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Eriksson
, 27 Agosto 2024

La pacata eleganza di Sven-Göran Eriksson


Un uomo che, col suo stile, ha conquistato gli animi inquieti della Roma biancoceleste.

Friends, Romans, countrymen, lend me your ears: tutto sommato è un gioco no? E allora perché appena hai saputo che Sven-Göran Eriksson è morto ti giace dentro un senso di profondo sconforto con l’occhio che ti si umetta? Perché ti accorgi che, senza più Eriksson, forse un pezzo della tua vita è svanito e non potrà mai fare ritorno?

Le parole di Riccardo Cucchi che alla radio scandivano la vittoria di quel secondo, faticoso, impervio e temporalesco scudetto appaiono risuonare lontane, quasi fossero un'eco di un tempo improvvisamente in bianco e nero. Eppure accadeva non più di 24 anni fa, lontano ma non troppo da essere percepito così. Non bastava Sinisa Mihajlovic, ora anche Sven-Göran Eriksson. Pare esserci un filo rosso con il 74, quella maledizione della bellezza, quel dover pagare il prezzo più alto per il sentimento più grande e pesante, possibile sportivamente parlando. 

Chi vive fa i conti con la morte, davanti a quello specchio che non vuoi guardare ma che sai scandire il tuo tempo, la tua percezione di esso. Questa ti sottrae frammenti di ricordi e li relega definitivamente nel passato senza possibilità che possano essere rivissuti con le stesse persone. Da lì inizia una danza sotto il pallido plenilunio, come usava chiedere Dylan Dog, dove l’unico dovere è la riproduzione della memoria che in questi casi si fa collettiva. L’evocazione permette di proiettare nuovamente quei frammenti di vita nei tuoi occhi, ogni volta che si vuole, una personale sala di proiezione dove scorrono immagini commoventi.

Allora dobbiamo pensare a Eriksson con un elegante cappotto, la montatura sottile e invisibile, l’occhio azzurro e l’impassibilità svedese confrontarsi con quell’entropia tipicamente romana tanto emotiva quanto climatica. Era stato chiamato da Sergio Cragnotti a vincere con una squadra di valore assoluto – e che non ha vinto tutto ciò che poteva e doveva vincere: Marchegiani, Pancaro, Nesta, Mihajlovic, Favalli, Almeyda, Nedved, Veron, Simeone, Conceição, Salas, S. Inzaghi, Roberto Mancini, Fernando Couto etc.

Eriksson, l’eterno secondo, l’educato perdente, il grazioso sconfitto eppure ha saputo sovvertire questa mala reputacion sulla sua testa già imbiancata e coi capelli radi al suo centro. Il suo stile pacato ma fermo, la sua capacità di insegnare e dettare calcio, gli ha permesso di far quadrare personalità molto forti e potenzialmente esplosive attirando su di esso ogni tipo di conflitto, come un certo Tommaso nella prima metà dei ’70. Non credo possa essere casuale che allenatori vincenti nascano da quella scuola come Nesta, Mihajlovic, Simeone, Conceição, S. Inzaghi, Roberto Mancini.

L’epica si lega sempre inevitabilmente alla tragedia, non ne vivrebbe senza, è il suo elemento imprescindibile. La Lazio, in questo senso, ne è la sua rappresentazione calcistica nonostante i giornali argentini il giorno dopo Perugia, Calori e l’esplosione di uno stadio tracimante di passione titolassero “Dios es del Lazio”. Ci porta a leggere la figura divina come quella che vede la vita umana come una commedia grottesca in cui può giostrare dei suoi attori senza curarsi di portarli alle stelle, trascinarli nel fango lasciando nel pubblico un amarissimo sorriso e dedicare loro al massimo un pensiero agrodolce chiusosi il sipario.

Si chiude il sipario su un Eriksson meraviglioso, un frammento eterno di vita, una persona che ha regalato l’indelebile e lo ha cucito nei nostri pensieri fatti di trofei e gioia infinita. Grazie Mister Eriksson, eternamente grato. Ora con Tommaso Maestrelli date n’occhio alla Lazio nostra e su di noi. Cala ora quel silenzio che solo le sterminate lande scandinave sanno regalare con un canto di fondo che ti accompagnerà nel valhalla.

  • Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. Ma anche difensore centrale.

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