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Olimpiadi
, 9 Agosto 2024

Quando l'Italia del calcio vinse l'oro alle Olimpiadi


Storia di un gruppo di universitari, di un paio di occhiali da Harry Potter e di Jesse Owens.

Il binomio Calcio e Olimpiadi, per l'Italia, è quasi sempre stato indigesto. Dal dopoguerra in poi, il miglior risultato conseguito dagli azzurri è il bronzo del 2004 ad Atene, quando un gol di Gilardino nella finalina si rivela sufficiente per piegare l'Iraq. Il giorno dopo, l'Argentina del Loco Bielsa e di Carlitos Tevez conquisterà l'oro superando il Paraguay.

Per il resto, quasi solo delusioni per l'Italia Olimpica, che non si qualifica al torneo dal 2008; guidata da Pierluigi Casiraghi, Giovinco e Giuseppe Rossi i suoi assi, l'ultima Italia a cinque cerchi si è dovuta arrendere al Belgio nei quarti di finale, nonostante gli oltre 70' in superiorità numerica per l'espulsione di Vermaelen.

Non vi priveremo del divertimento di riconoscere tutta l'Italia 2008 inserendo qui sotto i nomi (foto: Getty Images)

C'è stata però, parecchio tempo prima, un'Italia del calcio vincente anche alle Olimpiadi, protagonista di una storia tanto surreale quanto figlia, nel bene e nel male, del suo tempo.

Negli anni '30, l'Italia era probabilmente la migliore al mondo: status certificato dai risultati, non certo dall'influenza del regime fascista - che, secondo le malelingue, ha giocato un ruolo importante nei successi degli azzurri. Campione del mondo nel '34 e nel '38, l'Italia tra il '27 e il '33 ha anche conquistato per due volte la Coppa Internazionale, torneo antesignano degli Europei che vi avevamo già presentato. Alle Olimpiadi, però, l'Italia non può portare quasi nessuno dei campioni che hanno segnato un'epoca.

Perché?

Dovremmo approfondire la controversa storia relativa alla nascita del professionismo nel calcio italiano, pratica sottaciuta e quasi sempre accettata implicitamente anche quando non era ancora stata regolamentata. Un'evoluzione che ha causato, a intervalli più o meno regolari, scandali e scissioni. Nel 1936, anno delle Olimpiadi di Berlino, i calciatori italiani erano sulla buona strada per essere riconosciuti come professionisti a tutti gli effetti, ma le Olimpiadi favorirono il ritorno di fiamma della corrente dei dilettantisti, forti delle regole volute dall'ideatore Pierre de Coubertin che vietavano la partecipazione ai pro'.

Diversi paesi avevano escogitato modi più o meno leciti per aggirare le limitazioni del CIO: c'è chi faceva passare gli atleti come dipendenti statali - in realtà stipendiati per allenarsi e competere -, ma l'Italia restò fedele alle linea dettata da De Coubertin e costrinse il CT Vittorio Pozzo a formare un gruppo completamente nuovo per partecipare alla rassegna in terra tedesca. Niente Meazza dunque, niente Silvio Piola, niente Mumo Orsi e Colaussi, nessuno dei campionissimi dell'Italia avrebbe potuto partecipare alla spedizione.

L'allenatore più decorato della storia della nostra nazionale dovette pescare tra gli universitari e gli studenti delle superiori; ragazzi nel giro delle squadre professionistiche e che, pur non ricevendo uno stipendio vero e proprio, venivano retribuiti con un assegno di studio, ma nessuno di essi era mai stato convocato in Nazionale e ben pochi di loro avrebbero fatto strada nel calcio una volta terminata l'avventura olimpica.

Vittorio Pozzo, commissario tecnico dell'Italia nel 1912, '21, '24 e poi dal 1929 al 1948.

Gran parte del gruppo venne selezionato sulla base dei Giuochi Universitari di Bologna; Pozzo stesso si mosse per organizzare altri incontri atti a selezionare 22 calciatori per la spedizione berlinese. Tra i nomi di spicco vi erano i terzini Foni e Rava della Juventus, il centrocampista Locatelli e l'attaccante Bertoni, unici 4 dei convocati che avrebbero poi fatto parte anche della selezione che, due anni dopo, avrebbe vinto i Mondiali in Francia.

Il gruppo riunito da Pozzo in quel di Merano avrebbe quasi potuto partecipare alle Olimpiadi con le regole attuali: i 24 anni scarsi d'età media si avvicinavano molto ai 23 richiesti ora, se consideriamo soltanto l'11 titolare. Il più giovane della spedizione è il diciottenne Sandro Puppo, che molto tempo dopo diverrà il primo (tuttora unico) italiano ad allenare il Barcellona. Dopo due mesi di lavoro "chiuso, duro, tenace, caparbio quasi - e pur pieno di sentimento", come lo stesso Pozzo lo descriverà nelle sue dettagliate cronache, il primo agosto gli azzurri raggiungono Berlino, pronti a debuttare due giorni dopo contro gli Stati Uniti.

Forse demoralizzati dalle bassissime aspettative della stampa italiana, se possibile ancor più tossica di quella odierna, probabilmente emozionati (come testimonia l'espulsione di Rava) nell'essere protagonisti di un evento importante come le Olimpiadi, i ragazzi di Pozzo contro gli USA sembrano avere il freno a mano tirato. Gli Stati Uniti del '36 sono una nazionale modesta, ma l'Italia riesce ad averne la meglio solamente per 1-0 grazie a un gol dell'esterno Frossi (ne parleremo), quasi a voler dare ragione ai propri critici.

Vittorio Pozzo capisce che è il momento di serrare le fila. Richiama la squadra all'ordine, minacciando le immediate dimissioni in caso di mancato cambio di marcia: la strigliata del CT sortisce l'effetto desiderato. A farne le spese è il malcapitato Giappone che, pur presentando nei fatti la nazionale maggiore, viene travolto per 8-0 grazie a un poker di Biagi, una tripletta di Frossi e un gol di Cappelli, che valgono agli azzurri il passaggio in semifinale.

Arrivati al penultimo atto, si fa sul serio: di fronte agli Azzurri si presenta la Norvegia - vittoriosa nei quarti sui padroni di casa della Germania - di Arne Brustad, una delle ali più forti del globo (nel 1938 verrà inserito nella rappresentativa del Resto d'Europa convocata per sfidare l'Inghilterra a Highbury). Aggirate più o meno agevolmente le restrizioni sul professionismo, gli scandinavi sono presenti a Berlino con quella che può essere considerata a tutti gli effetti una nazionale maggiore.

I 90mila dell'Olympiastadion di Berlino e il confronto con una squadra decisamente più matura nel fisico e nell'approccio alla gara non spaventano i ragazzi di Pozzo, divenuti quasi refrattari a pressioni e stimoli esterni dopo il cambio di marcia dei quarti di finale. La partita, pur corretta, è dura ed estremamente dispendiosa (anche se a Berlino, sono pure sempre le 17:30 del 10 agosto); al vantaggio di Negro segue il pari dell'asso Brustad, si va ai supplementari e dopo una manciata di minuti è ancora Annibale Frossi, con un'incursione sulla fascia, a siglare il gol che vale un impronosticabile passaggio in finale con conseguente medaglia assicurata.

A giocarsi l'oro con gli azzurri c'è l'Austria, che sarebbe dovuta uscire nei quarti di finale contro il Perù. La longa manus del regime nazista porta a chiedere la ripetizione della gara per delle sedicenti invasioni da parte dei tifosi peruviani in occasione delle ultime due reti, sostanzialmente invalidando il risultato del campo. Il Perù non ci sta e si ritira dalla competizione; l'Austria passa il turno d'ufficio e, dopo aver battuto la Polonia per 3-1, per la gioia del Führer, approda alla finale delle Olimpiadi.

I 5 giorni che separano la semifinale dalla partita con l'Austria - sulla carta psicologicamente logoranti per un gruppo di ragazzi alla prima, grande esperienza in una competizione internazionale - vengono alleggeriti da un tifoso d'eccezione. Si tratta dell'uomo che sta rovinando le Olimpiadi ad Adolf Hitler, il campione che a suon di medaglie sta triturando le teorie sulla supremazia della razza ariana: il leggendario atleta statunitense Jesse Owens.

L'alloggio di Owens, all'interno del Villaggio Olimpico, è poco distante da quello degli Azzurri. Ogni sera il velocista si intrattiene con Frossi e compagni suonando la chitarra e ballando la danza del ventre. "Gli piaceva la nostra compagnia, perché diceva che gli italiani ridevano sempre, e così rumorosamente", racconterà poi Vittorio Pozzo.

Foto: Cordon Press.

Arriva così, in un clima di serenità e spensieratezza, Ferragosto. Il giorno della finale, il giorno di Italia-Austria.

L'Olympiastadion è ovviamente dalla parte dell'Austria, pur non essendo quest'ultima ancora prossima all'Anschluss; nonostante il clima ostile, è l'Italia a passare per prima al 70' grazie - ovviamente - a Frossi. Annibale è bravo a farsi trovare solo su un cross dalla destra e impattare da dentro l'area piccola. Gli austriaci non demordono: a 10' dalla fine trovano la rete del pari che costringe le due squadre ai tempi supplementari.

Fermiamoci un attimo, per raccontare chi è Annibale Frossi. Un protagonista dimenticato del nostro calcio, indiscusso trascinatore della nazionale di Pozzo verso un'oro conquistato da capocannoniere delle Olimpiadi. Nativo della provincia di Udine, Frossi spicca non solo per le serpentine sulla fascia, ma anche per gli inseparabili occhiali da vista rotondi che assicurava al capo con un elastico, rudimentali precursori degli occhiali à-la Edgar Davids.

Foto: Getty Images.

Nella vita, calcistica e non, Frossi ne aveva combinate davvero tante: la fuga a Padova per giocare coi biancoscudati a insaputa della madre; il passaggio al Bari per evitare la leva; la campagna d'Abissinia solo sfiorata grazie all'intervento del presidente dell'Aquila (nonché gerarca nazista) Adelchi Serena. Frossi si trasferisce all'Inter appena prima di Berlino '36; sta per compiere 25 anni, ma è ancora considerato un emergente, dato che non ha mai giocato in Serie A.

In quelle Olimpiadi, Annibale Frossi dimostra che il talento non ha categoria: una squadra formata da ragazzi che, come lui, avevano poco o per nulla sperimentato la Serie A, poteva sovvertire i pronostici e conquistare un oro in cui credevano solamente loro e il loro condottiero e padre putativo Vittorio Pozzo.

Il gol decisivo, al secondo minuto dei supplementari, lo racconta proprio Frossi, che in seguito al ritiro diventerà prima allenatore e poi stimato opinionista: "centro di Gabriotti, magnifica finta di Bertoni che simulò un’entrata di testa; irrompendo in piena corsa mi trovai il pallone sul sinistro. Sono sempre stato scarso e incerto su quel piede; ma quella volta colpii duro e secco: pallone in rete, e più tardi il nostro tricolore si alzava superbo sul pennone più alto dello stadio, nel silenzio solenne di centomila e più spettatori".

L'Italia del calcio vince la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Berlino 1936, la prima e sin qui unica della sua storia. In copertina, oltre a Frossi, non può che andare Vittorio Pozzo, uno degli uomini più importanti della nostra storia, che a sua volta considera la vittoria alle Olimpiadi come l'impresa a lui più cara, più dei due Mondiali e dei due trionfi Coppa Internazionale Europea. Perché l'Italia, pur priva dei suoi grandi, a Berlino si era dimostrata Grande.

  • Made in Senigallia, insegnante di inglese e di sostegno, scrive e parla di Juventus e di calcio (che spesso son cose diverse) in giro per il web dal 2012. Autore dei libri "Football Globetrotters - calciatori nati con la valigia in mano" e "Espiazione Juve - il quinquennio buio della Signora"

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