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Alcaraz
, 17 Luglio 2024

Carlos Alcaraz, una specie di Prometeo


A Wimbledon, ancora contro Djokovic, ha vinto il suo quarto Slam. A 21 anni.

Novak Djokovic palleggia sul varco del campo centrale di Wimbledon. È un’immagine divenuta negli anni familiare a chi guarda il tennis in tv o dal vivo: Nole assorto nella nube oscura del suo io, con gli occhi vitrei sulla pallina che rimbalza. Una, due, tre...stavolta sono otto i ticchettii sull’erba diradata del fondo, che con le fasi finali di Wimbledon diventa terriccio smorto, vessato dai passi dei giocatori passati di lì nei turni precedenti.

Ha 37 anni, Novak Djokovic, e il suo avversario in finale ne ha 16 in meno. Lo ha già battuto, sempre a Wimbledon, un anno prima: nella battaglia all’ultimo sangue, per la prima volta si era sentito vulnerabile. Ne era uscito sconfitto al 5° set, una di quelle partite per cui non puoi neanche prendertela con te stesso: un uomo che si rimprovera per la sua caducità, in fondo, è un uomo ridicolo. Si era trovato di fronte uno che, come lui, danzava nello scontro brutale: la finale era diventata l’immagine più pura di un tennis belligerante e armonioso, in cui gli sfidanti erano pace con il mondo perché esprimevano sé stessi in campo.

Dall’altra parte della rete, Carlos Alcaraz attende il suo avversario. Mima un dritto feroce dei suoi, poi raccoglie la racchetta e corregge l’impugnatura, si abbassa sulle ginocchia toniche, da toro, e scruta il lancio di Nole mentre quello si appresta a servire. Il suo gioco abbraccia tutto lo spettro del possibile su un campo da tennis: come vuole rispondere? ha già un’idea sulla traiettoria da imprimere? ammesso che stia davvero pensando all’urto con la pallina, è a causa della sua vena elettrica e spasmodica, un’eccitazione costante nel match, o della megalomania?

Pochi giorni prima, in semifinale, contro Daniil Medvedev aveva messo in copertina un tennis abbacinante. All’urticante servizio del russo trovava risposte – bloccate e non solo – ineludibili, che gli servivano per far partire lo scambio e stridere l’avversario coi passanti; dalla diagonale di rovescio si liberava con grazia, prendendo Medvedev in controtempo con una palla corta o con un back inaspettato.

Stava giocando contro il 5 del mondo, che ai quarti aveva sconfitto a sua volta il numero uno, Jannik Sinner, e Alcaraz giocava sulle punte, senza alcuna apparente fatica. Aveva perso il primo set con un tie-break francamente superficiale, pieno di errori marchiani, finito con un dritto molle in mezzo alla rete. Eppure neanche questo ha scalfito, né messo in dubbio, il suo modo di giocare: solido, coraggioso, artistico.

Nel secondo set ha raggiunto il break al 4° game, con un punto che può essere preso ad esempio, come spartiacque tra l’umanità di Medvedev e la natura trascendente del tennis di Alcaraz. Fino a quel momento, Medvedev aveva giocato l’unica partita auspicabile per pensare di batterlo: conservare il servizio e sperare in un piccolo calo di tensione di Alcaraz, che in effetti ha come connotato l’attenzione lievemente ballerina, come se la psiche necessitasse di un riposo dell’anima tra un’opera e l’altra.

Il servizio del russo atterra sul suo rovescio bloccato, e lo spagnolo non può fare altro che rimandare la pallina di là. Una risposta corta, si ferma a metà campo, che Medvedev attacca con un bel dritto. Nel tennis esistono due tipi di giocatori, la cui tassonomia mi perdonerete: i lavavetri e i pigri. Non si può solo aggredire: a volte bisogna rincorrere, perdere il fiato da una parte all’altra del campo. Non è detto che basti, poiché soprattutto se giochi a tennis con una sensibilità fuori scala per i tuoi avversari è difficile concepire il sacrificio di quelle centinaia di metri.

Carlos Alcaraz appartiene alla categoria dei lavavetri, ovvio, ma più che per il senso del dovere corre negli angoli per il piacere di farlo, con un entusiasmo sciocco à la Forrest Gump. Arriva sul dritto di Medvedev e incrocia il rovescio: Daniil, che ha letto le sue intenzioni, scende a rete e gioca una volée un filo lunga. Allo stesso tempo, cambia ancora lato e Alcaraz è costretto a colpire con la pallina a tre dita da terra, all’altezza del corridoio, mentre si piega in allungo.

Nonostante l’ovazione del pubblico non è impossibile distinguere il proverbiale «vamooosssss». Alcaraz ha vinto il punto con un passante diagonale che ha fatto alzare in piedi il pubblico laccato del Centre Court e il paradosso è che le corse che ha impiegato per farlo – oltre alla chiusura innaturale del polso che ha animato il passante mortifero per Medvdev – sembrano non averlo intaccato. Ha i capelli arruffati come sempre, il viso contorto dall’adrenalina, eppure mai sazio di tensione. Gioca a tennis, nella semifinale del torneo più aristocratico, con gioia puerile. Alcaraz ha 21 anni e ogni briciola del suo corpo scoppia di salute.

Sembra pensare a tutte queste cose, Nole, e intanto palleggia. Il tempo si è fermato intorno a lui: in che anno siamo? Djokovic che serve per l’apertura della finale di Wimbledon, una eterna ghirlanda brillante che risplende dal 2011. Pochi dettagli ritraggono il mutamento delle cose, e hanno a che fare per lo più con sé stesso. Pochi capelli bianchi, contenuti nel taglio essenziale, la faccia un po’ scavata e soprattutto un vistoso tutore al ginocchio, figlio dell’operazione che ha subito al menisco solo poche settimane prima. «Tornerò il più presto possibile» aveva detto, brandendo come obiettivo annunciato le Olimpiadi di Parigi.

Il servizio inaugurale cade sul rovescio monco di Alcaraz, che attacca come può una traiettoria infida, “al corpo”. Spinge nel modo in cui ci ha abituati: come se non sapesse fare altrimenti che stupire, il pubblico e l’avversario. La risposta è profonda, tanto che Djokovic arretra frettolosamente e tira un dritto velleitario. A quel punto è facile per Alcaraz entrare con i piedi i campo e condurre il ritmo a piacimento. Accelera prima con il rovescio incrociato e poi con il dritto inside-in. Djokovic ci arriva in apnea, leggermente scoordinato. Largo. 0-15 Alcaraz.

Era solo il primo punto del primo game e presupponeva un’altra partita da vivere sul divano con trepidazione, con il ventilatore sparato addosso e un gelato per compagnia. Un pomeriggio vintage, in cui ci saremmo ritrovati pubblico delle arene romane davanti ai gladiatori. È stato invece il dominio di un esperimento tennistico mai conosciuto prima: da che pianeta viene, questo ridicolo ragazzino con l’acne, che fa a pezzi la legacy del tennista più vincente di sempre?

Per tutta la – breve – durata dell’incontro Alcaraz ha dimostrato una reattività esplosiva, un gioco subatomico inattaccabile da Djokovic, che ha finito per fare la figura del vecchietto alle porte del ritiro. Ancora nel primo game, sul 40 pari, Djokovic si muove sotto rete come un pachiderma, con una tattica fallace e punibile. Con pazienza ha trasformato la partita in una esibizione.

È stata dura vedere Djokovic soccombere al suo destino, racimolare i pezzetti del suo tennis in silenzio, non aizzando il pubblico o reagendo nei punti più importanti. Carlos Alcaraz gli ha rubato tutte le energie, quelle oscure che piegavano le leggi fisiche al suo volere, e gliele ha restituite contro. Un Prometeo spagnolo, insomma, un regicida in piena regola. Avevamo già visto Djokovic malconcio vincere finali dello Slam, mai lo avevamo visto arreso, sereno nell’accettazione della sconfitta.

Nelle dichiarazioni finali ci ha lasciati persino perplessi. «Ho provato ad allungare un po' la partita» ha detto Nole «ma quella di Carlos oggi è una vittoria ampiamente meritata. Congratulazioni a lui e al suo team».

Pensare che c’erano stati dei frangenti, nell’arco di Wimbledon, in cui Alcaraz era stato vicino a uscire. Contro Tiafoe – battuto in cinque set al terzo turno – si era trovato sotto 0-30 sul 5-4 al quarto set: con due punti sciatti sarebbe stato eliminato. Contro Humbert ha vinto in quattro, rischiando di protrarre i conti di qualche ora ulteriore. E allo stesso modo, contro Paul e Medvedev aveva perso il primo set.

Alcaraz non ha intorno l’aura dell’imbattibilità degli ultimi anni di Djokovic, quello dell’interregno tra i Big Three e la nuova generazione. Il suo tennis rischioso, spavaldo, può estrometterlo dalla partita e costargli caro. Solo nel 2024 ha tenuto un rendimento schizofrenico, alternandosi tra Slam e Masters 1000: ha vinto il Roland Garros poche settimane dopo essere stato battuto da Rublev a Madrid e da Dimitrov a Miami. Ha vinto Wimbledon e prima era stato sconfitto da Draper al Queen’s.

Parliamo però di un giocatore di 21 anni con 4 Slam in bacheca su tre superfici diverse. Il coefficiente di pericolo dei suoi colpi sembra centellinato sui guadagni che porta: Alcaraz può perdere un set, due, e contemporaneamente dare l’impressione di essere il solo dei due sfidanti ad avere in pugno il cuore della partita.

Nel terzo game del secondo set, ha chiuso il punto fingendo un dritto inside-in, così da attrarre Djokovic sul lato destro, per chiudere in seguito un tracciante dolce e preciso, a pochi centimetri dalla riga di fondo. Djokovic è rimasto lì al centro, spiazzato, goffo, come un vecchietto che attraversa la strada e si vede in faccia un camion. Non sapeva cosa fare.

Anche in quel punto era andato vicino a spingere Alcaraz dietro, con un paio di recuperi sugli attacchi dello spagnolo. Niente da fare. Sollecitava i riflessi di Alcaraz a rete, e quello brucava l’erba con i piedi, quasi a ridefinire gli spazi del campo. Il rettangolo verde di Wimbledon era un parco giochi sterminato per Alcaraz, e una prigione mortale per Djokovic.

Quando parla di sé Alcaraz offre l’immagine di un ragazzino docile e spensierato, trasuda ingenuità. Come Goku all’inizio della prima saga di Dragon Ball, ha una visione infantile ma supereroistica della vita. Il giorno dopo la vittoria a Wimbledon ha detto ad ABC: «Una volta che metto piede in casa sono sotto le regole dei miei genitori. Non importa se ho vinto due Slam o se ne ho vinti quindici. Penso che sia anche questa la cosa bella. Una volta entrato in casa mi dimentico della parte tennistica e sono la stessa persona di sempre».

Alcaraz che è lo stesso ragazzino di sempre, e di là della rete Djokovic che da un anno all’altro subisce un invecchiamento atroce delle prestazioni, della competitività, dell’istinto psichico con cui dominava le partite.

Sembra uno scherzo del destino, non lo è. Ogni demi-volée di Alcaraz, ogni suo dritto incrociato erano pugnalate nel costato di Djokovic. L’immagine del suo logorio. 365 giorni sono bastati ad Alcaraz per diventare non solo un prodigioso giovane di belle speranze, ma un atroce regicida. Nel 2023 Djokovic aveva perso per una questione di centimetri, e per una palla break non sfruttata nel quinto. Già allora aveva definito Alcaraz «un giocatore migliore» e mai come quest’anno lo spagnolo ha offerto un megafono a quelle parole, rendendole note a tutti.

In finale ha tenuto una percentuale di punti vinti con la prima ridicola84% – e ha stritolato le risposte di Djokovic con uno spettro di soluzioni mai visto. Ha salvato 2 delle sole 3 (!) palle break concesse, abbassando la guardia solo al momento dei primi 3 match point. Lì Djokovic ha avuto un sussulto orgoglioso.

Sul 3-3 nel tie-break c’è il punto che ha spezzato le ginocchia del serbo una volta per tutte. Uno scambio ad alta intensità che dura poco: Djokovic è reattivo e scivola sull’erba come su una lastra di ghiaccio, e para il vincente di Alcaraz. Ha trovato uno dei suoi angoli acutissimi, una pallina che schizza tra i piedi di Carlitos. Sarebbe punto contro chiunque altro.

Anche qui la mano fa la differenza: e mentre la pallina si stacca da terra, Alcaraz la pettina dolcemente, già pronto con la racchetta a mo’ di guanto protettivo. Quella ricade nel campo di Djokovic e viene assorbita come se avesse trovato lo scavo di una talpa. Nole piega la schiena per arrivarci ma la manda in rete con un movimento secco. La sua schiena intorpidita dalle continue variazioni implora pietà, così il ginocchio operato da poco, e gli ulteriori malanni di cui non siamo a conoscenza.

Negli ultimi anni era facile vedere Djokovic sottotono – anche prima di domenica, aveva pur sempre 37 anni – ma ogni volta si era fatta larga in noi la convinzione che in una maniera o nell’altra, anche in una giornata storta, teneva tutto sotto controllo.

La violenza che Djokovic imprimeva sugli avversari era fatta di reticoli psichici, un potere puramente mentale. Djokovic si era abituato a vincere con atarassia: come naturale decorso degli eventi, una logica conseguenza della sua estraneità al tempo.

Il corpo tirato a lucido nonostante la vecchiaia si intersecava con una lucidità tattica eccezionale. Djokovic vinceva perché nessuno, in un campo da tennis, era geniale e decisivo quanto lui. Nel 2023, agli US Open, aveva vinto in finale con Medvedev sciorinando come mai prima di allora il serve and volley, per godere dello spazio lasciato dal russo, troppo lontano dal campo in risposta.

Contro Carlos Alcaraz, in due finali consecutive, Djokovic non ha trovato una singola feritoia in cui infilarsi per svitarne gli ingranaggi. Alcaraz lo ha picchiato con il dritto martellante, lo ha umiliato con le palle corte, gli ha ricordato la sua finitudine con le risposte in chop per avviare il punto. Ha fatto sempre la cosa migliore possibile per sé: ha improvvisato, senza obbedire a un ordine razionale e preconcetto.

Nel terzo set, quello più “in bilico”, ha giocato 23 vincenti contro i soli 11 di Djokovic. Ha vinto 7 punti su 10 sulla seconda dell’avversario. In tutti e tre i set ha corso più dell’avversario: la benzina nel suo serbatoio sembrava non mancare mai.

Djokovic ha l’alibi dell’infortunio al menisco patito a maggio, e da cui ha recuperato con una fretta vertiginosa. Ha giocato un grande torneo, pur vincendo contro avversari battibili dagli ottavi in avanti come Rune e Musetti. Il ritiro di De Minaur gli ha risparmiato una partita, ma non è servito a granché.  

«Sono un principiante» ha detto ancora con ingenuità Alcaraz, che alle Olimpiadi giocherà con Nadal per portare in alto anche la Spagna. Interrogato sul futuro di una carriera che promette già di essere unica ha detto: «Il mio sogno e il mio obiettivo è sedermi al tavolo dei più grandi».

Se si siederà a quel tavolo è ancora da scoprire, ma è certa una cosa: ai più grandi, e in particolare al più vincente di tutti, Carlos Alcaraz ha rubato il fuoco del tennis e vuole tenerselo tutto per sé.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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