
Biniam Girmay è necessario
Non sono solo i successi di Biniam Girmay al Tour 2024 a dimostrare che non c'è chi ama il ciclismo come l’Eritrea
Asmara è una città che ha la sua buona dose di edifici peculiari. Il brutale colonialismo italiano ha riscritto i contorni di questa città sotto i colpi dell’architettura razionalista tanto cara al regime fascista.
L’UNESCO, organizzazione molto criticata dagli esperti nel campo degli heritage studies per le pratiche di stampo neocolonialista, ha comunque gestito in maniera esemplare l’iscrizione della capitale eritrea nel registro dei patrimoni dell’umanità, riconoscendone la natura contestata e premiando il modo in cui la popolazione locale ha risemantizzato la pianificazione coloniale segregazionista in un luogo “associato con la lotta del popolo eritreo per l’auto-determinazione”.
Nessun rimasuglio coloniale - non il cinema Impero o la stazione di servizio Fiat Tagliero - riescono a pareggiare l’edificio di piazza Meskerem – in riferimento alla rivoluzione che ha portato all’indipendenza del paese, celebrata ogni anno il 1° settembre, noto come Bahti Meskerem – nella zona est della città. Perché se è vero che il mondo è pieno di tribune, e che esistono stadi senza tribune, non credo esistano altre tribune senza stadio, poggiate così, a bordo strada, come se fosse la cosa più normale del mondo.

Eppure, come il sorriso senza gatto che tanto coglieva di sorpresa in Alice nel paese delle meraviglie, esiste una tribuna senza stadio o, meglio, una tribuna il cui stadio è la strada, e che diventa tale solo quando le strade intorno vengono chiuse al traffico. Lo spalto - a maggior ragione considerato che si trova in piazza della Rivoluzione - ha molti scopi, alcuni sicuramente utili alla propaganda del regime eremita di Isaias Afewerki – Google Maps la definisce una “sala da concerti” – ma uno svetta su tutti: è luogo d’arrivo per molte corse di ciclismo, incluso il campionato nazionale su strada, sempre capace di attirare folle straordinarie sugli spalti.
Anche l’ultimo campionato nazionale, vinto da Natnael Tesfatsion della Lidl-Trek, è terminato in piazza Meskerem.
L’Eritrea ama il ciclismo, e se questa frase non fosse vera lo sarebbe in quanto eufemismo. La ragione per cui è così amato - o la conseguenza del fascino che il viaggiare in bicicletta ha avuto sugli abitanti eritrei - è la stessa che ha portato l’architettura razionalista di Asmara a finire nella lista dei patrimoni UNESCO: non è tanto la bellezza neutrale dell’oggetto, trasportato come un corpo estraneo nel paese dai colonizzatori, quanto la risemantizzazione che ne è stata fatta da parte della popolazione locale.
Il ciclismo, come disciplina sportiva, è stato portato dall'Italia: all’epoca era sport nazionale, strumento di assimilazione delle culture considerate selvagge a quella dell’invasore – ancora oggi la parola in tigrino per “bicicletta”, ብሽክለታ, si pronuncia “bshkleta”.
Come è successo in molte altre terre colonizzate, la popolarità acquisita dallo sport degli invasori nelle terre colonizzate non ha avvicinato le culture. Semmai le ha allontanate, con lo sport capace di acquisire un significato completamente diverso e risultare uno strumento di liberazione per gli oppressi.
Il caso più celebre, raccontato anche in alcuni blockbuster dell’industria cinematografica di Bollywood, come nel film Lagaar, del 2001, è quello del cricket in India. Come sostiene lo scrittore maliano Mathia Diawara, le tante regole del cricket e il suo lento svolgimento servivano a performare la presunta superiorità intellettuale e comportamentale dei britannici.
Ricorda però lo storico trinidadiano C.L.R. James, “Una volta ricevuta l’opportunità di giocare al gioco dei padroni, ed eccellervi, i popoli colonizzati hanno acquisito una fiducia in sé stessi che li avrebbe eventualmente liberati”.
Nel 1946, alcuni ciclisti eritrei protestarono con l’esercito britannico, arrivato dopo la fine della Seconda guerra mondiale, affinché costringesse la Federazione Ciclistica Italiana a sollevare il divieto di partecipazione di ciclisti autoctoni al Giro dell’Eritrea. Ma i ciclisti italiani, usciti sconfitti nelle prime sfide con i rivali eritrei, più allenati alle montagne africane, forzarono l’organizzazione a squalificare i ciclisti locali.
Dopo un’altra protesta della scena ciclistica locale, il generale britannico Kennedy Cook stabilì che fosse illegale organizzare qualsiasi gara su due ruote in Eritrea senza permettere di partecipare ai ciclisti eritrei. Alla prima gara dopo la decisione, il pubblico eritreo si presentò in massa sulle strade di Asmara per supportare i loro 11 beniamini.
Come se quel pubblico non se ne fosse mai andato, come se quelle persone, non invecchiate, siano ancora a bordo strada nelle corse locali, il ciclismo in Eritrea ha continuato ad essere tramandato con una passione e un amore impareggiabile anche per le potenze storiche di questo sport. Nel 2015, quando Daniel Teklehaimanot e Merhawi Kudus sono ritornati ad Asmara dopo aver partecipato, primi eritrei nella storia, al Tour de France, una folla oceanica di persone li ha festeggiati.
Commentando l’occasione, il corrispondente per l’Africa del Guardian David Smith ha usato una citazione raccolta in un’intervista per intitolare il suo articolo “La nuova generazione sarà ancora migliore”.
Quando Biniam Girmay ha vinto la sua seconda tappa al Tour de France, i caroselli per Asmara sono somigliati a quelli dopo che una nazionale di calcio vince un trofeo
Biniam Girmay ha scritto, e probabilmente continuerà a scrivere, tutte le prime volte del ciclismo eritreo. Primo eritreo medagliato ai Mondiali – secondo nella categoria U23 nel 2021 – a vincere una Classica – Gent-Wevelgem 2022 – una tappa in un Grande Giro – la Pescara-Jesi del Giro d’Italia nello stesso anno – e una tappa al Tour de France – la Piacenza-Torino – Girmay è senza dubbio il più grande talento mai uscito dal ciclismo non solo eritreo, ma dell’intero continente africano: Bini è il primo ciclista nero ad entrare nell’élite assoluta dello sport.
Curiosamente, ci è riuscito mostrando caratteristiche da velocista resistente e non da scalatore, come vorrebbe la geografia del suo paese e la tradizione dei ciclisti eritrei – vedasi Natnael Tesfatsion, Henok Mulubrhan e il veterano Amanuel Ghebreighzabier.
Come molti altri atleti capaci di fare la storia, Biniam Girmay è perfettamente consapevole del suo ruolo, tanto da ripetere sui social con un laconico quanto esplicativo “Let me open the door”. Più che una porta, quella che l’eritreo sta cercando di spezzare è la serratura blindata di una cassaforte. Il ciclismo è uno sport razzista.
Non c’è altro modo di definire uno sport che su 543 atleti facenti parte del World Tour ne conta solo 6 neri – e i numeri di altre minoranze potrebbero essere ancora più risibili. Uno sport che per decenni ha eradicato, cancellato e dimenticato le storie di campioni come Major Taylor, il secondo campione del mondo nero nella storia dello sport mondiale, di cui solo recentemente, soprattutto in seguito alle proteste del movimento Black Lives Matter, si è tornato a riconoscere la grandezza assoluta.
Uno sport che ha parlato del ruandese Joseph Areruya come la prima persona nera a partire nella Parigi-Roubaix nonostante nel 1896 vi avesse partecipato, finendo diciassettesimo, il mauritiano Hippolyte Figaro. Uno sport che, nonostante si fondi su nazioni fortemente multiculturali come Francia, Spagna, Italia, Belgio e Paesi Bassi, ha visto un ciclista nero partecipare al Tour de France per la prima volta solo nel 2011.
Ad aprire la strada è stato il guadalupense Yohann Gené, poi si sono aggiunti alla lista solo il parigino Kevin Reza e i già citati eritrei Teklehaimanot, Kudus e Girmay. Proprio Biniam - attuale titolare della maglia verde di detentore della vetta della classifica a punti del Tour de France - ha raccontato come per anni, nonostante la sua passione per il ciclismo, non avesse mai avuto la partecipazione al Tour come obiettivo realistico. Solamente vedere Daniel Teklehaimanot indossare la maglia a pois gli ha fatto pensare che fosse possibile anche per una persona nera come lui partecipare alla Grande Boucle.
Ed è per questo che Biniam Girmay è il ciclista più importante della sua epoca: non è oggettivamente il migliore, il più forte, ma è grazie al suo continuare a scrivere la storia se un giorno le istituzioni ciclistiche, pur non avendo fatto nulla per migliorare, potranno dire di aver lasciato un ciclismo molto più complesso e diverso di quello che hanno trovato. Perché?
In primo luogo, per la ragione menzionata da Daniel Teklehaimanot al Guardian: posti come l’Eritrea sono pieni di talento ciclistico, ma per rivelarsi questo talento ha bisogno che gli venga data un’opportunità. In questo senso l’impatto di Girmay si vede nelle decisioni della Intermarché Wanty-Gobert, che dallo scorso anno ha assunto nella sua squadra di sviluppo il ventenne eritreo Aklilu Arefayne, non uno scalatore puro ma un prospetto d’interesse per le classiche vallonate.
In secondo luogo, perché quella sensazione provata dallo stesso Girmay alla vista di Teklehaimanot al Tour de France è empiricamente dimostrabile come uno dei motori che muovono l’arricchimento culturale nello sport ma non solo: la rappresentazione è importante, e le storie a riguardo sono infinite, non ultima quella di Coco Gauff, che a Forbes ha rivelato come non avrebbe mai scelto il tennis se non avesse visto le sorelle Williams.
Il giorno che ha fatto la storia del ciclismo
Questo è vero per gli atleti eritrei, magari per ragazzi da altre parti dell’Africa, ma non deve necessariamente essere ristretto solo a loro. Molte potenze del ciclismo mondiale coincidono con nazioni con grandissima diversità culturale al proprio interno, raramente affacciatasi al ciclismo: uno sport che, pur essendo nato come la disciplina popolare per eccellenza è diventato nel corso del tempo sempre più uno sport per ricchi, sempre più lontano dai contesti urbani.
Possiamo immaginare quale sarebbe l’impatto dei successi di Girmay, per esempio, su un giovane belga di origini congolesi vicino all’iniziativa di Remco Evenepoel, che recentemente ha fondato una Academy ciclistica per i ragazzi di Bruxelles provenienti dai contesti economici più difficili e svantaggiati, per cui altrimenti la pratica di questo sport risulterebbe inaccessibile?
Anche se non diventasse mai un ciclista professionista – non è mai corretto porre tali pressioni sulle spalle di un qualsiasi ragazzo o ragazza che pratichi sport – si verrebbe probabilmente a creare un appassionato dello sport per la vita, mettendo in moto un circolo virtuoso per cui non solo la pratica, ma anche il godimento delle bellezze del ciclismo non sarebbe ristretto solo alle persone i cui bisnonni già seguivano lo sport.
Parlare di Biniam Girmay, ma ancora di più di ciclismo in Eritrea, non può prescindere dalla particolare situazione politica del paese. Dalla sua indipendenza dall’Etiopia (1992), il paese è governato da Isaias Afewerki e dal suo Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia: il parlamento e l’Assemblea Nazionale non sono mai stati eletto direttamente dai cittadini, venendo considerato dall’ONU inesistente - non viene convocata una seduta dal 2002 (!).
L’Eritrea è un paese fortemente isolazionista, dove tutti i media sono controllati dallo Stato e dove l’accesso a internet, pur non del tutto inaccessibile, è garantito solo all'1% della popolazione.
L’Eritrea viene considerata “la nazione che si sta svuotando più velocemente”. Viene spesso paragonata alla Corea del Nord per la fortissima militarizzazione del paese, che arruola tutti i cittadini dall’ultimo anno di liceo per un tempo indefinito, spingendo molti a disertare e a cercare la via della migrazione.
Dal punto di vista sportivo, lo svuotamento è esemplificato dai tanti tentativi di defezione che hanno visto protagonisti atleti eritrei durante competizioni internazionali, nel calcio come nell’atletica: proprio per paura di defezioni la nazionale eritrea si è ritirata dalle qualificazioni al prossimo mondiale prima ancora che cominciassero.
Il ciclismo – almeno in quello di alto livello, casi di defezione si trovano pure qui – rappresenta un’eccezione, forse l’unica in cui gli atleti eritrei possono gareggiare senza particolari limitazioni – se non quelle imposte da altri governi – e viaggiare in giro per il mondo entrando e uscendo dal paese, in cui comunque tutti i grandi ciclisti eritrei continuano ad avere la residenza.
È, se ce ne fosse ancora bisogno, un’ennesima conferma dell’importanza culturale del ciclismo per l’Eritrea, una certificazione del livello dei ciclisti eritrei rispetto alla media degli atleti nazionali ma probabilmente - l’enorme segretezza che circonda tutto quello che ha a che fare con l’Eritrea ci permette di fare solo supposizioni - anche un sintomo dell’utilizzo che la dittatura di Afewerki fa degli idoli di un paese.
Recentemente sulle tv pubbliche di Paesi Bassi e Belgio fiammingo è uscito un documentario su Biniam Girmay, dal titolo This Is My Moment. È un documentario illuminante su alcuni aspetti più privati della vita del ciclista, girato principalmente in Eritrea. Ci permette di vedere per la prima volta l’atleta nel suo paese, al di fuori di contesti ufficiali, parlando tigrino, la sua lingua madre, riuscendo così a trasmettere la propria personalità senza il filtro linguistico dell’inglese.
Un tratto fondamentale del film è quanto a Girmay manchino la sua famiglia – moglie e figlia – e i suoi amici quando è in Europa a gareggiare. Quello che il film lascia intendere è che Girmay non può muovere le persone a lui care per ragioni che hanno a che fare con l’impossibilità di ottenere un visto in alcuni paesi europei, legato a un governo che rende molto difficile la vita a tutti quelli che volessero lasciare il paese – e a volte anche alle famiglie rimaste in Eritrea di coloro che sono riusciti ad andarsene.
Nel 2016, la giornalista statunitense Ari Chambers ha pubblicato un post su Facebook che recitava semplicemente “The WNBA Is So Important”. Negli anni, quella frase è diventata uno slogan, raccogliendo enorme successo tra i fan della lega, anche in un tempo in cui la visibilità non era quella portata dalla nuova classe di rookies. L’utilizzo dell’espressione non è quasi mai legato ad azioni di campo, a gesti puramente atletici, ma a qualcosa che va oltre il parquet.
S riferisce all’impatto che le atlete hanno nella loro comunità, o per combattere gli stereotipi e il razzismo di cui sono vittime le donne afroamericane, che compongono in maggioranza i roster della WNBA e che, nella società americana, subiscono pesantemente, e in ogni aspetto della società, il doppio trauma della discriminazione di genere e razziale.
Alla stessa maniera, Biniam Girmay is so important, non tanto o non solo per quanto e come vince – per quanto questo Tour ci stia raccontando di un nuovo lato del fenomeno eritreo, tra i migliori anche come sprinter puro, vincitore di 3 volate di gruppo davanti a Philipsen e Van Aert – ma per cosa voglia dire quello che riesce ad ottenere, per le folle che fa scendere in strada con ogni vittoria, per le porte che apre.
Nessun altro ciclista, anche in questa che assomiglia a un’età dell’oro dello sport, può raccontarci così tanto di un paese, quello che forse più di tutti gli altri ama il ciclismo e che pure è stato così a lungo dimenticato. Nessuno come Biniam Grimay può aprire questo sport ad una maggiore diversità, arricchire e amplificare la sfumature culturali del peloton accogliendo nuove esperienze, nuovi modi di vivere e raccontarlo.
Biniam Girmay è il ciclista più importante della sua generazione.
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