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Subsonica Microchip emozionale
, 12 Settembre 2024

Microchip emozionale sottopelle


Venticinque anni dopo la sua uscita, Microchip Emozionale dei Subsonica resta una pietra miliare.

C’è stato un tempo in cui tutto era possibile. Riappropriarsene era doveroso

Il mio primo concerto, è stato un concerto dei Subsonica. Avevo sedici anni, i capelli abbastanza lunghi, e non avevo ancora capito che a un concerto - uno vero - si stava in piedi, si sgomitava, si ballava. Chissà se si dice ancora, “si pogava”. “Chissà se si dice ancora” è essenziale per andare avanti, per chi vuole raccontare il fenomeno che fu Microchip Emozionale da una posizione estremamente privilegiata: quella di un torinese nato negli Ottanta, che la scena da cui quell’album nasce l’ha vissuta gomito a gomito.

Non ne faccio una questione campanilistica: se quell’album ha avuto molto successo, e in molti lo ascoltavano, noi abbiamo avuto la fortuna di ascoltarlo, spesso, bevendo una birra allo stesso bancone di Samuel, Boosta, Max Casacci, Ninja e Pierfunk. Se almeno sei o sette pezzi di quell’album pazzesco sono diventati celebri al grande pubblico, per noi è stato impossibile non impararlo a memoria. Ovunque andassi, in quegli anni, trovavi pezzi della tua vita in quei pezzi.

Ma andiamo con ordine.

Il cielo su Torino

Quella Torino, fallito l’esperimento di città-fabbrica, stava accantonando faticosamente la fama di dormitorio FIAT e prendendosi voracemente quella di capoluogo della scena underground, diventando il laboratorio di qualcosa che arrivò dopo nel resto d’Italia. Noi eravamo parte di quel cambiamento: anche se può sembrare la solita idolatria verso il passato nostalgico, basterebbe osservare quanto la città, in quegli anni e da tutti i punti di vista, abbia mutato pelle cercando di adattarsi al nuovo status quo.

I Subsonica sono necessariamente frutti di questa semina, di una club culture per cui uscire non era andare a cercare un locale alla moda per cenare, ma nutrirsi in primis di qualcosa di culturale, e spesso musicale. Che fosse un concerto (e che concerti: Muse, Massive Attack, Skunk Anansie, spesso in qualche piccolo club, al Barrumba o al mitico Hiroshima Mon Amour) o un Festival (a partire dal Traffic che è il più iconico, ideato proprio da Max Casacci).

È come se per togliersi il grigiore di dosso, si sentisse la necessità di abbattere confini, aggiungere colori, diventando il panorama più variopinto della scena italiana (perché anche il Kappa Futur Festival e il Club to Club affondano qui le loro radici).

Di solito quella serata finiva ai Murazzi, in riva al Po - a proposito di variopinto e subculturale, lì si mischiavano artisti, marocchini che cuocevano spiedini di chissà cosa, musicisti che poco prima avevano suonato di fronte a migliaia di persone, universitari, gente in cerca di guai. Fondamentale era il filtro della stanchezza, che determinava che là ci andava solo chi ci voleva andare - spesso la serata era conclusa, quell’ultima puntata in riva al fiume la volevi proprio fare.

Nei locali dei Murazzi i Subsonica hanno costruito il loro mito a suon di date zero, concerti improvvisati, dj session fisse (Samuel era serenamente al Krakatoa ogni giovedì, immaginate oggi un cantante così famoso come resident dj in qualche locale). Quando la serata finiva da Giancarlo, qualcuno di loro, a bere quel bicchiere della staffa, lo si incontrava quasi sempre.

In quel contesto, quando una sera accendemmo la TV e vedemmo i Subsonica cantare Tutti i miei sbagli a Sanremo 2000, era come se uno di noi ce l’avesse fatta a diventare grande, ed eravamo anche tesi perché tutto andasse bene”, dice Federico, che oggi ha 42 anni e all’epoca era un bassista in uno dei tanti gruppi della scena torinese. Era come se stessero portando al grande pubblico la bandiera di quella Torino che stava cambiando: era come se ci portasse tutti sul palco, se portasse noi e tutti i nostri sbagli, ma su quel palco avessimo finalmente la chance di avvertire tutti di quel cambiamento.

Perché in quegli anni, come è facile ricordare, i gruppi che stavano cominciando a farsi notare erano tanti: solo che gli Africa Unite, i Perturbazione, i Lou Dalfin, i Linea 77 erano gruppi che - pur sembrando a noi torinesi molto famosi - spesso scoprivamo con sorpresa non esserlo, o esserlo meno di quanto pensassimo, fuori Torino. Ne restavamo stupiti, un po' come quando abbiamo scoperto che altrove non sappiano cosa sia un cicles (un chewing gum, per i non torinesi). Ecco, i Subsonica hanno abbattuto per primi quel muro, quel casello della tangenziale che circondava Torino, e sono arrivati al grande pubblico: hanno spiegato cosa fosse un cicles, e lo hanno fatto in musica.

Cosa per noi più importante, hanno sempre ricordato che senza quel substrato, senza quella scena effervescente, senza quella Torino fertile e Underground, non ci sarebbero arrivati: non ricordo una intervista in cui non abbiano ricordato le loro origini, probabilmente consci e grati del fatto che, in qualche modo, le serate tra localini e Murazzi, siano state il vero trampolino di lancio.

In una parola, Microchip Emozionale sta alla musica come Santa Maradona sta al cinema: manifesto perfetto di quegli anni sotto la Mole, icone di quella gen-To, generazione torinese che oggi ha quarant'anni come chi scrive, che ha vissuto quelle cose lì, quei locali lì, quel fermento lì, quella rivoluzione lì, e non è un caso che Willie Peyote, che, nato nel 1985 e prototipo perfetto di quella popolazione, sia cresciuto in quel humus culturale tanto da inserire Santa Maradona nel suo secondo album, "Educazione Sabauda".

La mattina, dopo quel concerto in cui avevo capito che ai concerti si stava in piedi, mi fischiavano le orecchie. Di giorno dovevo studiare e faticai parecchio, ma la sera uscii lo stesso, e tanto per cambiare la serata finì ai Murazzi, da Giancarlo. Abitavo a una ventina di minuti d’auto dal centro di Torino, e chi guidava mise su Microchip Emozionale sullo stereo della sua Volkswagen Polo nera: suonò Il Cielo su Torino, ed io guardando dal finestrino mi chiesi se in tutte le città si fosse giovani così, con un gruppo che suona a Sanremo e poi lo incontri sotto casa.

Ora so rispondere: no, esser stati giovani in quella Torino è stato diverso. Potrei scommettere tutto ciò che possiedo sul fatto che ogni giovane nato negli anni Ottanta a Torino abbia un ricordo legato a quella canzone, come quello che sto raccontando io. Quel microchip emozionale ci è rimasto sotto pelle, per sempre: e quel cielo su Torino ha continuato a vivere al nostro fianco.

Il cielo fuori Torino

Ma fuori Rondissone? Alla periferia dell’impero, lì dove vivevo fino ai diciotto anni, arrivavano le eco di questo fermento, si correva al negozio di dischi non appena qualcuno di segnalava un album che valeva la pena e ciò accadde, ovviamente, anche per Microchip Emozionale. Rappresentava la rabbia, il disagio, la voglia di mutarsi e mutare il contesto che avevi attorno che ti pareva inadatto perché non riusciva a comprendere come realmente fossi. Non ti riconosceva.

“Aurora Sogna” esprime proprio questa alienazione che ai margini dei grandi contesti urbani si viveva, si avvertiva la nitida necessità di assumere una forma ibrida che spegnesse il tuo lato umano così da vivere senza quel carico di ansia e panico che iniziava a pervaderti. L’incontrollabilità delle emozioni che fluivano inarrestabili dentro di te e che inevitabilmente si scontravano con un ambiente scolastico e familiare sordo a ogni esigenza e che ti bollava come reietto perché non uniformato al sentire comune. Ovviamente ciò accadeva con ancora più forza in un paesino del sud Italia.

Quella rabbia, quel senso di ingiustizia che percepivi nitido intorno a te che negli anni Novanta iniziava a farti ribollire il sangue, quella inarrestabile fuoco che iniziava a divampare nel cervello e nel cuore non solo si nutriva di album come “Curre Curre guagliò” dei 99 Posse ma trovava in “Liberi Tutti” un ulteriore inno politico: “da tutti quelli che inquinano il mio campo io mi libererò perché ora sono stanco”. Filologicamente è l’altra faccia di “Aurora Sogna”.

Quel disagio veniva usato come combustibile per scendere in piazza, per reclamare il proprio corpo come arma di liberazione dal liberismo che con le sue scie velenose stava portando nubi tossiche sul tuo cielo e che non poteva essere rinchiuso in una gabbia dall’ordine precostituito.

La discesa in campo di Berlusconi, la destra che rialzava prepotentemente la testa, le notizie che arrivavano dai grandi centri urbani del mondo, le letture di “No Logo”, ti facevano pensare che un altro mondo non solo fosse possibile, ma necessario. Il modello di globalizzazione che stavano costruendo schiacciava il Sud del Mondo. Non era quello che avevi in mente, non era quello in cui i diritti avevano la priorità rispetto ai capitali.

Si percepiva distintamente l'urgenza delle istanze ambientaliste, e perché era evidente come il modello di sviluppo fosse inadeguato, insostenibile, che stesse divorando il pianeta in maniera troppo veloce. Tutto ciò porterà a Genova, nel luglio 2001.

Quest’album, poi, per me ha avuto altre importanti conseguenze. Mi ha donato la curiosità di scandagliare una subcultura italiana musicale in fermento. Eravamo stati annientati dalla musica disco degli anni Ottanta e Novanta, dalle discoteche di Rimini e Riccione, da panorami tossici di un ambiente del divertimento dove tutto doveva essere luccicante e costosissimo. Si avvertiva la necessità di mutare questo paradigma, di riappropriarsi del tempo libero e del lato ludico della vita. Da qualche anno, scendendo dalla Gran Bretagna verso l'Italia come una nuova invasione barbarica, erano arrivati questi eventi aperti a tutti e tutte assolutamente gratuiti: i TAZ (Temporary Autonomous Zone) stavano attecchendo e diffondendosi a macchia di leopardo per tutto il paese, espandendosi da Roma verso tutte le direttrici.

Queste erano quelli che ora chiamiamo semplicemente "rave": zone dove collettivi musicali, squat e CSO (Centri Sociali Occupati) si riunivano senza alcuna autorizzazione della pubblica autorità per collettivizzare il suono sganciandolo dal mercato del divertimento, rendendolo gratuito, libero e politicamente impegnato. Tekno, Techno e Musica Elettronica erano le regine dei sound system e i Subsonica portavano quel substrato squat nel mondo delle classifiche pop con “Discoteca Labirinto” raccontando di questa voglia di svago e distacco dalla realtà distopica delle città italiane.

Te ne accorgevi quando andavi nei grandi CSO e scoprivi d’un tratto di non voler realmente uscirne, volevi staccarti da ogni schema precostruito, volevi perderti come Jack Torrance ma senza uscirne ibernato ma solo completamente pieno di endorfine sguinzagliate da una libertà che pareva non appartenerti più.

Quest’album ha rappresentato moltissimo dentro e fuori Torino, ci ha restituito un senso collettivo di appartenenza e di riappropriazione anche della cultura pop senza particolari sofisticazioni tipiche di determinati movimenti, ci ha slegato i corpi e le menti facendoci riconoscere in ogni suo brano. Sarà nostalgia, sarà ricordo dei good old times, ma a venticinque anni dalla sua nascita Microchip Emozionale dei Subsonica rimane una pietra miliare dell’elettronica italiana.


  • Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

  • Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. Ma anche difensore centrale.

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