Modeo: "L'applicazione particolare dei kolchoz agricoli, ovverosia delle comunità agricole, o dell’architettura funzionalistica sovietica, spartiti tra grigiore spartano e slanci futuristici". Questa descrizione diventerà anche la rappresentazione plastica del modo di giocare di Shevchenko, un calciatore formato per giocare nei Marines, che difatti Lobanovskyj non avrebbe mai scambiato con Ronaldo nemmeno nel suo prime: "Anche quando non segna Shevchenko è un giocatore utile alla squadra".

Il primo derby che vedrà di fronte Ronaldo e Shevchenko inizia già qualche giorno prima con una serie di battute di cui oggi sembra ancora di sentirne l’eco. Oliver Bierhoff, forse la punta preferita dell’allenatore rossonero Zaccheroni, lamenta il calendario fitto di impegni per il Milan impegnato in Europa a differenza dei cugini: "Giocando meno ci si concentra di più". È una dichiarazione che con le dovute evoluzioni diventerà un pensiero comune anche nel calcio del 2024. In quel caso, quello di Bierhoff vuole forse solo essere un modo per spostare la pressione sui rivali, dal momento che in casa Milan le cose non girano come dovrebbero.

Il 23 ottobre 1999 è un sabato sera e si va in campo con le classiche coreografie da derby: Lippi consegna la fascia da capitano a Ronaldo che fa coppia in attacco con Vieri. Forse si tratta di una delle coppie più forti e affascinanti della storia nerazzurra, nonostante abbiano giocato insieme molto meno di quanto avremmo sperato. Il tecnico viareggino mette in campo l'Inter con il classico 4-4-2: Peruzzi in porta, linea difensiva composta da Panucci, Blanc, Fresi e Zanetti; a centrocampo Dabo e Georgatos in mediana, Moriero e Jugovic agiscono in fascia. Il Milan si mette a specchio, con Abbiati tra i pali, Sala, Ayala, Maldini e Guglielminpietro a comporre la difesa; in mezzo ci sono Ambrosini e Gattuso, sulle linee laterali invece Serginho e Giunti a supportare la coppia di centravanti composta da Bierhoff e Weah. Shevchenko parte dalla panchina: l’avvio di stagione è stato più che promettente ma Zaccheroni, il cui rapporto con Berlusconi nel frattempo mostra qualche crepa, preferisce quell’ottimo giocatore che resta Bierhoff.

Si parte nella nebbia dei fumogeni del Meazza: a quel tempo le pay tv sono già una realtà più che solida ma meno alla portata degli utenti e le partite di Serie A raggiungono anche alti livelli di idealizzazione. Ho sempre pensato che questo abbia contribuito a rendere le sfide, ma soprattutto i derby di Milano, un qualcosa di unico: qualcosa che, nel caso in cui non sia possibile guardare da dietro uno schermo ma unicamente da ascoltare in radio, creasse uno stimolo cerebrale a fotografare voci, giocate, suoni e immagini di un ambiente caldo come quello del derby.

Pensate di dover immaginare una giocata di Ronaldo, quel Ronaldo i cui movimenti sono illeggibili anche dal vivo: dove vi porterebbe la mente? E Ronaldo infatti è il protagonista della prima mezzora della partita: ogni compagno alza la testa per cercarlo, lui è vivo e spaventa più volte la difesa del Milan finché Sala non lo stende al 19’. Calcio di rigore, che il capitano nerazzurro batte mandando il pallone dalla parte opposta all’angolo battezzato da Abbiati. A quel punto torna alla mente il pensiero di Gigi Simoni, il suo primo allenatore all’Inter: “Sono tutti uguali tranne lui”. Tutta la squadra lo cerca perché è, senza mezzi termini, l’unico in grado di cambiare la partita da solo.

In positivo, certo, ma in questo strano derby lo fa anche in negativo: al 30’ dà una gomitata ad Ayala e, dopo un conciliabolo tra arbitro e guardalinee, Ronaldo viene espulso, l’Inter resta in dieci uomini e da lì il pendolo della partita oscilla verso un’altra direzione.

Le difficoltà del Milan si possono interpretare anche col tempo che impiega per trovare il pareggio in superiorità numerica. Prima del gol dell’1-1 arrivato al 72’, Zaccheroni deve cambiare due uomini: Boban entra per Giunti e Shevchenko per Bierhoff. Questo secondo cambio arriva al 68’, quattro minuti dopo è Shevchenko a segnare il gol meno Shevchenko della sua carriera rossonera: Serginho mette in mezzo una palla per lui che colpisce di testa all’altezza del dischetto del rigore; il pallone finisce sulla traversa e rimbalza al centro dell’area dove si genera una mischia in cui la sfera rimpalla come una calamita sul suo stinco.

Sheva non colpisce nemmeno, resta fermo, quel tanto che basta per sfruttare la fisica e la fortuna. Per quanto l’ucraino sia sempre stato un melting pot tra gol belli e funzionali, questo resta un gol che è unicamente funzionale, brutto e senza orpelli. Shevchenko avrà un’altra occasione poco più tardi, mandando a lato di testa un altro cross di Serginho, e al 91’ Weah ribalterà il risultato sugli sviluppi di un calcio d’angolo: vince il Milan 2-1, il derby di Ronaldo contro Shevchenko di fatto non esiste perché i due, come numeri primi, segnano ma non si incontrano mai.

Una cosa però sembra trasparire chiaramente, ed è una differenza non solo strutturale ma anche di composizione del loro gioco: se per Ronaldo ha ragione Simoni nel dire che nessuno è come lui, per Shevchenko ha ragione il suo vecchio allenatore Lobanovskyj: non puoi sostituirlo o farne a meno perché è utile, è un giocatore associativo. Lo dimostra meno nel derby lasciando spazio alla funzionalità ma ha tempo per farlo già durante quella sua stessa prima stagione: la famosa partita giocata venti giorni prima all’Olimpico contro la Lazio, quella dell’insensato 4-4, è un esempio in cui l’utilità di Sheva nella manovra e nei recuperi è visibile in più di un’occasione. Oltre, chiaramente, alla sua capacità di refertare una tripletta.

Al primo minuto, sugli sviluppi di un calcio d’angolo per i padroni di casa, Abbiati e Guglielminpietro ribattono una pericolosa palla a mezz’aria che taglia il primo palo: sul vertice destro dell’area di rigore Almeyda è pronto a rimettere in mezzo o a battere a rete ma Shevchenko lo brucia alle spalle portando fuori il pallone e rilanciando il contropiede. Per larghi tratti della partita si trova sulla linea mediana di sinistra o vicino la tre quarti campo a prendersi i palloni dalla difesa per impostare e partire rapidamente o ricevere spalle alla porta per servire il compagno di prima: uno di questi movimenti, ad esempio, dà inizio all’azione che porta Weah al gol dell’1-1.

Non possiede la stessa pulizia tecnica di Ronaldo ed è meno liquido nei movimenti: Shevchenko è un giocatore più asciutto e allo stesso tempo rapidissimo, un tank in versione slim con la stessa velocità di un proiettile, tremendamente efficiente in fase di finalizzazione da qualunque distanza. I tifosi gli dedicano il celebre coro Non è brasiliano però / che gol che fa / il Fenomeno lascialo là / qui c’è Sheva, prova di un dualismo che esiste malgrado i pochi incroci reali.

A proposito di finalizzazioni, di rapidità e di funzionalità, non si può non avere occhio su uno dei gol più importanti della sua storia milanista: quello che segna nella semifinale dell’Euroderby di Champions League del 2003 è una sintesi perfetta degli elementi citati, unita alla sua straordinaria forza e resistenza che solo le salite della morte hanno potuto allenare. Oltre all’ultimo rigore in finale contro la Juventus che regalerà la coppa ai rossoneri, questo è forse il momento più importante della storia di Shevchenko al Milan, perché nonostante la stagione sia stata per alcuni tratti complicata alla fine gli consegnerà il trofeo più prestigioso d’Europa e il Pallone d’oro.

Ma soprattutto perché tutta Milano in quei sei giorni che separano l’andata e il ritorno della partita è completamente in tilt dalla tensione, tanto che Galliani ricorda quella settimana come la più stressante della sua vita. Ed è così che si è sempre vissuto il derby di Milano, sopra un filo ad altissimo voltaggio a prescindere dalla posta in palio: sono cambiati gli interpreti ma ciò che le squadre hanno rappresentato e rappresentano continua ad essere motivo di fascino e di qualcosa che è sempre indispensabile.

Gli Inter-Milan degli ultimi anni hanno visto prevalere i nerazzurri: dal 2020 ad oggi in tutte le competizioni l’Inter ha vinto 10 partite contro le 3 del Milan e 2 soli pareggi. La statistica racconterebbe di un derby con un tasso di appeal molto minore rispetto a quelli del dualismo Ronaldo-Shevchenko, ma ci racconta anche di una sfida scudetto terminata al fotofinish in favore del Milan (2021-2022) e soprattutto di un’altra semifinale di Champions League nel 2023 che ha teso la città fino a farla ripiegare su sé stessa e che come quello dello scorso 22 aprile ha visto un'apoteosi di colori nerazzurri.

Oggi come allora il derby è l’unica cosa che ferma la frenesia milanese, che cristallizza gli attimi fino a renderli tangibili: Inter-Milan, nella città della moda, è come un capo senza tempo.


  • Terrone del nord arrivato con tutti gli accenti nel bagaglio a mano. Un tempo bucava le reti di sinistro, poi ha scoperto i libri e il vino.

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