
C’eravamo tanto amati
Finisce un’era, irripetibile sotto ogni punto di vista: Ciro Immobile lascia la Lazio
Nel buio e nel caldo di una serata estiva la notizia è rimbalzata molto veloce: nella ridda di messaggi - e conseguenti ricerche sul web per capirne la veridicità - la circostanza che Ciro Immobile andasse via da Roma si è concretizzata ed è divenuta certezza. Non sarà più domenica o, perlomeno, non sarà più la stessa domenica semplicemente perché non giochi più con la maglia della Lazio.
Parafrasare l'estratto di "Marmellata #25" di Cremonini è forse il miglior modo con il quale si può dare inizio a questa narrazione di una storia lunga, burrascosa sul finale, ma che ci ha segnato in tutti i modi possibili.
Citare i numeri che Immobile lascia in eredità alla Lazio lo lascerei a chi di questi ne intende e chi ritiene che da questi si possa capire l'impatto che un giocatore possa avere avuto. Con questo non si vuole sminuire il fatto che Ciro è entrato nella storia del club, divenendo un gigante in ogni senso, ma risulterebbe asettico.
Non sentire più riecheggiare il grido dell'Olimpico a ogni suo gol, non vedere i movimenti a mezzaluna sulla linea difensiva avversaria quasi come fosse una danza sul confine tra lecito e illecito, non avere quella granitica certezza che quando un pallone arrivava nella trequarti avversaria qualcosa sicuramente poteva accadere e che quella rete si sarebbe molto probabilmente gonfiata genera un senso di smarrimento, di confusione e di incredulità anche oggi che la Serie A è ancora ferma e
che non è iniziata la lunga corsa della nuova stagione.
Immobile è divenuto memoria collettiva, storia da tramandare, racconto nostalgico, emozione da descrivere a chi non c'era. Una leggenda da far tramandare di generazione in generazione. Ma cosa realmente possiamo dire ai nostri figli e figlie, nipoti? Come è possibile dare parola a un momento affinché esso non diventi solo un highlights su qualche piattaforma video?
Il gol non è solo lo scopo del Gioco, non è l'atto tecnico e lo sbocco tattico, è qualcosa di profondamente diverso. Non si vuole scadere nella retorica emozionale e istintiva ma di per certo ogni gol si lega a un ricordo o a un momento preciso. Interviene nelle nostre vite in attimi particolari e gli si stringe addosso. Ora, si pensi che Immobile ne ha fatti 207 e di come, quindi, la sua figura si leghi in maniera viscerale alle nostre vite perché ha scandito gli ultimi anni in maniera costante. Il suo tic-tac da metronomo ha dettato il tempo ogni domenica.
L'occhio di ciascuno di noi ti cercherà per lungo tempo fino a che non si stancherà e allora avrà il sopravvento il ricordo.
Amarcord, avrebbe detto in dialetto riminese Fellini lì dove rievocava i sogni e li tramutava in pellicola, e allora sì amarcord del gol di tacco all'ultimo minuto a Cagliari al volo e l'urlo lanciato da casa, amarcord di come Caicedo l'ha strattonato dopo quella parabola metafisica che si è inventato contro la Spal all'Olimpico.
Amarcord di come Patric era accovacciato qualche mese fa aspettando l'esito di quel rigore contro il Bayern Monaco che ha significato cullare un sogno, amarcord dei gol di Immobile nei derby e degli assist che Luis Alberto gli confezionava che hanno regalato quell'immagine in cui l'amore che il calcio ha veicolato tra i due glielo si leggeva negli occhi e in quel bacio che Ciro gli stampò sulla fronte ma amarcord anche del gol a Salisburgo, illusorio ma sontuoso.
Sovviene anche alla mente il fatto che la stampa e alcuni addetti ai lavori lo hanno costantemente sottovalutato, soprattutto in ottica Nazionale, asserendo che segnava solo su rigore o che la sua tecnica individuale fosse non di alto lignaggio, Che il quadrato che tutto un popolo gli ha sempre fatto attorno non fosse giustificato, quando questo era solo la difesa di un credo e di un calciatore che ti faceva vibrare il cuore.
Eppure questa storia è finita in sordina, lasciando amarezza in questa estate già molto povera di emozioni e ricca di insidie. Si poteva fare qualcosa in più o ci si sarebbe potuti salutare come si deve? Sicuramente sì, gli ultimi mesi sono stati tribolati e turbolenti: da Ciro il capitano ci si sarebbe aspettato un qualcosa in più a livello mediatico per compattare un ambiente frastornato e disorientato, sarebbe dovuto essere il punto di riferimento per ciascuno di noi. Ma così non è stato, ed è forse il più grande rimpianto che fa storcere
la bocca a chi ne sta vedendo la fine.
E ora? Sì, c'è la maglia, quella rimane e si starà sempre con gli occhi fissi su di essa per vederla correre sui suoi vari futuri interpreti ma, in fondo, conta tanto chi la porta e Ciro l'ha sempre fatto con estremo orgoglio e amore. Innegabile.
L'odio o il disprezzo non devono avere alcun tipo di spazio perché non se lo merita, nemmeno l'indifferenza. Però ci dobbiamo salutare nel modo che tutti e tutte noi meritiamo, dobbiamo scioglierci in un lungo abbraccio e in un fiume di lacrime perché così deve andare, è l'unico finale possibile e immaginabile. Doveroso e necessario.
Ci siamo voluti bene, vero Cirù?
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