
Fiorentina-Venezia 3-0: oltre i limiti
Quando Batistuta ha salutato Firenze e la Fiorentina ha salutato Batigol.
“Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore: la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere”: Marie-Henri Bayle descrive con poche e ficcanti parole quella che è da tutti conosciuta come la sua, la sindrome di Stendhal, la condizione di sperdimento psichico conseguente ad una forte esperienza emozionale.
Come è possibile provare un turbinìo di emozioni così negativo davanti a una città come Firenze?
Firenze è la belle, la bella, come la definiscono i francesi in un proverbio a vantaggio (o svantaggio) di un’altra città unica come Venezia, che invece veste i panni della riche, la ricca. Calcisticamente parlando, tra la fine di Novanta e gli inizi del Duemila le due città sembrano volersi scambiare ruoli e aggettivi, con buona pace dei cugini d’Oltralpe.
La Fiorentina di Cecchi Gori, dopo un inizio tormentato dei '90, abita saldamente le zone alte della classifica di Serie A; il Venezia, malgrado una salvezza più unica che rara nel ‘98-’99 (citofonare Alvaro Recoba), si riaffaccia al massimo campionato dopo un’assenza di oltre 30 anni.
La continuità della Viola ha un comune denominatore, capace di rompere tutto ciò che gli si para davanti - anche le doppie del cognome, perse nel viaggio in cui la famiglia è emigrata dal Friuli a Reconquista - profondendo il massimo sforzo con una foga da caterpillar: quando Gabriel Omar Batistuta approda in Serie A, ci arriva con un soprannome che è la rappresentazione plastica del suo essere calciatore. Lui è El Camion.
Per gli argentini è un centravanti sgraziato, senza particolare tecnica ma con una grande forza, muscolare e di volontà. Fino al momento è sempre andato in doppia cifra in Italia, tra B e A. Mentre Stendhal veniva sopraffatto dalla bellezza talmente lucente della città da provare una sensazione di disagio patologica, Batistuta si è inaridito per la Fiorentina al punto che, anni dopo, quella stessa paura di cadere è diventata anche per lui una condizione anomala.
El Camion, all'inizio di questa storia, è già diventato Batigol: il 14 maggio 2000 si gioca l’ultima gara di Serie A e, mentre a Perugia impazza l’acquazzone più discusso dell’ultimo trentennio, qualche chilometro più a ovest va in scena quella che è una sfida teoricamente più utile alle statistiche che ad altro.
L’unico obiettivo tangibile è nelle mani della Fiorentina, attesa da una vittoria per strappare un posto nella prossima UEFA: all’Artemio Franchi, però, Fiorentina-Venezia si colloca in un contesto semi-burrascoso sulla sponda dell’Arno, disilluso invece dalle parti della Laguna che si trova già aritmeticamente in cadetteria.
In curva Fiesole, già dalla primavera, erano apparsi striscioni eloquenti. Un ringraziamento per chi sa di doversi separare da qualcuno che mai avrebbe voluto veder andar via, ma che è costretto a rassegnarsi al corso degli eventi. Quella del 14 maggio contro il Venezia sarà l’ultima partita in maglia viola per Batistuta, fino al momento a quota 149 gol in A, a sole due lunghezze dallo svedese Kurt Hamrin - anche lui, coincidenze, a Firenze per 9 stagioni (1958-67).
La Fiorentina scende in campo col 3-4-1-2: Trapattoni, in camicia viste le dolci temperature fiorentine, affida a Rui Costa, dato per partente e infine rimasto un altro anno per ereditare la fascia di capitano di Batistuta, il compito di rifinire.
A difendere i pali c’è Francesco Toldo, destinato a un Euro 2000 da sogno con un finale psicodrammatico all'italiana; la linea difensiva è composta da Repka, Adani e Pierini; Amoroso e Rossitto compongono la mediana, sulle fasce il mai domo Di Livio viaggia in parallelo a Tarozzi, più avvezzo ad abbassarsi ma sempre generoso. C’è Enrico Chiesa, destinato ad accompagnare le sortite offensive di Batistuta e a fornirgli l’ultimo assist della vita vestita di viola.
Francesco Oddo schiera invece il Venezia con un 3-5-2 classico, senza pretese, dove in attacco il compagno di Filippo Maniero si chiama Fabian Valtolina e non più Alvaro Recoba.
Di fatto la partita si presenta senza stimoli per i lagunari, e inizia esattamente come vuole la Fiorentina: si lancia in avanti Pierini, in una sortita da difensore moderno, salta l’uomo e prova il tiro dal limite.
La palla si infila all’angolino non prima di incontrare sulla sua traiettoria il piede di Batistuta: sono passati 7 minuti e la Fiorentina è avanti, probabilmente con un gol irregolare - il capitano viola si trova oltre l’ultimo difensore, ma nessuno avrà mai voglia di badare a questo in una giornata che, di scompiglio, ne creerà tanto altrove.
Il Venezia prova a riorganizzarsi su un campo dove iniziano a sentirsi forti i cori per un solo uomo: servono soli altri 12 giri di orologio per porre fine all’ultima triste sfilata dei lagunari, completamente priva dei colori carnevaleschi alla quale la ricca ci ha abituato.
Calcio di punizione. Batistuta sta sistemando il pallone a 25 metri dalla porta di Casazza: lo gira una, due, tre volte, si piega come volesse parlare alle sue gambe e chieder loro se possono farlo ancora. L’anno prima a San Siro contro il Milan, da distanza molto più ravvicinata, aveva deciso di schiantare il pallone sotto l’incrocio facendo tremare di paura tutta la barriera posizionata dentro l’area piccola: un difensore esperto come Costacurta ammetterà di aver avuto il timore che quel tiro gli avrebbe staccato la testa.
Batistuta, in ogni tiro e ogni scatto, chiede al corpo uno sforzo oltre i limiti che il fisico gli imporrebbe.
A 25 metri dalla porta del Venezia Batistuta sa che sì, può farlo ancora, e allora colpisce il pallone saltando la barriera e polverizzando l’aria rarefatta del Franchi: manca ancora un tempo e mezzo, ha segnato l’ennesima doppietta della sua carriera, alle 15.20 ha già eguagliato Hamrin.
La partita scivola via. Il Venezia cambia l’impalpabile Nanami per Maurizio Ganz all’inizio delle ripresa, la Fiorentina sostituisce Di Livio e Amoroso con Amor e Bressan. Forse va bene così, il record è eguagliato. Batistuta è solo un calciatore, non cerca la gloria, la fama o le copertine. Lui è solo un calciatore, lo ha ribadito spesso e lo ripeterà qualche minuto dopo il triplice fischio, nella pancia del Franchi.
A 5’ dalla fine, Enrico Chiesa decide anche lui di fare un ultimo illuminante sforzo. Serve in profondità Batistuta: l’attaccante taglia alle spalle della coppia di centrali veneti, ma per liberarsi di Maldonado si cuce addosso ancora il soprannome che lo ha portato a Firenze – El Camion. Con un colpo di spalla efficace e assestato sulla schiena riesce a mandare fuori tempo il difensore dei veneti e a deviare la sua corsa indisturbata per l’uno contro uno con Casazza.
Non ha neanche bisogno di stoppare il pallone: a Batistuta basta semplicemente capire quale rimbalzo gli permetterà di colpire con la parte del piede per ottenere il miglior effetto in relazione al movimento. Batistuta-Batigol-El Camion decide di usare un mezzo esterno pulito, preciso, piazzando il pallone nell’angolo di destra.
Pare rivolgersi alla Fiesole piegando il ginocchio sinistro, mentre appoggia quello destro per terra. Nel presente, la riva del Rio de la Plata opposta a quella che gli ha dato i natali maturerà un attaccante che tutti chiameranno Pistolero; il 14 maggio 2000, Batistuta dovrebbe imbracciare la mitraglia che lo ha definito nel periodo di maggior splendore.
Invece fa qualcosa di diverso, di inaspettato, spontaneo: inizia la corsa verso la Fiesole ma devia improvvisamente. Entra nella porta e si lancia a braccia aperte.
Fa un respiro, poi si lascia finalmente cadere, sfinito: chiude gli occhi, digrigna i denti, sembra voglia piangere e mostrare un senso di sperdimento fisico davanti alla Firenze in cui ha fatto nascere i suoi figli. Si gira di pancia verso l’erba, la faccia coperta dalle braccia che cingono la sua chioma.
In quel momento stanno svanendo tutti i rumori di fondo, i cori e i suoni dello stadio: nella testa di Batistuta, 153 gol in serie A con la Fiorentina, nuovo miglior marcatore del torneo in maglia viola, c’è spazio solo per il silenzio.
Cancelliamo tutto e rifacciamo daccapo, come se non ci fossimo mai conosciuti: facciamo in modo che accada tutto ancora una volta. Un po’ il principio su cui si fonderà un film che uscirà nelle sale cinematografiche solo quattro anni dopo, Eternal Sunshine of the Spotless Mind, brutalmente tradotto in italiano con Se mi lasci ti cancello.
Invece non sarà così, nessun epilogo da film tra Batistuta e la Fiorentina. Perché la realtà in questo sport è stata e continua a essere un affare più lineare e razionale di quanto si pensi.
La Fiorentina di Palladino che affronterà il Venezia nell'agosto 2024 è guidata da un imprenditore delle telecomunicazioni, quella di Trapattoni e Batistuta del maggio 2000 lo era da un produttore cinematografico: in entrambe le situazioni si riflette una gestione aziendalista in linea con il capitalismo dei nostri giorni. Misurare il profitto che ne deriva solo misurandolo in guadagni economici o in termini di risultati.
Batistuta si presenta ai microfoni dopo Fiorentina-Venezia con i capelli spazzolati e ancora umidi. Guarda i giornalisti consapevole di ciò che gli verrà chiesto di lì a poco, e il suo sguardo diventa meno arcigno di quello che si confà a un Re Leone, altro arcinoto soprannome affibbiatogli.
«Sto lavorando in un posto in cui le mie idee non vengono condivise e questo mi crea un enorme dispiacere»
Le domande lo incalzano, è costretto ad interrompere una risposta con un impercettibile abbozzo di risata tanta nervoso quanto naturale. Poi continua, con una frase che riassume l’essenza di quello che sta accadendo tra l'argentino e la Fiorentina:
«Io voglio soltanto giocare ed una società che condivida le mie idee. Per questo, da un punto di vista lavorativo, ho deciso di cambiare»
In queste parole d’addio si notano concetti che indicano la direzione in cui sta andando il calcio: un lavoro e uno sport che non si ferma solo al gioco ma che diventa una vera e propria industria, dove i calciatori sono operai lanciati sulla ribalta. E in virtù di questa professione, di quanto le proprietà richiedono per essere performanti, i calciatori devono diventare a mano a mano più fisici, devono rinforzare i loro muscoli a livelli tali da poter reggere un quantitativo di partite stagionali ben oltre i propri limiti.
Il paradigma del calcio moderno, che vive la sua incubazione proprio sul finire degli anni Novanta: a Batistuta viene richiesto uno sforzo oltre le sue capacità. Lui non si risparmia. Anzi, se possibile, va oltre: al suo ritiro, infatti, ammetterà che per lungo tempo farà fatica persino a camminare.
E mentre la 2° giornata di Serie A 2024/25 sarà una partita collocata in un contesto oramai consolidato, Fiorentina-Venezia del 14 maggio 2000 si svolge in un momento di transito tra questo contesto fisicamente militaresco e uno ancora con un occhio di riguardo per l’estro e l’intuizione.
Hernán Darío Gómez Jaramillo, CT della Colombia alla vigilia del Mondiale ‘98, affermò senza mezzi termini che nessuno teneva conto dei calciatori, lasciando intendere che sempre di più sono i loro obblighi e sempre meno sono e saranno i loro diritti. Allo stesso modo, quando Winston Churchill arrivò a 90 anni, un giornalista gli chiese quale fosse il segreto per andare avanti così in salute.
Churchill rispose: “Lo sport. Non l’ho mai praticato”.
Batistuta voleva solo essere un calciatore. Sta ancora pagando le conseguenze del voler abbattere ogni limite.
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