
I 3 secondi della discordia
O di cosa è successo nella finale di pallacanestro maschile di Monaco 1972 tra USA e URSS.
Novecento: il secolo delle ideologie e dello sport. Verso la fine del XIX secolo, Pierre de Coubertin ebbe un’idea niente male, ma nei cento anni intercorsi dal 1900 al Nuovo Millennio la diffusione dei Giochi Olimpici è stata una delle manifestazioni più evidenti di come la potenza dello sport fosse riuscita a varcare ogni confine geografico. Questo, però, non ha avuto sempre effetti lineari: da Jesse Owens nel 1936 a Tommie Smith e John Carlos nel 1968, è capitato spesso che lo sport, le Olimpiadi, la società e la politica entrassero in rotta di collisione, portando a episodi che hanno ottenuto un’eco eterna.
In questa categoria non può che rientrare quello che accadde a Monaco di Baviera nel settembre 1972, quando l’URSS sconfisse team USA. rompendo per la prima volta nella storia l’egemonia statunitense nel basket mondiale in una delle finali più controverse della storia dello sport. Da quel momento, immediatamente successivo a uno dei più brutali e tragici della storia olimpica, sono passati cinquantadue anni. Sono cambiate molte altre cose - per esempio la dissoluzione dell'Unione Sovietica - ma, nell'agosto 2024, ha ancora senso ricordare quella partita non solo per il suo sfondo politico.
La vittoria dell'URSS fu anche un importantissimo passo verso la "globalizzazione" della pallacanestro NBA, verso l'integrazione di un numero sempre maggiore di cestisti non-statunitensi anche capaci di dominare nella lega più competitiva al mondo.
Lo sfondo
Anche se con alcune difficoltà, a cavallo tra i Sessanta e Settanta la Guerra fredda iniziò a vivere un periodo di distensione. L’onda lunga delle proteste del 1968 si faceva sentire per entrambe le superpotenze: da un lato le manifestazioni contro la guerra in Vietnam si facevano sempre più dure - Muhammad Ali nel 1971 si vide annullare la condanna inflittagli tre anni prima per essersi rifiutato di prestare servizio nell'esercito - mentre dall’altro c’era da affrontare la scomoda situazione della Cecoslovacchia, che si stava avvicinando a un socialismo sempre più liberale grazie alle riforme del presidente Alexander Dubček.
Sia gli USA che l'URSS uscirono malissimo da queste situazioni: i primi si ritirarono dal Vietnam nel 1975, subendo un'umiliante sconfitta militare e politica; i secondi risposero ai venti di cambiamento della Primavera di Praga inviando i carri armati del Patto di Varsavia, lasciando nello sconforto e nello sconcerto una larga fetta della sinistra europea. Tuttavia, negli stessi anni accaddero molte altre grandi cose, spesso più liete delle precedenti, come lo sbarco sulla Luna dell’Apollo 11 del 1969.
Fu in questo contesto, nonostante o forse grazie agli ostacoli rappresentati da Vietnam e Cecoslovacchia, che si mossero i primi notevoli passi avanti per un miglioramento dei rapporti tra le superpotenze.

Risale al 26 maggio 1972 la firma a Mosca del SALT I, accordo con cui il Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon e il Segretario generale del PCUS Leonid Bréznev stabilivano il congelamento del numero di missili detenuti nei propri armamenti. Lo sport, in tutto ciò, non era esente dalla rivalità, e anzi diventava un mezzo per far valere la propria supremazia in un periodo in cui - fortunatamente - la distruzione mutua assicurata impediva di farlo a livello militare.
Gli Stati Uniti si avvicinavano alle Olimpiadi di Monaco 1972 con la consapevolezza di essere i padroni assoluti del basket: pur potendo schierare solo giocatori dilettanti, dal primo torneo olimpico di basket nel 1936 fino a quel momento avevano vinto tutte le partite, tanto che il loro record dopo la semifinale vinta arrivò a 63-0.
L’Unione Sovietica, dal canto suo, aggirava la regola del dilettantismo potendo schierare giocatori di alto livello grazie al fatto che ufficialmente fossero tutti operai. Certo non li si poteva definire favoriti, ma erano uno squadrone che si presentava a Monaco avendo vinto le ultime otto edizioni degli Europei di basket. Insomma, se quella tra statunitensi e sovietici non era una finale anticipata poco ci mancava.
L’avvicinamento
Quella degli Stati Uniti era la squadra più giovane del torneo olimpico di basket. Non c’era un vero leader, complice anche il fatto che l’astro nascente Bill Walton - morto pochi mesi fa - avesse rifiutato di partecipare ai Giochi a causa di alcuni infortuni e della della brutta esperienza avuta al Mondiale del 1970, di cui avrebbe parlato così: “per la prima volta nella mia vita mi sono sentito vittima di un pessimo coaching, del tradimento dei miei compagni e di minacce e insulti da giocatori che non riuscivano a fornire una prestazione decente”.
La sua presenza sarebbe stata vista molto di buon occhio dal governo a causa delle sue posizioni contro la guerra in Vietnam, sperando di poter utilizzare un ragazzo del college un po' hippy e dall'aria ribelle in maglia a stelle strisce come simbolo dell’unità nazionale. La squadra, comunque, non era affatto debole: figuravano giocatori come Tommy Burleson e soprattutto Doug Collins, destinato a un’ottima carriera in NBA. L’allenatore era il sessantottenne Henry Iba, che aveva già vinto il torneo olimpico a Tokyo nel 1964 e a Città del Messico nel 1968 ma che da molti era ritenuto tatticamente osboleto.
L’URSS, dal canto suo, era davvero temibile per motivi opposti. Era una squadra rodata, composta da alcuni dei migliori giocatori del basket europeo che avevano giocato insieme, negli anni, oltre quattrocento partite (gli Stati Uniti potettero disporre solo di dodici partite di esibizione prima dei Giochi Olimpici). La stella era la guardia Sergej Belov, che aveva vinto due Coppe dei Campioni con il CSKA Mosca, ma figuravano anche giocatori come Modestas Paulauskas, Gennadi Volnov e Aleksander Belov, solo omonimo di Sergej.
Il tecnico era il quarantatreenne Vladimir Kondrashin, che a differenza di Iba aveva capito la rivoluzione tattica vissuta dal basket e aveva creato una squadra dinamica e veloce.
Entrambe le nazionali, neanche a dirlo, si qualificarono agilmente alla finale: l’URSS in semifinale sconfisse Cuba per 67-61, mentre gli USA vinsero 68-38 contro l’Italia. Il giorno prima delle semifinali, però, a Monaco di Baviera andò in scena l’episodio più tragico della storia dei Giochi Olimpici moderni: il 5 settembre un gruppo di fedayin palestinesi appartenenti all’organizzazione terroristica Settembre nero - la stessa che un anno dopo colpì a Fiumicino - prende in ostaggio e successivamente uccide undici atleti israeliani.
Il presidente del CIO Avery Brundage, non esattamente una persona dalla morale di ferro, decide di sospendere i Giochi solo per un giorno, per poi proseguire come se nulla fosse. The show must go on.
La tensione in vista della finale del torneo di basket fu alimentata anche dalla retorica intorno campionato mondiale di scacchi in corso a Rejkjavík, in cui l'1 settembre lo statunitense Bobby Fischer vinse per 12.5 a 8.5 contro il campione in carica Boris Spassky, sovietico, in quella che viene definita la “sfida del secolo”. La finale del torneo olimpico di basket tra USA e URSS, dunque, ebbe inizio alla Rudi-Sedlmayer-Haller Arena di Monaco alle 23.45 del 9 settembre 1972, in un'atmosfera che definire tesa sarebbe un eufemismo.
La partita
L’inizio della finale fu favorevole ai sovietici, che riuscirono a sfruttare la rapidità del loro gioco passando in vantaggio con un 7-0 iniziale e chiudendo il primo tempo sul 26-21. “Avevi in squadra dei ragazzi che adoravano correre con la palla su e giù per il campo ed eri costretto dall’allenatore a fare sei-sette passaggi prima di tirare. Era questa la cosa che ci innervosiva di più” dirà poi Ed Ratleff - guardia della nazionale olimpica '72 e poi degli Houston Rockets - riguardo al gap tattico tra USA e URSS.
Nel secondo tempo il canovaccio non cambia, tanto che verso la fine del terzo quarto i sovietici riescono addirittura a portarsi sul +10, guidati dalla grande prestazione di un Sergej Belov che alla fine della partita risulterà essere il miglior marcatore con 20 punti messi a segno.
Per gli Stati Uniti la situazione viene aggravata dall’espulsione di Dwight Jones, caduto vittima delle provocazioni dei sovietici, e dall’infortunio di Jim Brewer. In preda a un totale dominio da parte degli avversari, i giocatori degli statunitensi decidono di smettere di seguire le indicazioni di coach Iba per provare a imbastire autonomamente una rimonta pressando gli avversari con grande intensità. Il piano funziona, perché gli Stati Uniti macinano gioco e si portano sul 49-48 per gli avversari a trentotto secondi dal termine.
Su un possesso sovietico a 6" dalla fine, quando ormai sembra che sia tutto finito, accade il patatrac: Alexander Belov si fa intercettare il passaggio da Doug Collins che si avvia verso il canestro venendo fermato con un fallo dal georgiano Sakandelidze. Sulla lunetta va Collins che segna entrambi i tiri liberi e porta gli Stati Uniti sul 50-49 a tre secondi dalla fine. I sovietici rimettono la palla in gioco, ma dopo due secondi l’arbitro brasiliano Renato Righetto interrompe il gioco perché Sergei Bashkin, vice-allenatore dell’URSS, si era intanto recato al tavolo dei giudici per far notare che il coach Kondrashin aveva richiesto un timeout.
Il time-out viene accordato: una volta trascorso il minuto di pausa, si riprende con un secondo rimasto da giocare.
Gli Stati Uniti intercettano la palla e suona la sirena: hanno vinto? No, perché il presidente della FIBA William Jones, avvalendosi di una facoltà di cui non disponeva, entra in campo nel bel mezzo dei festeggiamenti dei giocatori statunitensi e fa notare che il gioco avrebbe dovuto riprendere dai tre secondi precedenti al timeout, non da un secondo. Tra la confusione generale, quindi, il campo viene sgomberato e il cronometrista Joseph Blatter - sì, quel Blatter! - riporta il cronometro a tre secondi.
Jadeška, che Kondrashin ha inserito in campo nel parapiglia al posto di Zharmukhamedov, batte la rimessa lunga per Alexander Belov, che prende la palla e fa canestro portando la partita sul definitivo, stavolta per davvero, 51-50.

Le reazioni
Neanche a dirlo, subito dopo il canestro di Belov iniziarono le polemiche. L’arbitro Righetto, per protesta, si rifiutò di firmare il referto ufficiale della partita. Il manager della nazionale statunitense Mols e il presidente del comitato olimpico di basket statunitense Summers presentarono una protesta ufficiale alla FIBA, nella quale argomentarono che i tre secondi rimanenti dopo i tiri liberi fossero stati consumati tutti nel primo gioco a rimbalzo (cioè prima del timeout) e nel secondo gioco a rimbalzo (subito dopo il timeout), e che quindi gli Stati Uniti avessero vinto 50-49 all’interno dei quaranta minuti di gioco che le regole FIBA prevedevano.
La Guerra fredda entrò anche in questo reclamo: i voti a favore della protesta statunitense da parte di un giudice italiano (Claudio Coccia) e di uno portoricano (Rafael Lopez) vengono superati dai voti contrari di un ungherese (Ferenc Hepp), di un polacco (Adam Baglajewski) e di un cubano (Andres Keizer), tutti e tre appartenenti a paesi all’interno della sfera d’influenza sovietica. La vittoria dell’URSS, così, divenne definitiva. Gli Stati Uniti non accettarono il verdetto della giuria e rifiutarono le medaglie d’argento, che tutt’oggi sono conservate nel caveau di una banca a Losanna.
Un ulteriore appello venne fatto dal Comitato Olimpico degli Stati Uniti al CIO, che però nel 1973 stabilì che il caso fosse all’interno della giurisdizione della FIBA. Nel corso degli anni il Comitato Olimpico statunitense, per conto del CIO, provo più volte a convincere i giocatori della nazionale di basket ad accettare la medaglia d’argento, trovando ogni volta risposta negativa. Quarant’anni dopo la finale, nel 2012, Kenny Davis organizzò una riunione dei dodici membri della squadra nel quale venne deciso all’unanimità di continuare a rifiutare la medaglia. Lo stesso Davis ha inserito nel testamento il divieto per i suoi eredi di ritirare la medaglia d’argento per conto suo.

I giocatori sovietici, dal canto loro, vennero accolti in patria come eroi nazionali, senza riservare troppa attenzione alle polemiche successive alla fine della partita. Il tecnico Kondrashin ha ricordato quella vittoria come il punto più alto della sua carriera nel basket, che poi lo vide vincere anche i Mondiali di Porto Rico nel 1974 e un bronzo olimpico a Montreal nel 1976. Collins e Sergej Belov si rividero nel 1994 in occasione dei Mondiali in Canada, a cui primo partecipava come inviato e il secondo come coach della nazionale russa.
Belov rilasciò un’intervista a Collins, che dichiarerà: “Ha tenuto un interprete per tutto l’incontro. Mi parlava in russo e faceva tradurre. Quando è finita l’intervista mi sono alzato e lui mi ha detto in un inglese perfetto ‘Fai a tuo figlio Chris un grande in bocca al lupo per la sua stagione a Duke’. Quel maledetto me l’aveva fatta di nuovo”. Su quella partita sono stati realizzati Tre secondi per la vittoria, prodotto in Russia e uscito nel 2017, e il documentario Silver Reunion, pubblicato da ESPN nel 2012 in seguito all'incontro tra i giocatori statunitensi a quarant’anni dalla finale. Sempre ESPN dedicò alla finale del 1972 il secondo episodio di Basketball: A Love Story, serie televisiva del 2018.
A noi rimane il ricordo di una partita rimasta nella leggenda, che pur tra le polemiche dimostrò per la prima volta al mondo che nel basket non c’erano più solo gli Stati Uniti e che mise sport e politica sullo stesso campo da gioco come poche altre volte nella storia. Oggi il basket è tutto un altro sport, ma il ricordo di quella partita è rimasto ancora più che vivido per le controversie che ne sono derivate e per il ruolo che ebbe nel dimostrare quanto la pallacanestro stesse assumendo una dimensione sempre più globale.
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