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Italvolley
, 11 Agosto 2024

Lacrime di gioia, siamo medaglia d'oro!


"Dobbiamo smettere di pensare a cosa manca", perché ora non manca più: l'Italvolley è campione olimpica!

Quando, sull’ultimo attacco statunitense, l’arbitro ha decretato l’out, in quel preciso momento, a tutti noi che amiamo questo sport, sono passate davanti tutte le Olimpiadi della nostra vita. Chi ricorda l’ultimo attacco sull’antenna ad Atlanta, che regalò l’oro ai Paesi Bassi; chi quella finale di Rio de Janeiro, in cui non siamo stati in gara come volevamo; chi Londra e quella semifinale che non ci permise di giocare per la medaglia più pregiata per un'inezia. Ecco, la stessa cosa è passata per la testa delle nostre campionesse, che da una vita inseguivano questo momento. I successi ma anche i momenti bui con l’azzurro dell'Italvolley; quest’ultimo anno faticosissimo, le sensazioni di rinascita, i passi che ci hanno portato alle 13 di oggi. Non è un caso che la prima corsa di Julio Velasco sia stata verso Lorenzo Lollo Bernardi, con cui ad Atlanta, in una notte americana di 28 anni fa, aveva condiviso quell’amarezza indimenticabile. Nessuno come lo sport sa scrivere le favole: se esiste un Dio della pallavolo, è sceso a Parigi ridando loro, e ad Andrea Giani (con la Francia maschile), il credito che avevano maturato con l’oro olimpico. Ora è al collo di Julio, di Lollo, di Massimo Barbolini (che a Pechino perse sul più bello Tai Aguero), di tutti quelli che in questi anni di successi della pallavolo italiana, aspettavano che questo tabù si infrangesse. L'Italvolley è campione olimpica, per la prima volta nella storia. Stavolta, dopo tante sconfitte, ricorderemo una vittoria, segnando l’11 agosto 2024 sul nostro calendario, per sempre.

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“Vincere non deve essere una ossessione, perché le ossessioni mettono una pressione che non ci permette di fare cose bene”, dal Vangelo secondo Julio. E l’Italia fa esattamente questo, gioca questa finale al meglio delle sue possibilità perché non gioca con la pressione di vincere, ma “fa le cose per bene”. Un 3-0 senza storia nella partita più importante della storia, ottenuto contro una squadra fortissima. Gli USA, campioni in carica, possono vantare su atlete di primo livello allenati da una pagina del manuale del volley, quel Karch Kiraly che aveva vinto quattro ori olimpici in tre vesti diverse. Perché talvolta vincere non è una conseguenza del far le cose bene, ma spesso sì: oggi, l'Italvolley ha portato a spasso gli USA, potenza mondiale abituata a questo tipo di partite e dotata di atlete di primissimo livello. Dal punto di vista tecnico, non abbiamo consentito a nessuna delle statunitensi di infastidirci: si salvano solo le centrali Washington e Ogbobu, mentre le attaccanti laterali, pur essendo top player mondiali come Plummer, Drews e Skinner hanno faticato parecchio (qualcosa in meglio l’ha fatto solo la subentrata Thompson). Questo perché la prestazione di Italvolley è stata mostruosa in tutti i fondamentali: in particolare, è impressionante il numero dei nostri muri (9-0) e delle nostre coperture e difese, sintomatiche di quanta fame avessimo e di quanto fossimo disposte a lavorare da squadra. E se in uno sport di squadra lavori bene di squadra, nella maggior parte dei casi, vinci. Stavolta, la pagina è girata, e ne abbiamo scritta noi una nuova: con una grafia che trema per l’emozione, ma con prestazioni che han fatto tremare tutte le avversarie e vibrare di gioia una nazione intera.

È stata un’Italvolley pazzesca, per tutto il percorso olimpico: 6 gare vinte consecutive con 1 solo set perso, all’esordio con la Repubblica Dominicana. La Nazionale è stata una macchina da guerra, capace di schiantare chiunque capitasse a tiro. Sicuramente avevamo in campo tanto talento, una generazione capace di vincer tanto che è stato tirata a lucido nel migliore dei modi nel momento decisivo: per ogni ruolo, le nostre si sono dimostrate le migliori al mondo. Moky De Gennaro, lanciata per aria alla fine, finisce nel migliore nei modi il suo rapporto con le Olimpiadi, confermandosi il miglior libero al mondo, senza se e senza ma. Al centro, Anna Danesi si rinnova miglior muro e Sara Fahr verrà ricordata per sempre per quel finale spaziale in semifinale, così come Marina Lubian per quella serie in servizio nel girone contro la Turchia. In posto 4, Sylla e Cate Bosetti sono state commoventi: la prima per la sua capacità di non mollare mai, in ogni gara, e la seconda perché in finale è riuscita a sfoderare probabilmente una delle migliori prestazioni in carriera, ricordandosi lo sterminato bagaglio di tecnica da cui poteva pescare. Straordinarie anche Kate Antropova e Charlie Cambi, chiamate in causa in ogni set di ogni gara di Italvolley e sempre perfette e determinanti, così come l’esordiente Giovannini: in un gruppo così, il peso lo hanno avuto tutte, e si è visto in campo, anche Ilaria Spirito e Loveth Omoruiy (sostituta di Alice Degradi, infortunata della vigilia, che ha al collo quest'oro quanto tutte le compagne), anche se han avuto meno spazio. Se qualcuno avesse nutrito dei dubbi su Alessia Orro, la sua crescita in questo torneo li ha definitivamente spazzati: una regìa lucida, una finale da leader assoluta per la palleggiatrice sarda, che rientra nel pantheon delle top nel suo ruolo. Infine, Paola Egonu, lasciata per ultima per un motivo esclusivamente sportivo (bene chiarirlo, visto che questo popolo sarebbe capace di spostar l’attenzione anche in un momento così), dopo un ultimo periodo faticoso ha dimostrato di essere la miglior giocatrice al mondo, totalmente dominante in tutti i giochi, conducendoci a questa medaglia con prestazioni incredibili, ma “felice di dividere la responsabilità con la squadra”, come ha specificato nel post gara. Perché lo sport ha questo, di bello: se ne frega di chiacchiere, polemiche, ignoranza, opinioni, e si limita a premiare chi, in campo, risulta il più forte. Come le nostre, tutte, in questa estate indimenticabile.

Di allenatori bravi, nella storia di Italvolley e della pallavolo italiana di club, ce ne sono tantissimi (tanto che ricorrono ai nostri coach in tutto il mondo), ma di Julio Velasco ne nasce uno a secolo: non come allenatore, ma proprio come essere umano a 360°. Velasco ha cambiato, per sempre, la storia dello sport italiano, e non l’ha fatto dall'agosto 2024: l’ha fatto da quando, arrivato da un’Argentina in cui rischiava la pelle per ideologia politica, si è messo a studiare la nostra lingua di notte ascoltando De André e guardando i film di Visconti. L’ha fatto quando ha preso una nazionale maschile sempre perdente e l’ha portata a vincere, cambiando la mentalità a forza di aforismi che sono in voga ancora oggi. L’ha fatto insegnando a perdere, come in quella finale di Atlanta sfuggita per due punti. Ancora una volta, l’ha fatto in queste Olimpiadi, con il suo invito a “non pensare a cosa manca”, ma a cosa abbiamo, qui ed ora. Il qui ed ora che l’ha portato ad accettare la panchina di un'Italvolley in difficoltà: magari si sarà ricordato che dal letame nascono i fior, come in quelle notti in cui ascoltava Faber (e quel letame, lui lo sapeva, sarebbe stato un concime di altissimo livello). Quel qui ed ora che gli ha permesso di salvarsi dal regime in Argentina, insieme ai suoi fratelli, uno dei quali scomparsi poco prima dell’inizio dei giochi, a cui dedicherà un pensiero dorato. Ci ricorderemo di Velasco non per quello che ha vinto (2 medaglie olimpiche, 3 europei, 2 mondiali, 5 World League, 1 Volley Nations League, 2 ori panamericani con l'Argentina, 2 campionati asiatici con l'Iran), ma per il suo realismo filosofico, che con una sola frase e quell’inconfondibile ed affascinante accento argentino ci ha saputo aprire gli occhi e cambiare il destino. Stavamo sognando, Julio. Grazie per aver svegliato l'Italvolley ancora una volta tintinnando sull’oro, guarda come luccica. Non dovremo più pensare a cosa manca, perché ora non manca più.

Nel commento tecnico, su Eurosport, una commossa (e perfetta) Rachele Sangiuliano ha detto al saluto finale che “è la vittoria di tutto il nostro movimento”. Sono frasi che si sentono spesso a sproposito, quando è ora di salire sul carro dei vincitori dopo un’impresa, ma non è questo il caso: il movimento di Italvolley è sanissimo, in grande crescita, tanto che questo sport è diventato il secondo più praticato e seguito dopo il calcio. Chissà che traino sarà questo oro olimpico di Italvolley, per una disciplina che vanta già tante scuole eccellenti sul territorio ed una attività di base capillare e presente: questo è l’oro di tutti quelli che ogni giorno portano avanti quelle attività, dalle società di paese all’alto livello, è l’oro di chi ha lavorato tanto per questo momento e lo sta guardando dall’alto, è l’oro di tutti quelli che ci hanno provato prima. E in questo momento d’oro, sarebbe scorretto non ricordarsi dell'Italvolley maschile di Fefè De Giorgi, che ancora una volta si è confermata tra le prime 4 al mondo, (come ha tenuto a precisare subito Velasco con la medaglia al collo): quella medaglia mancata oggi brucia un po' di meno, e se facciamo squadra come movimento “smettendo di guardare cosa manca”, presto arriverà.

  • Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

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