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altobelli finale
, 11 Luglio 2024

Perché agli Europei non si fa la finale 3°/4° posto?


Colpa dell'Italia e di Antonin Panenka.

Tra le domande che si ripropongono ciclicamente ogni 4 anni - lasso di tempo non lunghissimo ma comunque sufficiente a suscitarci gli stessi interrogativi facendoceli percepire come nuovi - c'è quella relativa alla finalina degli Europei, quella per il 3° e 4° posto tra le due semifinaliste sconfitte che serve a decretare la terza classificata.

Forse influenzati dalla sua presenza ai Mondiali e in Copa America, forse ormai abituati a un calcio in cui una partita in più sembra sempre meglio di una partita in meno, a ogni quadriennio si ripresenta puntuale la sensazione che quella partita debba esserci, che la sua assenza sia dovuta a qualche bug del sistema. In realtà tale finale effettivamente c'era, almeno fino al 1980: perché negli ultimi 44 anni non è stata più riproposta? Per rispondere in maniera soddisfacente a questa domanda, abbiamo bisogno di un breve salto nel tempo. Spoiler: è (anche) colpa nostra.

La storia degli Europei, rispetto a quella di Mondiali e Copa America, è relativamente breve: la prima edizione sotto l'egida della UEFA è datata 1960. Progenitrice degli Europei è stata la Coppa Internazionale, torneo nato nel 1927 che si svolgeva nell'arco di due o tre anni e che vedeva la presenza di molte squadre del Vecchio Continente tra cui l'Italia, vincitrice della coppa per due volte tra il '27 e il '35. A ideare la nuova competizione è Henri Delaunay, dirigente francese al quale è tuttora dedicato il trofeo, ma per arrivare a una formula simile a quella attuale dovranno passare ancora diversi anni.

Le prime edizioni degli Europei prevedevano solamente quattro squadre, selezionate attraverso gare di qualificazione a eliminazione diretta da svolgersi nel biennio precedente. In pratica, tutti gli Europei dal 1960 al 1976 consistevano semplicemente in semifinale e finale, oltre ovviamente alla finale per il 3° e 4° posto. Dal 1980 in avanti le partecipanti aumenteranno in modo più o meno costante fino alle 24 attuali: non è casuale che la finalina non si disputi proprio a partire da Euro 1984.

Tra le magnifiche 8 di Euro 1980, prima edizione che prevede una fase a gironi, c'è anche l'Italia, che torna a qualificarsi per la prima volta dopo l'Europeo vinto nel 1968; la qualificazione arriva in realtà d'ufficio dato che l'Italia, proprio come nel '68, è il paese ospitante. Travolta dallo scandalo del Totonero, che ha come effetto collaterale la squalifica di alcuni giocatori importanti per la nazionale di Bearzot come Giordano e Rossi, pur presentando già l'ossatura della squadra che due anni dopo vincerà il Mondiale, l'Italia arriva alla competizione scarica e con la testa altrove.

La formula della competizione prevede che le due prime classificate dei due gironi si sfidino per il titolo continentale, il giorno dopo la finale per il 3° posto da disputare dalle due seconde. L'Italia pareggia a reti bianche con una Spagna non irresistibile, vince di misura contro l'Inghilterra grazie a un gol di Tardelli ma poi, nella gara decisiva, pareggia ancora per 0-0 con il Belgio, che la precede in classifica in virtù del maggior numero di gol segnati. Così, il 21 giugno 1980 gli Azzurri incontrano la Cecoslovacchia nella finale per il 3° e 4° posto, non sapendo che sarebbe stata l'ultima della storia degli Europei, almeno fino a oggi.

Il San Paolo di Napoli non appare propriamente vestito a festa per l'occasione; sono poco più di 24mila gli spettatori presenti allo stadio per Italia - Cecoslovacchia, meno della metà della capienza dell'impianto e ben al di sotto dei sostenitori azzurri accorsi per le gare del girone, mai scesi sotto i 42mila. Di fronte a un'Italia che manda in campo una formazione apparentemente ingiocabile, coi vari Zoff, Cabrini, Baresi, Scirea e Bettega-Graziani-Altobelli tutti insieme in avanti, c'è Antonin Panenka, l'inventore del rigore a cucchiaio, sfoderato proprio nella finale dell'Europeo precedente ai danni di Sepp Maier, per regalare alla Cecoslovacchia il suo primo e unico trofeo continentale.

In alto, da sinistra: Graziani, Zoff, Bettega, Scirea, Altobelli, Gentile. In basso, da sinistra: Causio, Collovati, Cabrini, Baresi, Tardelli.

La partita, coerentemente con la cornice, non è tra le più emozionanti: è l'Italia a provarci di più, appoggiandosi soprattutto alle iniziative di un ispirato Spillo Altobelli. Il primo tempo è quasi tutto di marca azzurra, ma a passare per prima è la Cecoslovacchia grazie al terzino Ladislav Jurkemik, che pesca il jolly sfoderando un potente destro sotto l'incrocio su azione da corner. La squadra di Bearzot torna a premere e trova il meritato pari al 73', con un imperioso stacco di testa di Ciccio Graziani su cross di Causio. Nel finale la Cecoslovacchia avrebbe la palla per aggiudicarsi la gara nei regolamentari, ma Zoff chiude magistralmente su Nehoda, inseritosi indisturbato in area di rigore.

Nei supplementari succede poco o nulla, così si va ai calci di rigore, per una sequenza di penalty surreale, agonica. La partecipazione del pubblico, già non proprio vivissima, va scemando rigore dopo rigore; la serata sembra interminabile. I primi 16 (!) tiri dal dischetto finiscono tutti in rete, compreso quello di Panenka, che però non replica il cucchiaio di quattro anni prima. L'errore di Collovati, col pallone che peraltro rischia di scivolare in rete, mal trattenuto dal portiere cecoslovacco Netolicka, è quasi un sollievo; quando Barmos realizza il penalty che vale la vittoria, Bearzot e i giocatori se ne vanno placidi negli spogliatoi, ben poco toccati dall'accaduto.

Il tono sornione e il ritmo cadenzato di Bruno Pizzul in telecronaca non sono mai stati così appropriati.

La scarsa affluenza di pubblico allo stadio, l'audience televisiva deludente, la dimenticabile coda dei diciotto rigori, il modesto interesse da parte degli addetti ai lavori e l'aumento delle partecipanti (e di conseguenza delle partite) rispetto al passato, convincono la UEFA ad abolire la finale per il 3° e 4° posto, senza che nessuno se ne rammarichi più di tanto. A Euro 2008 e 2012, la UEFA ha assegnato a entrambe le squadre semifinaliste di ciascuna edizione una simbolica medaglia di bronzo, poi sparita da Euro 2016 in avanti.


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  • Alex Campanelli, made in Senigallia, insegnante di inglese e di sostegno, scrive e parla di Juventus e di calcio (che spesso son cose diverse) in giro per il web dal 2012. Ha scritto il libro “Espiazione Juve - il quinquennio buio della Signora”.

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