
Ángel Di María ha ingannato il tempo
La finale di Copa America è stata la giusta conclusione del film scritto da Ángel Di María e l'Albiceleste
Aprendo YouTube e mettendomi a spulciare le varie compilation di giocate, dribbling, tunnel e rabone di Ángel Di María, il mio sguardo è stato catturato da una finestrella anomala e – financo – fuori luogo. Non mi ha stupito tanto il video che avrei (ri)visto aprendo quell'iconcina, ma il fatto che un documento così antico potesse essere stipato in un contesto così nuovo e moderno. Sebbene si trattasse di epoche e arti diverse, i video in questione erano collegati in maniera indissolubile.
Aprendo il quadratino in bianco e nero ci si imbatte in due uomini appoggiati al ponte di una nave; entrambi indossano un doppiopetto e un borsalino, guardano i passeggeri del transatlantico salire a bordo. Il video, tratto dal film argentino del 1935 Tango Bar, prosegue con uno dei due che inizia a cantare una delle canzoni più famose del suo repertorio. È la nascita di uno dei primi videoclip della musica latino-americana: Por una cabeza.
Gardel mette in musica un uomo che non riesce a raggiungere i suoi obiettivi pur investendo tutte le forze, facendo ricorso a tutte le energie a disposizione. Dopo aver ascoltato la canzone tutto si è schiarito nella mia mente. Ho capito perché fra i video di Messi e Di María che si passavano la palla in nazionale è sbucato quello di un classico intramontabile del tango. Per lungo tempo Di María e Messi sono stati l’uomo che ha fotografo Carlos Gardel nel suo tango: sconfitti, abbattuti, vessati.
Sono compagni nella selezione olimpica che vince – e convince – a Pechino 2008. Agli ordini di Sergio Batista, la Seleccion cannibalizza il torneo potendo contare fra gli altri su Lavezzi, Banega, Agüero e Gago, l’ossatura albiceleste per il successivo decennio. L’Argentina arriva in finale subendo appena 2 gol, con la pressione da favorita sulle spalle. La Nigeria, pur avendo eliminato Costa d’Avorio e Belgio, non è all’altezza della ben più attrezzata Argentina, ma la partita è bloccata sullo 0-0 fino al 57'.
Un ragazzino - all’epoca ha 21 anni - riceve nella sua metà campo e dopo una piroetta fa partire un passaggio teso e rasoterra per innescare il suo compagno di attacco, che di anni ne ha 20. Il secondo, trovatosi davanti al portiere, la tocca dolcemente sotto. La palla muore lentamente, verso la porta avversaria. I due sono Lionel Messi e di Ángel Di María. La loro storia in nazionale inizia così, coronandosi campioni olimpici.
La storia però prende una strana piega. Per i Mondiali in Sudafrica, la AFA decide di consegnare la panchina a Diego Armando Maradona, l’ultimo a sollevare la coppa, 24 anni prima. La federazione pensa che D10s possa essere un ottimo collante per far rendere al meglio tutti i fuoriclasse della nuova generazione albiceleste.
Diego è un allenatore medio ma Maradona è sempre il personaggio che è stato: ingombrante, linguacciuto, diretto, con un gusto per la polemica tagliente e affilata. Deve gestire una rosa che – col senno di poi – non era pronta a ottenere quello che gli veniva chiesto. Dopo un girone tranquillo con Corea del Sud, Grecia e Nigeria e il 3-1 agli ottavi contro il Messico, il castello di carte albiceleste crolla sotto i soffi della Germania, che mette l’Argentina davanti a tutte le sue lacune tecniche e caratteriali.
I due più esposti a questa pioggia di critiche, sono proprio Messi e Di María che non segnano nemmeno un gol in tutto il torneo e iniziano a sentire i primi sibili dalla stampa e dai tifosi.
Avete presente quando dovete fare qualcosa ma siete continuamente distratti da un fattore esterno? Come se delle picconate disturbassero la vostra concentrazione? La carriera di Messi e Di María in nazionale per circa 20 anni è accompagnata da un rumore di fondo con picchi fastidiosissimi. Per quasi 20 anni entrambi hanno dovuto convivere col peso di un passato troppo ingombrante e di un futuro che, piano piano, si accorciava senza arricchirsi di trofei.
Si dice che c’è un solo avversario contro cui tutti gli sportivi perderanno: il tempo, che scorre inesorabile. L'affermazione è vera per tutti, ma pare che Di María se ne dimentichi in una sera di luglio 2021. Taglia verso il centro del campo per raccogliere il lancio di De Paul, in un Maracana semideserto per via delle restrizioni dovute al Covid. Pare che sia convinto di poterlo battere, il tempo, quando, come aveva fatto 13 anni prima, tocca piano il pallone che scavalca Ederson e si accomoda sul fondo della rete.
In un baleno viene cancellato tutto. Le Copa America perse, i Mondiali che sfuggivano all’ultimo. Sotto il cielo brasiliano ci sono solo Angel e Leo, che alla medaglia di Pechino fanno ora seguire la Copa di Rio de Janeiro.
La stessa scena si ripete, tre anni dopo e con un Mondiale e una Finalissima in più in bacheca. Questa volta è bagnata da lacrime che sanno di addio e gratitudine: sul prato dell'Hard Rock Café Stadium di Miami, Messi e Di María condividono per l’ultima volta il campo con indosso la maglia della Seleccion. Sembra tutto apparecchiato per il trionfo degli eroi ma, - come sempre quando si parla di questi due - la storia decide di prendere un twist inaspettato, dribblando lo script che sembrava pronto a inscenarsi.
Messi, che gioca una partita dove porta a passeggio la difesa e il centrocampo colombiani, è costretto a uscire per infortunio al 66'. Prima di sedersi in panchina e scoppiare a piangere, consegna la fascia a Di María. Sembra quasi che il Diez dica al Fideo “Vai, è tutta tua, goditela". Nei 40 minuti in cui la indossa sembra, ancora una volta, riavvolgere il tempo: Di María si rende protagonista della manovra albiceleste chiedendo sempre la palla e creando superiorità ogni volta che parte in conduzione.
Angel attira su di sé le luci dei riflettori che per 20 anni avevano illuminato Leo. Non lo fa con un senso di rivincita, tipico di chi si è sentito messo da parte, ma con la serenità di chi ha saputo essere il braccio destro dell’eroe e interpretare questo ruolo come meglio non si poteva. Al 117', quell’avversario imbattibile e ineludibile che è il tempo bussa anche alla porta del Fideo. Di María gira lo sguardo verso la linea laterale, vede il numero 11. Il suo, in rosso, sulla lavagna luminosa.
Esce dal campo, sfilandosi la fascia di capitano, come ha giocato e vissuto: sempre a testa alta, non negando mai un’emozione a sé stesso e a chi lo guardava danzare con il pallone fra i piedi sperando che il campo fosse sempre un metro più lungo così che il Fideo non dovesse fermarsi mai e potesse – ancora una volta – ingannare il tempo.
Se avessi potuto abbinare una colonna sonora all’addio di Di María alla Seleccion avrei scelto Adios Muchachos, ovviamente di Carlos Gardel. El zorzal criollo da l’addio ai suoi amici, ormai rassegnato a un finale prossimo e inevitabile. A Di María, che ha vissuto questi 20 anni di nazionale come un lungo e intenso assolo di bandoneon, non rimangono rimpianti. Rimane un senso di completezza e gratitudine, che trascende tifo e appartenenza. Come si fa con un grande tanguero che ha appena terminato di esibirsi, a noi non resta che applaudire e dirgli grazie. Grazie Fideo, sei stato musica.
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