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Kanu
, 8 Agosto 2024

Nwankwo Kanu e la Nigeria olimpica del '96


La prima nazionale africana vincitrice non solo di un'Olimpiade, ma di una competizione internazionale.

Le Olimpiadi 1996, quelle del Centenario, secondo romantici e tradizionalisti avrebbero dovuto svolgersi ad Atene, per omaggiare la Grecia che inventò i Giochi antichi e che ospitò, nel 1896, i primi Giochi olimpici dell'era moderna. Tra le polemiche, vengono invece assegnati alla città di Atlanta. Il Mediterraneo da circa 500 anni non è più il centro economico della società occidentale e la capitale dello stato della Georgia, sede di influenti multinazionali, è il quartier generale del simbolo più luminoso del neoliberismo: la Coca Cola, che dal 1928 è il principale finanziatore del Comitato Olimpico Internazionale, è sponsor tra gli altri dei Giochi.

Sono le Olimpiadi in cui il ribelle Muhammad Ali, nero e musulmano, accende la fiamma perpetua dei Giochi. Il lottatore, che si era rifiutato di andare a combattere in Vietnam perché nessun vietcong lo aveva mai chiamato “negro” mentre i suoi connazionali sì, dopo essere stato ostracizzato per decenni dalle élite bianche del suo Paese, viene riabilitato in mondovisione ed eretto a simbolo nazionale. Tremante e logorato dall'Alzheimer, Ali - nella città di Martin Luther King, dei movimenti per i diritti civili degli anni ‘60 e del primo sindaco nero degli stati del Sud - non può più danzare come una farfalla e pungere come un’ape.

Svuotato della sua tensione rivoluzionaria - senza pugni né voce da alzare - Alì è il simbolo perfetto per mostrare un’America pacificata dai conflitti razziali. È lo spirito delle Olimpiadi dell’Antica Grecia: la sospensione temporanea della guerra civile, la Tregua. 8 giorni dopo la cerimonia, l’ultracristiano e suprematista bianco Eric Rudolph fa esplodere una bomba al Centennial Olympic Park di Atlanta, la piazza costruita per omaggiare i Giochi, ferendo 111 persone e uccidendone due: una donna afroamericana e un cameraman turco. Ne lè Olimpiadi né le guerre sono state sospese.

In un contesto sociale dove il razzismo continua a essere un’azione violenta e quotidiana, in cui si respira discriminazione nelle strade e nelle strutture di potere che reggono le Olimpiadi, atleti e atlete afrodiscendenti continuano a essere dominanti nella disciplina cardine: l’atletica. Carl Lewis, a 35 anni, vince ancora una volta la medaglia d’oro nel salto in lungo, Marie-José Pérec e Michael Johnson vincono i 200 e i 400 metri piani, mentre la staffetta maschile canadese e la staffetta femminile statunitense, entrambe vincitrici della 4x100, sono dominate da corridori afrodiscendenti.

Anche le selezioni USA di basket sono prevalentemente nere, c’è solo un bianco (John Stockton) in quella maschile. Tuttavia, per ragioni storiche legate all’oppressione coloniale e al centralismo occidentale delle Olimpiadi, fino a quel momento nessuna nazionale africana aveva mai vinto una competizione olimpica in discipline di squadra. Le Olimpiadi del Centenario sono una buona occasione per ribaltare le gerarchie.

Brasile-Nigeria: 4 minuti per innamorarsi di Nwankwo Kanu

Il giorno prima di compiere vent’anni, Nwankwo Kanu gioca la semifinale delle Olimpiadi di Atlanta da capitano della nazionale nigeriana. Nonostante i 197 cm di altezza, è un giocatore molto tecnico ed elegante. Le sue movenze ricordano quelle di Dennis Bergkamp, con cui condivide l’esplosione nell’Ajax e con cui giocherà nell’Arsenal degli Invincibili.

Kanu è ancora un teenager, ma ha già vinto tanto con l’Ajax: una coppa Intercontinentale, una Supercoppa Europea, tre campionati olandesi, tre Supercoppe d’Olanda e una Champions League, subentrando al 53' a Clarence Seedorf. Per raggiungere un’altra finale, il 31 luglio 1996, l’avversario da battere è il Brasile di Ronaldo, Rivaldo e Roberto Carlos. I pronostici e la storia del calcio dicono che le probabilità che la festa di compleanno di Kanu venga rovinata sono molto alte. 

Foto: Getty Images

Al 90' il Brasile conduce 3-2, il sorprendente percorso della nazionale nigeriana sembra avviarsi verso la naturale conclusione. Quando la tensione degli ultimi istanti di partita è vivida, ecco l’inaspettato: al termine di un’azione confusa, sugli sviluppi di una rimessa laterale del 10 Jay-Jay Okocha - uno a cui il suo allenatore aveva affidato anche le rimesse con le mani per mettere al servizio della squadra una capacità immaginativa sopra la norma -, Ikpeba controlla il pallone, prima con la suola e poi con l’interno del piede, e scivolando lascia partire un tiro debole verso la porta difesa da Dida.

La palla, lenta, passa in mezzo alle gambe di un difensore, ne colpisce un secondo e raggiunge Kanu, che spalle alla porta la alza con la punta del piede e con una torsione di 360° supera il portiere brasiliano in uscita, vanificando l’intervento di un terzo difensore sulla linea della porta. 

Questo gol, che contribuirà a portare per la prima volta nella storia una selezione africana alla finale di una competizione internazionale, nasce dal contrasto tra un’azione frenetica e rocambolesca: tutti i giocatori sembrano muoversi su un campo saponato, eseguono gesti scoordinati, scivolando e mancando la palla. La calma sensibilità del gesto di Kanu, in cui la velocità non sta nel corpo ma nel pensiero, nella capacità di risignificare lo spazio e sentire i corpi che gravitano intorno al suo.

Kanu furbo che si piazza davanti a Dida per limitarne la visuale, Kanu che avrebbe potuto stoppare la palla a terra, spostarsela a sinistra e tentare il tiro, Kanu che avrebbe potuto provare il colpo di tacco e che invece sorprende e sceglie la soluzione più semplice per lui, più difficile per per le nostre sinapsi e per quelle dei difensori brasiliani.

L’arbitro fischia la fine dei tempi regolamentari e si va alla spietata legge del golden gol: chi segna per primo vince e accede alla finale. Per il Brasile il tempo sembra stringersi mentre per la Nigeria espandersi. Kanu sulle spalle ha un numero inusuale per un attaccante, il 4, come i minuti che gli servono per fermare bruscamente la disritmia del tempo che si è impossessata delle due squadre.

Da una palla lanciata alla disperata da Okocha verso l’area brasiliana si genera nuovamente confusione: il pallone carambola sulla schiena di Ikpeba e il rimpallo favorisce Kanu, che inesorabile ristabilisce ancora una volta la calma, dribbling secco verso sinistra a evitare un difensore e staffilata mancina incrociata che si insacca alle spalle di Dida: i sorrisi rumorosi e danzanti della Nigeria, il silenzio immobile del Brasile che crolla a terra. 

Una volta all'anno è lecito uscire da sé, comportarsi come se non fossimo noi stessi, stupire, ribaltare il consueto: è lo spirito del Carnevale. Un attaccante con un numero sulle spalle da mediano incontrista, in 4 minuti, ha ribaltato il Brasile; una nazionale africana si è travestita da vincitrice per un giorno. 

La Nigeria in finale è una sorpresa?

Il "sorprendente percorso della nazionale nigeriana" risulta tale soltanto per chi non ha seguito l'evoluzione del movimento calcistico delle Super Aquile. La Nigeria è la vincitrice del primo Mondiale Under 17 organizzato in Cina nel 1985; perde ai calci di rigore nella finale contro l’URSS, nella seconda edizione, disputata in Canada; nel 1993 si laurea per la seconda volta campione del Mondo Under 17, segno che il movimento giovanile nigeriano a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90 gode di buona salute.

Nel Mondiale giovanile del ‘93, dopo l’impressionante performance del girone - 14 gol fatti e 0 subiti contro Argentina, Canada e Australia -, la Nigeria batte con lo stesso punteggio di 2-1 prima il Giappone di Nakata e poi la Polonia. Nella storica finale tutta africana contro il Ghana, Wilson Oruma segna dopo soli 3' aggiudicandosi la scarpa d’oro del Mondiale con 6 gol e 1 assist - Kanu sarà scarpa d’argento con 5 gol e 2 assist.

Oruma e Kanu vengono selezionati come coppia d’attacco del miglior 11 del torneo, di cui fa parte anche il terzino Celestine Babayaro, che un anno dopo esordisce con l’Anderlecht in Champions League a 16 anni e 87 giorni; per 26 anni manterrà il record di giocatore più giovane a esordire nella più prestigiosa competizione internazionale per club. 

Anche la nazionale maggiore in quel periodo vive anni di entusiasmi, seppur agrodolci. In Coppa d’Africa, dopo le finali perse nel 1984, 1988 e 1990 e il terzo posto del 1992 - risultati che somigliano sinistramente a maledizioni -, finalmente nel 1994 la Nigeria si aggiudica la sua seconda coppa, quattordici anni dopo la vittoria della prima. In campo nella finale contro lo Zambia ci sono Jay-Jay Okocha, Sunday Oliseh, Daniel Amokachi ed Emmanuel Amunike, autore della doppietta che consegna il titolo alla Nigeria. Victor Ikpeba siede in panchina. 

Tra la vittoria della Coppa d’Africa del ‘94 e la finale olimpica del ‘96 il movimento calcistico nigeriano può festeggiare la prima qualificazione a un Mondiale, frutto di un evidente lavoro collettivo - teso a valorizzare i giovani talenti - durato almeno una decade. Il Mondiale è quello di USA ‘94 e la nazionale nigeriana si presenta come un mix di atletismo e tecnica che spaventa gli avversari. L’esordio è un netto 3-0 contro la Bulgaria, il veterano Rachid Yekini firma il primo gol per la Nigeria a un Mondiale, Amokachi e Amunike completano l’opera: non poteva esserci inizio più dolce.

La seconda avversaria è l’Argentina, e la partita è quella in cui Maradona uscirà dal campo mano nella mano con un’infermiera. La Nigeria va in vantaggio, ma poi si fa raggiungere dalla furbizia di Caniggia e del Pibe de Oro. Punizione Argentina, a gioco fermo la palla arriva a Caniggia che la raccoglie con le mani e la lancia svogliato verso Maradona, poi sembra risvegliarsi, inarca le spalle e con la faccia drammatica, spiegando mani e braccia verso il compagno, urla: “Diego! Diego!”. Maradona fa finta di non sentire le grida, guarda altrove e con entrambe le mani aperte fa un gesto che intima alla calma, poi batte rapido la punizione e mette in porta Caniggia.

La Nigeria vince anche l’ultima partita del girone, 2-0 contro la Grecia, gol di Finidi e ancora Amokachi e termina al primo posto del girone con 6 gol fatti e 2 subiti, non male per un’esordiente assoluta a un Mondiale. Agli ottavi incontra l’Italia di Arrigo Sacchi. Va in vantaggio con Amunike dopo 26 minuti e fino all’88' è qualificata ai quarti di finale. L’Italia gioca in 10 per la bizzarra espulsione di Gianfranco Zola - proprio nel giorno del suo compleanno -, ma ha in campo il pallone d’oro Roberto Baggio, che, però, fino a quel momento non ha brillato.

All’88 Baggio pareggia e costringe la Nigeria ai supplementari. Al minuto 102 ancora Baggio, - proprio nel Mondiale di quel rigore - segna un rigore perfetto, con il pallone che sbatte contro il palo e entra in rete e porta in vantaggio l’Italia. In quattro minuti - anche lui - il divin codino ha ribaltato la Nigeria, che è fuori dal Mondiale. La nazionale africana è arrivata a due minuti dai quarti di finale del Mondiale statunitense e si è piegata soltanto a Maradona e Baggio.

Oruma, Kanu e Celestine Babayaro, insieme a Emmanuel Babayaro, Mobi Opartaku e Garba Lawal sono campioni del Mondo Under 17 nel 1993. Okocha, Oliseh, Amokachi, Amunike e Ikpeba sono campioni della Coppa d’Africa nel 1994 e fanno parte della selezione che partecipa al Mondiale dello stesso anno. Alle Olimpiadi di Atlanta del ‘96 questi undici giocatori fanno parte della selezione nigeriana che raggiunge la finale, dopo aver battuto nel girone l’Ungheria con un gol di Kanu, il Giappone con i gol di Okocha e Tijjani Babangida - feticcio generazionale per gli appassionati dei videogiochi antenati di PES - e il Messico ai quarti, ancora con Okocha e Celestine Babayaro.

L’unico incidente di percorso è la sconfitta col Brasile nel girone per 1-0, gol di Ronaldo. Dal 1993 al 1996 la nazionale maggiore nigeriana, l’Under 17 e la selezione olimpica hanno perso solamente contro l'Italia di Baggio, l’Argentina di Maradona e il Brasile del Fenomeno Ronaldo, tre tra i migliori giocatori della storia del calcio: non un brutto biglietto da visita per le Olimpiadi di Atlanta.

Argentina-Nigeria: la finale che fa la Storia

La notte della finale tra Argentina e Nigeria è il mio primo ricordo di calcio. Per lignaggio, a 8 anni tifavo Inter e quell’estate si mormorava che Nwankwo Kanu sarebbe passato alla mia squadra del cuore. Il 4 sulle spalle me lo rendeva speciale, l'appartenere a una nazionale africana anche. Ero particolarmente attratto dai giocatori che evocavano distanze dal mio mondo, per i loro nomi, il loro aspetto, i loro comportamenti: Djorkaeff, Valderrama, Chilavert, Recoba, Larsson. Kanu rientrava in questa categoria, ma era un gradino sopra tutti. 

La finale, per uno scherzo del destino, viene giocata nella città di Atene, in Georgia. La Seleccion è piena di calciatori che giocano o giocheranno nel campionato italiano, il migliore al mondo negli anni ‘90. Ci sono Claudio Lopez e Matias Almeyda, i tre fuori quota Sensini, Simeone e Chamot, i due attaccanti del River Plate Hernan Crespo e Ariel Ortega, e poi Javier Zanetti e Roberto Ayala, già in forza a Inter e Napoli. C'è mezza Lazio del futuro.

La Nigeria è allenata dall’olandese Jo Bonfrere, che ama un calcio d’attacco, mentre l’Argentina è diretta dal reazionario Daniel Passarella. “La tendenza dopo un minuto e trentasette di gioco è che la Nigeria cerca di controllare e gestire il pallone - commenta il telecronista argentino -, mentre la squadra argentina aspetta”, confermando la mentalità dei due allenatori e lo stile di gioco proposto.  

Prima del fischio di inizio Nwankwo Kanu, che deve il suo nome a nwko, il giorno della settimana del calendario Igbo in cui è nato, stringe la mano al trentaseienne Pierluigi Collina, arbitro designato per la finalissima. Dopo 17 secondi, al primo pallone toccato, Jay-Jay Okocha, si esibisce in un dribbling con annesso colpo di tacco per un compagno.

Se per Okocha l'inizio del match somiglia a una partitella spensierata fra amici nelle strade di Enugu - città natale nella Repubblica del Biafra -, per la Nigeria si tratta di un trauma. L’Argentina, proprio come il Brasile in semifinale, va in vantaggio al terzo minuto con un’incornata di Claudio Lopez su cross di Hernan Crespo. Sorprende la violenza con la quale El piojo, - con i piedi ben ancorati al terreno - impatta il pallone e gira il collo come fosse una frusta.

Fa quasi male a vederlo, ma il ventiduenne Claudio Lopez non sembra patirne le conseguenze. La Nigeria si riversa in attacco e, dopo una splendida triangolazione, Okocha ha la palla per il pareggio. La colpisce di collo e di controbalzo, dentro l’area, defilato sulla destra, ma il suo tiro si infrange contro il palo interno.

Al 28', come in semifinale, è il diciassettenne Celestine Babayaro a riacciuffare il pareggio, con un imperioso stacco di testa su cross di Kanu, dopo un calcio d’angolo battuto corto e veloce da Okocha. Forse Jay-Jay si è ricordato di Maradona e Caniggia al Mondiale italiano. Lui e Kanu, come i due argentini, sembrano pensare più veloce degli altri. Palo-gol di Babayaro ed esultanza con ruota, salto mortale all'indietro e balletto ebbro scontrandosi con i compagni e cadendo a terra.  

Foto: Getty Images.

Al 50' Collina assegna un rigore generoso ad Ariel Ortega che cade dopo un leggero contatto con Taribo West. I giocatori nigeriani non protestano, nonostante il fallo sia dubbio, e viene da chiedersi quanto sia cambiata l’anatomia della protesta dal 1996 a oggi. L’unico gesto di disapprovazione di West è muovere il dito a tergicristallo, al massimo una faccia delusa.

Crespo si avvicina al dischetto concentrato, gli occhi incollati alla sfera. Joseph Dosu, 22 anni, alza il braccio destro, forse per provocare l'attaccante e indurlo a tirare da quella parte. Crespo calcia a sinistra, Dosu si tuffa dalla parte giusta, ma la palla entra in rete, 2-1. Crespo diventa capocannoniere del torneo con sei reti e dopo l'estate passa dal River Plate al Parma. Dosu, l’anno successivo, abbandonerà il calcio a causa di un grave incidente automobilistico.

Qualche minuto dopo, Collina nega un rigore nitido alla Nigeria per fallo di mano in area di un difensore albiceleste. Il gioco di specchi tra semifinale e finale continua: a sedici minuti dal termine della partita c'è una rimessa laterale in zona d'attacco se ne occupa Celestine Babayaro. Ricordate la rimessa di Okocha contro il Brasile? Lancio lungo in area di rigore per la sponda di testa di Kanu, confusione in area, Oruma all’altezza del dischetto del rigore tenta un tiro violento ma manca il pallone, la sua gamba si alza e si abbassa come un’altalena lanciata in aria con forza senza il peso di un bambino.

Oruma, pur mancando la palla, la sfiora quel che basta per fargli cambiare traiettoria, Amokachi la stoppa di ginocchio e con un movimento innaturale, più consono a uno schermidore, apre entrambe le braccia e scocca un improbabile pallonetto d’esterno che scavalca il portiere Caballero. Argentina 2 - Nigeria 2. Il gol di Amokachi è scomposto, impulsivo, lontano dalla calma razionale di quello di Kanu contro il Brasile, ma riguardandoli con attenzione i due gesti tecnici hanno qualcosa in comune.

Sono entrambi preceduti da una situazione caotica e da un errore, sono entrambi imprevedibili ed efficaci al tempo stesso. Il primo raggiunge il risultato mettendo in pausa il caos, il secondo abbracciandolo e perpetuandolo. Hanno poi la stessa funzione: pareggiano i conti, evocano i tempi supplementari, fanno tremare le gambe agli avversari. Il gol di Amokachi, come quello di Kanu, insinua nelle menti dei giocatori argentini la possibilità della sconfitta, di fare la fine dei giocatori brasiliani.

Al 90' Amunike, entrato al 72' per Ikpeba, si accende sulla fascia sinistra, salta con un dribbling il capitano dell’Argentina Christian Bassedas e punta Zanetti al limite dell’area di rigore. Con un tocco di sinistro si allunga la palla verso la linea di fondo - troppo - e rendendosi conto di non poterla raggiungerla va a sbattere contro il difensore argentino e accentua la caduta. Zanetti rotola a terra con una capriola all’indietro e inginocchiato apre le braccia sconsolato, guardando Collina fischiare la punizione in favore della Nigeria.

Oruma si incarica del calcio di punizione e mette una palla al centro dell’area, tutta la difesa argentina, come attratta da una forza magnetica, scatta in direzione contraria alla porta. Il telecronista argentino, incredulo, si chiede chi sia il responsabile di questa locura, chi ha preso la decisione di utilizzare la tattica del fuorigioco all’ultimo minuto su calcio piazzato propiziando il suicidio collettivo. Nestor Sensini scatta in ritardo, o forse no, ma l'unica certezza è che la bandierina del guardalinee non si alza e Amunike, tutto solo in area di rigore, sigla il 3-2 con un preciso sinistro al volo.

La regia argentina indugia sul guardalinee Lencie Fred, originario di Vanuatu, isola dell'Oceano Pacifico meridionale, speranzosa che il suo braccio si muova. Ma non succede. Non c’è più tempo per recuperare. La Nigeria vince l'oro olimpico nel calcio per la prima volta nella sua Storia e il suo capitano, Nwankwo Kanu, viene portato in trionfo.

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