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Savinho
, 1 Agosto 2024

Le multiproprietà sono un problema


Le modalità del trasferimento di Savinho al Manchester City sono solo la punta dell’iceberg

Il modo in cui Savinho si è accasato al Manchester City potrebbe apparire lineare. Nel 2022 passa dall’Atletico Mineiro al Troyes; il club francese lo presta al PSV e al Girona prima di cederlo a titolo definitivo ai Citizens. Tutto normale, se non fosse che il talentuoso esterno d’attacco brasiliano non ha mai messo piede in Francia. Il Troyes fa parte del CFG (City Football Group), multinazionale di proprietà della famiglia reale degli Emirati Arabi Uniti, che tra le sue squadre annovera anche il Girona e lo stesso Manchester City.

Non si fa peccato a pensare che Savinho sia stato ufficialmente comprato in un primo momento dal Troyes per €12.5 mln dall'Atletico Mineiro solo per evitare che il suo acquisto andasse direttamente a pesare sul bilancio del City - che ha poi immesso nelle casse francesi €40 mln circa - in un momento in cui la parte blu di Manchester deve già affrontare i famosi 115 capi d’imputazione relativi a violazioni di FFP di cui è accusato. Un comportamento poco corretto su cui si potrebbe anche chiudere un occhio, se solo non avvenisse sistematicamente non solo all’interno della galassia del CFG ma in tutto il calcio mondiale, senza che FIFA e UEFA sembrino troppo interessate.

Il primo esempio di multiproprietà nel calcio si verificò a cavallo tra gli anni ‘90 e i ‘00: il gruppo Enic arrivò a controllare Vicenza, AEK Atene, Slavia Praga, Basilea, Rangers e Tottenham. Dovette smantellare tutto tenendosi solo gli Spurs, in seguito a una sentenza della Commissione Europea che vietava a squadre possedute dallo stesso proprietario di partecipare alla medesima competizione europea.

Passano alcuni anni prima che la suddetta sentenza venga aggirata: nel 2017 il RB Lipsia, squadra sotto il controllo della Red Bull, al primo anno in Bundesliga conquista la qualificazione alla Champions League, competizione a cui parteciperà anche il Red Bull Salisburgo. Il deferimento ricevuto da parte della UEFA si conclude però con un nulla di fatto: viene rilevato che la Red Bull non esercita un’influenza decisiva nei confronti degli austriaci.

Il Lipsia ha il via libera per giocare la massima competizione europea, ritrovandosi ad affrontare proprio il Salisburgo nei gironi dell’Europa League 2018/19. Quella della Red Bull potrebbe essere definita una multiproprietà atipica, che punta a sponsorizzare il proprio marchio tramite il calcio invece di concentrarsi sui risultati sportivi in sé per sé.

Per questa e per altre ragioni, il caso del 2018 poteva essere visto come un episodio non limpidissimo, ma destinato a non fare la storia. Niente di più sbagliato: quel precedente ha scoperchiato il vaso di Pandora, diffondendo a macchia d’olio le multiproprietà in tutto il mondo del calcio. La UEFA ha rilevato che in quindici paesi di tutto il mondo sono 225 i club legati ad altri club da una struttura di multiproprietà, di cui 182 europei e 81 nelle prime divisioni dei rispettivi campionati. Un’enormità di squadre, un sistema che sarebbe difficilissimo da smantellare anche se ci fosse la volontà di farlo (e non c’è).

Alcune multiproprietà sono famose, altre meno: CFG (Manchester City, Girona, Troyes, Palermo, Lommel, New York City, Mumbai City, Melbourne City, Yokohama Marinos, Shenzhen Ping City, Montevideo City Torque e Bahia), Red Bull (Lipsia, Salisburgo, New York Red Bulls, Bragantino, Liefering e Red Bull Brasil oltre a una quota di minoranza nel Leeds United), 777 Partners (Genoa, Siviglia, Hertha Berlino, Standard Liegi, Red Star, Vasco da Gama e Melbourne Victory), Ineos (Manchester United, Nizza e Losanna), Eagle Football Holdings (Crystal Palace, Lione, Botafogo e Molenbeek), Abdullah bin Musaid Al Saud (Sheffield United, Chateauroux, Beerschot, Al Hilal United e Kerala United) e Pacific Media Group (Nancy, Thun, Barnsley, Kaiserslautern, Esbjerg, Den Bosch e Ostenda).

L’Italia non fa eccezione: inizialmente ce ne siamo accorti con alcune strane manovre di calciomercato che Giampaolo Pozzo faceva tra le sue Udinese, Watford e Granada, ma il quadro si è ampliato. Negli anni abbiamo assistito innanzitutto alla multiproprietà di Lazio e Salernitana da parte di Claudio Lotito: quest'ultima è stata spesso usata dai biancocelesti alla stregua di una “squadra B”: Tomas Strakosha, Luiz Felipe e Davide Di Gennaro sono solo alcuni dei giocatori passati per Salerno nella speranza che potessero maturare ed essere, un giorno, utili alla "casa madre".

Non si contano, poi, i giocatori comprati da Lotito per la Salernitana ma ufficialmente acquistati dalla Lazio, in schemi simili a quello che ha visto Savinho trasferirsi al Troyes pur non giocandoci mai. Questo spettacolo ridicolo è finito solo quando nel 2021 la Salernitana è stata promossa in Serie A e Lotito, in un delirio di hybris, ha creduto di potersela tenere anche in massima serie, mettendo a rischio la stessa iscrizione dei granata. La soluzione è stata affidare la Salernitana a un trust gestito da Ugo Marchetti e infine venderla a Danilo Iervolino a un prezzo molto inferiore alle aspettative, a poche ore dall’infrazione della scadenza che avrebbe comportato l’esclusione dalla Serie A dei granata. Una storia a lieto fine, ma che ha avuto modo di distinguersi per surrealismo.

Va segnalato anche il periodo dal 2018 al 2023 in cui Maurizio Setti, presidente del Verona, ha usato il Mantova - i cui tifosi sono acerrimi rivali degli scaligeri - come parco giochi personale - alla prima stagione dopo il suo addio, il Mantova è tornato in Serie B a 14 anni di distanza.

L’unica multiproprietà ancora rimasta in Italia è quella di Napoli e Bari. Come noto, Aurelio De Laurentiis nel 2018 prelevò gratuitamente il titolo sportivo dei biancorossi in seguito al fallimento della FC Bari 1908. Inizialmente, complice il fatto che il Bari dovesse ripartire dalla Serie D, non ci sono stati grossi problemi, ma più i Galletti risalivano la china più sono emerse complicanze. Già quando il Bari era in Serie C, a dire il vero, c’è stata qualche manovra strana: nel 2019/20, al primo anno in terza serie, la “formula Savinho” (ci siamo capiti) è stata utilizzata per Filippo Costa, Eugenio D’Ursi e Franco Ferrari, comprati dal Napoli nonostante fossero ovviamente destinati al Bari.

Nel frattempo la società guidata da Luigi De Laurentiis, figlio di Aurelio, ottiene risultati altalenanti fino al 2022, quando domina il girone C di Serie C e riesce a tornare in seconda serie. È proprio in questo momento che esplode la pentola a pressione: nel giugno dello stesso anno, Gabriele Gravina rinvia il limite ultimo per mantenere il possesso di più squadre dal 2024 al 2028, concedendo a De Laurentiis ciò che l’anno prima non aveva concesso a Lotito. Il Bari, al primo anno del ritorno in Serie B, sfiora la promozione persa solo per un gol di Pavoletti, quel gol di Pavoletti.

A posteriori, l’inizio della fine: il Bari cede le colonne della passata stagione Caprile, Folorunsho e Cheddira al Napoli (incredibile?). Il teatrino ha visto come complici anche alcuni esperti di calciomercato che hanno raccontato di una presunta trattativa per quei giocatori, verosimilmente un colpo di telefono tra padre e figlio. I tre giocatori citati non sono stati minimamente rimpiazzati a dovere e il Bari è stato abbandonato a sé stesso, riuscendo a evitare la retrocessione in Serie C solo ai playout contro la Ternana.

Non abbastanza, comunque, per scongiurare una contestazione durissima, sfociata anche in episodi violenti: il DS Ciro Polito è stato aggredito in autogrill da alcuni tifosi al ritorno da un pareggio in trasferta contro il Cittadella, e il presidente Luigi De Laurentiis ha addirittura dovuto chiedere che gli venisse assegnata la scorta.

Le vie del ridicolo però sono infinite: il 28 giugno 2024, il giornalista argentino Cesar Luis Merlo ha riportato che la Eagle Football Holdings era in trattative per acquistare Thiago Almada dall’Atlanta United. Ancora non era noto, però, se sarebbe andato a giocare nel Botafogo, nel Lione o nel Crystal Palace. Un caso simile si è verificato il 3 luglio, quando Alfredo Pedullà ha segnalato che il City Football Group avesse fatto un’offerta alla Lazio per Taty Castellanos: in funzione del Girona o di un’altra squadra della galassia?

Ancora peggio, poi, quando queste multiproprietà si rivelano essere basate su fondamenta tutt’altro che solide: 777 Partners, entrato a capofitto nel mondo del calcio tra il 2021 e il 2022, sta mostrando fortissime crepe. I problemi finanziari del fondo d’investimento con sede a Miami hanno causato, nell'ordine: il blocco del calciomercato e una causa con i precedenti proprietari allo Standard Liegi; il mancato pagamento di una serie di debiti al Vasco da Gama; le dimissioni dell’allenatore per incertezze a causa del caos societario al Red Star. Per ora il Genoa regge, ma nel 2023 ci sono stati due ritardi nei pagamenti IRPEF, costati un punto di penalizzazione ai rossoblù.

La famiglia Friedkin ha deciso di non finalizzare l’acquisto dell’Everton proprio per i dubbi sul debito che le Toffees hanno nei confronti di 777 Partners; lo scorso maggio la società di gestione patrimoniale Leadenhall Capital Partners ha intentato una causa contro 777 Partners per la mancanza di garanzie su alcuni soldi prestati. Sul fondo proprietario del Genoa l’accusa ha detto che “nella migliore delle ipotesi sta facendo un gigantesco gioco delle tre carte, nella peggiore ha messo su un vero e proprio schema Ponzi”.

E, in tutto questo, i tifosi? Se c’è chi ha modo di avvantaggiarsi della multiproprietà - i tifosi del Girona stanno vivendo un sogno a occhi aperti - c’è anche chi finisce per essere l’ultima ruota del carro. È il caso del Troyes, quasi totalmente tralasciato dal CFG se non per manovre come quella per Savinho. La storica squadra francese, che vanta anche una partecipazione in Coppa UEFA, quest’anno è retrocessa in terza divisione: i tifosi hanno provocato la sospensione della gara contro il Valenciennes del maggio scorso in seguito a un lancio di fumogeni in campo in segno di protesta, mentre cantavano sarcasticamente “Merci City”.

Lo scorso maggio, i gruppi organizzati di tutte le squadre appartenenti a 777 Partners - con l’eccezione del Genoa - hanno rilasciato un comunicato congiunto dal titolo “Tifosi uniti contro 777 Partners e contro le multiproprietà”: "Noi sostenitori di Hertha BSC, Melbourne Victory, Red Star FC, Sevilla FC, Standard Liège e Vasco De Gama, uniamo le nostre voci per denunciare il nostro comune proprietario: 777 Partners. Oggi sono pubbliche informazioni sufficienti perché tutti possano capire che 777 Partners è una società fraudolenta, ultra-indebitata e un attore tossico per il calcio. È quindi urgente che 777 Partners lasci immediatamente i nostri club. Oggi più che mai la multiproprietà dei club sembra favorire l’acquisizione del calcio da parte di entità nefaste, come 777 Partners. Questa piaga deve essere combattuta dai tifosi di tutto il mondo. Dalla Germania all'Australia, dal Belgio al Brasile, dalla Spagna alla Francia e ovunque: fuori 777 Partners”.

L'UEFA, nonostante tutto, non sembra avere intenzione di fare niente. Al di là di qualche vincolo facilmente aggirabile, la massima entità calcistica europea ha mostrato un interesse veramente scarso, lasciando che le multiproprietà proliferassero. Tutto questo potrebbe portare a conseguenze imprevedibili: se l’anno scorso girò la voce del forte interessamento da parte del fondo sovrano del Qatar per il Manchester United e siamo andati vicini a una multiproprietà tra il PSG e i Red Devils - due delle squadre più importanti del panorama europeo - è chiaro che la situazione è diventata del tutto incontrollabile.

L’indifferenza e la compiacenza dell'UEFA, che non si fa problemi a falsare sessioni di mercato e a umiliare i tifosi delle squadre meno blasonate pur di non opporsi ai giganti della finanza calcistica, ha generato una situazione probabilmente irreversibile. La cosa che lascia spazio al rammarico è che sarebbe bastato imporre regole chiare quando, qualche anno fa, le multiproprietà si sono affacciate a piccoli passi nel calcio europeo. Non lo si è fatto: il calcio del Vecchio Continente è sicuramente più sporco di quanto non lo era prima che le multiproprietà prendessero, indisturbate, possesso di questo mondo.

  • Nato nel 2005, appassionato di allenatori, nazionali e allenatori delle nazionali. Amante dei non luoghi, della torta Sacher e del mare. Vive nel culto di Guillermo Ochoa.

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