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Portogallo-Francia

Per la Francia il meglio deve ancora venire


Un quarto combattuto in cui sia Portogallo che Francia hanno giocato al di sotto delle loro potenzialità

Una gara in cui l'equilibrio ha regnato sovrano: nessuna delle due squadre è riuscita a prendere il sopravvento sull'altra, col pallino delle operazioni che è continuamente passato di mano tra una compagine e l'altra. Un Portogallo-Francia che, per quanto sia stata combattuta, difficilmente avrebbe potuto schiodarsi dallo 0-0.

Una gara che, come si dice in questi casi, è stata molto tattica con lunghe fasi di studio: i tatticismi dei due tecnici, alla luce di quanto visto in campo, non hanno però rappresentato un fattore positivo per le loro squadre. La scelta da parte di Deschamps di schierare un tridente ibrido, con Kolo Muani a ricercare l'ampiezza e Griezmann a galleggiare sulla trequarti campo, se nei buoni propositi della vigilia avrebbe dovuto scombussolare il castello difensivo avversario, nella pratica ha finito solo per intasare le linee e oscurare il fantasista dell'Atletico Madrid, oggi uno dei peggiori in campo. Viceversa se la scelta da parte di Martinez di difendere molto basso vicino alla propria area di rigore ha tolto campo prezioso per le sgroppate di Mbappé e soci, dall'altra ha complicato di molto la fase offensiva dei suoi, più farraginosa e meno efficiente del solito, affidata in tutto e per tutto (o quasi) alle doti da contropiedista di Rafael Leao.

In una gara bloccata e con tanti errori in mezzo al campo in fase di costruzione della manovra, a sbloccarla spesso e volentieri sono le giocate dei campioni, che in campo non mancano: se Francia e Portogallo è (anche) la sfida tra l'astro presente e futuro del calcio Mbappé e la vecchia gloria alla prossima al canto del cigno Cristiano Ronaldo, questa sera sono stati proprio loro a tradire le attese: se Mbappé paga una forma fisica deficitaria dall'inizio del torneo, soltanto peggiorata dall'infortunio traumatico della prima gara che lo costringe a giocare con una vistosa mascherina, Cristiano Ronaldo vive una partita agli antipodi rispetto a quanto visto agli ottavi. A un'onnipresenza a tratti ingombrante, che ha finito per ingolfare i suoi, Ronaldo contrappone una prova in cui praticamente non si è visto, perso nel vorticoso e confusionario traffico della metà campo. Un campione che resta tale per sempre, ma che forse andrebbe gestito meglio (quanto meno nel minutaggio) per poterne godere appieno.

Ancora una volta sono i tiri di rigore a decidere una partita sostanzialmente equilibrata il cui destino è stato chiaro già a metà del secondo tempo, quando né Bruno Fernandes e Vitinha da un lato né Kolo Muani e Camavinga dall'altro sono riusciti a sbloccare il risultato dalla parità. Tiri di rigore che premiano la squadra che ha più frecce nella propria faretra, ovvero più calciatori decisivi in panchina. Che non vuol dire necessariamente di maggiore qualità: Joao Felix, autore dell'errore che condanna i lusitani, ha infatti poco da invidiare a Barcola, entrato dalla panchina al posto di Mbappé proprio per tirare il rigore che ha consentito l'allungo dei Bleus; ma in questi frangenti in cui il calcio si riduce alla sua essenza più brutale è proprio la testa sgombra e la fiducia nei propri mezzi a farla da padrona: armi che Joao Felix, praticamente ignorato dal suo c.t. per quasi tutto l'europeo, non poteva di certo possedere.

Se quindi possiamo dire che forse, ai punti, il Portogallo avrebbe meritato qualcosa in più, in Germania ci resta comunque questa Francia raffazzonata e misteriosa ancora incapace di segnare un gol su azione. Quasi come se fosse trascinata più dall'aura di grandeur che emana il solo essere una squadra capace di radunare i nomi più altisonanti del calcio mondiale, la Nazionale di Deschamps è riuscita ad avere la meglio degli avversari e giungere tra le prime quattro a furia di calci di rigore e autogol che sembrano degli involontari autosabotaggi degli avversari. Una Francia per la quale il meglio deve ancora venire, ma che contro la Spagna, specialmente quella vista oggi pomeriggio, è giunto decisamente il momento di sfoderarlo.


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  • Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.

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