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Inseguimento
, 8 Agosto 2024

Dall'inseguimento a squadre, solo soddisfazioni


Un bronzo maschile e una medaglia "di legno" nel femminile pesano tantissimo per l'inseguimento a squadre italiano.

L’inseguimento a squadre è una delle discipline storiche del ciclismo su pista alle Olimpiadi. È presente per gli uomini da Londra 1908, mentre per le donne dal 2012. I campioni uscenti da Tokyo erano l’Italia maschile, col magico quartetto formato da Filippo Ganna, Jonathan Milan, Simone Consonni e Francesco Lamon, e la Germania femminile. Le selezioni italiane si presentavano al via con la consapevolezza di avere davanti avversari di alto livello. Gli ori sono andati all’Australia maschile e agli Stati Uniti nella prova femminile. I ragazzi e le ragazze del quartetto non hanno però deluso: medaglia di bronzo per i primi, un ottimo quarto posto per le seconde.

Nel primo turno di qualificazione l’Italia maschile aveva realizzato il 4° tempo, dietro ad Australia, Gran Bretagna e Danimarca. I danesi sono storicamente i rivali diretti degli italiani negli ultimi anni di inseguimento a squadre maschile, per via di due sfide su tutte: la finale per l’oro di Tokyo, decisa nel mezzo chilometro conclusivo con una rimonta super di Ganna, e quella degli ultimi mondiali, vinta invece dagli scandinavi. I quartetti da temere maggiormente erano però quelli del Commonwealth. Proprio l’Australia ci ha battuto in semifinale, facendo registrare il nuovo record del mondo. L’Italia si è così ritrovata un’altra volta ad affrontare la Danimarca per una medaglia, stavolta “solo” quella di bronzo. Nella prima parte di gara la squadra scandinava è rimasta davanti, ma nell’ultimo chilometro la pressione del quartetto italiano si è fatta sentire. Il ritmo impresso da Milan e Ganna in particolare era insopportabile: il terzetto finale danese si è sfaldato, mentre quello italiano, rimasto compatto e col proprio passo di gara, ha effettuato il sorpasso e portato a casa una pesantissima medaglia di bronzo.

Il quartetto italiano femminile si presentava al via con i gradi di outsider. Come gli uomini, anche l’Italia femminile chiudeva 4° il primo turno di qualificazione, mentre la Nuova Zelanda faceva registrare il miglior intertempo. Completavano il podio gli Stati Uniti di Faulkner - campionessa della prova su strada - e la Gran Bretagna, che come sempre dimostra una grande tradizione su pista. Nella semifinale la Nuova Zelanda non ha avuto problemi a liquidare l’Italia, mentre dopo un finale al cardiopalma gli USA si garantivano l’accesso per competere per la medaglia d’oro. Per l’Italia dell'inseguimento a squadre femminile le speranze di battere la Gran Bretagna erano minime, anche se alle avversarie mancava Kate Archibald, che si è rotta una gamba e non ha potuto partecipare ai Giochi. Dopo una gara di grande equilibrio, la Gran Bretagna è riuscita a salire di ritmo e si è infine portata a casa la medaglia di bronzo, mentre le cugine americane battevano un po’ a sorpresa la Nuova Zelanda e conquistavano il primo oro per Team USA su pista dai tempi di Marty Nothstein (Sydney 2000). 

La squadra femminile potrebbe essere delusa da un piazzamento che non porta premi a livello di medaglie, ma deve essere soddisfatta della prova. Il gruppo formato da Letizia Paternoster (riserva della finale), Vittoria Guazzini, Marta Fidanza, Elisa Balsamo e Chiara Consonni si è confermato uno dei migliori nel panorama dell'inseguimento a squadre femminile. A questo gruppo manca solo un successo come riconoscimento per il lavoro fatto. Sono ragazze cresciute insieme fin dalle giovanili, si conoscono benissimo, ma adesso arriva un momento difficile: cercare di non disunirsi e continuare a lavorare in vista dei prossimi obiettivi.

Per il quartetto maschile è la fine di uno splendido ciclo, iniziato alle Olimpiadi di Rio 2016. Allora il quartetto era composto da Ganna, Consonni, Lamon e Liam Bertazzo, quest’ultimo sostituito negli anni successivi da Jonathan Milan. L’oro di Tokyo rimane la soddisfazione impareggiabile, ma anche questo bronzo ha una certa importanza storica. Tutte le altre nazionali del ciclismo su pista, per l'inseguimento a squadre ma non solo, possono contare su infrastrutture e budget ben più consistenti della squadra italiana, soprattutto se pensiamo alla situazione di qualche anno fa. La nostra era la squadra che faticava ad allenarsi per via dei problemi di Montichiari, che rimane l’unico velodromo al chiuso italiano. L’Australia ne ha 7, la Danimarca (un decimo degli abitanti dell'Italia) 2, il Regno Unito 5. Questa è la terza medaglia olimpica di un movimento - una famiglia, come la chiamano i ragazzi del quartetto - che ha avuto in Elia Viviani (alla caccia della terza medaglia consecutiva nell'Omnium nel pomeriggio odierno, 8 agosto, ndr) il capostipite. Se non fosse per gli sforzi e i sacrifici del veronese e del CT Marco Villa l’Italia non avrebbe ottenuto questi risultati importanti a livello internazionale. Arriveranno presto nuovi talenti anche nell'inseguimento a squadre, uno su tutti Manilo Moro, ma va prima detto un grande grazie a chi ha messo le basi per tutto questo.

  • Nato nel 2003 a Macerata, segue con passione l'NBA, l'NFL e il calcio, ma i suoi primi amori sono il ciclismo, i giornali cartacei e ogni storia che merita di essere raccontata. Nel tempo libero studia Economia e commercio.

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