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Corsica
, 4 Luglio 2024

Il calcio in Corsica è un'altra cosa


La Corsica e il suo indipendentismo, veicolato da Bastia e Ajaccio.

È il 29 dicembre 1993, da poco passato il Natale. Alla gendarmérie di Bastia viene denunciata la scomparsa di un uomo, il 31enne Pierre Bianconi, la cui automobile è stata ritrovata nei pressi del principale porto della Corsica. Non è un nome che passa inosservato: Bianconi è stato un calciatore del PSG e, soprattutto, del Bastia, di cui ha anche rilevato i gradi di capitano.

A distanza di più di 30 anni, l’ex terzino bastiese non è stato ancora rintracciato; a nulla è valsa l'attenzione mediatica, rinnovata negli ultimi anni grazie a un’inchiesta dell’Équipe. Si suppone che Bianconi sia stato assassinato in quanto sostenitore del Muvimentu corsu Per l’Autodeterminazione, in un regolamento di conti tra indipendentisti.

Quello di Bianconi è solo uno tra gli esempi che dimostrano come in Corsica il calcio è un veicolo identitario di primo interesse, capace di generare una serie di dinamiche e implicazioni politiche che lo rendono un unicum a livello europeo.

Calcio tra Francia e Corsica: storia di una contesa

La questione dell’identitarismo còrso nel calcio sorge intorno alla metà del '900: è lì che nasce il desiderio delle società sportive dell’isola di integrarsi nelle competizioni nazionali francesi attraverso l'adesione al professionismo. Contemporaneamente, la spinta identitaria è rafforzata dai sospetti di un latente razzismo anticòrso alimentato da un presunto complotto continentale, il cui apice fu raggiunto nel 1959.

La definizione su base nazionale del Championnat de France Amateur, che dalla stagione 1959-60 avrebbe dovuto ospitare i migliori club delle leghe regionali transalpine, esclude dagli aventi diritto di partecipazione - ufficialmente per una sbadataggine della Federazione - tutti i club còrsi. Per un Championnat che, paradossalmente, includeva squadre algerine – la colonia nordafricana apparteneva ancora al territorio metropolitano francese - l'impatto della notizia è notevole.

Il regolamento prevedeva, infatti, la presenza delle 16 squadre vincitrici delle Divisions d’Honneur, escludendo così la diciassettesima, ossia la capolista del torneo còrso. Alla dimenticanza fu posto rimedio nell’aprile dell’anno seguente, ma si dovette aspettare addirittura il 1991 per vedere nel Championnat de France Amateur, divenuto nel frattempo il quarto livello della piramide calcistica della Grand nation, una seconda squadra della Corsica.

Il ribollente conflitto politico-sportivo con la madrepatria, dunque, si accresce e si colora, negli anni ’70, di uno strisciante vittimismo, alimentato dall'intensificarsi della funzione identitaria del calcio sotto un sempre più forte impulso nazionalista.

In questo senso, sono decisivi due avvenimenti. Il primo riguarda i fatti avvenuti in seguito a Lens-Bastia del 10 maggio 1972, incontro valido per le semifinali di Coupe de France: i giocatori bastiesi, in trasferta nel Nord della Francia, subirono nei pressi dell’hotel che li ospitava minacce e attacchi fisici da parte dei tifosi avversari.

Il secondo è il cosiddetto “affaire Bastia-Nizza”, gara di ritorno degli ottavi di finale dell’edizione 1975-76 della coppa nazionale. In questo caso, i nizzardi, che avevano praticato un gioco piuttosto duro all’andata sul terreno amico, trovarono un ambiente particolarmente ostile in occasione della partita di ritorno allo Stadio Armand-Cesari di Bastia. Dopo molteplici disordini e intimidazioni occorsi durante il match, il club isolano subì la squalifica del campo per le semifinali: ciò fece gridare i “turchini” al complotto continentale.

Il 1976 è anche l’anno della nascita del gruppo autonomista Fronte di Liberazione Naziunale Corsu, mentre il 1978 è quello della roboante campagna europea del Bastia, che, battendo club più blasonati quali Sporting Lisbona e Torino, raggiunse la finale di Coppa UEFA arrendendosi soltanto al PSV Eindhoven. Il brillante percorso dei biancoblu è soprattutto un successo d’immagine per i valori identitari corsi, messi in risalto dall’utilizzo di una divisa su cui campeggiava una grande testa di moro e dove non era presente alcun riferimento al tricoleur francese. Al Furiani di Bastia (l’altro nome dello Stadio Armand-Cesari) si moltiplicano gli striscioni in lingua còrsa.

Negli anni ’80 i rapporti tra calcio e nazionalismo còrso si stringono ancora più, tanto che alcuni giocatori si espongono politicamente: basti pensare a Paul Marchioni, che nel 1986, quando ancora difende i colori del Bastia, si candida con la lista Unità Naziunalista. Sono i ’90, però, a dare una forma definitiva al panorama nazionalista còrso, spesso in maniera drammatica. All’alba della decade l’isola entra nella spirale di declino economico, civile e sociale definita nel 1998 dall’allora Presidente della Repubblica Jacques Chirac «deriva mafiosa».

https://twitter.com/BalterDufer/status/1647402242008383491

La tragedia dello Stadio Furiani

L’elemento acceleratore della penetrazione politico-identitaria nelle società calcistiche della Corsica è lo scioglimento del Fronte di Liberazione Naziunale Corsu nel 1989: da esso derivano la Cuncolta Naziunalista, interessata a infiltrarsi nei quadri dirigenziali del Bastia, e il Muvimentu corsu Per l’Autodeterminazione, a sua volta scissione della Cuncolta e con mire sull’altro grande club dell’isola, l’Ajaccio.

Il piatto più ricco, per così dire, è rappresentato dal Bastia, la squadra più blasonata in Corsica, con all’attivo tre finali di Coupe de France, di cui una vinta nel 1981, e la già citata finale di Coppa UEFA del 1978. Il Bastia può essere considerato un vero patrimonio per la Corsica e i còrsi, per varie ragioni: è la squadra di maggior successo; il primo club còrso ad essere stato incluso nelle competizioni nazionali; l’unico ad aver raggiunto una dimensione europea.

Questa importanza è tale che il club bastiese ha goduto più volte di un supporto politico ed economico sancito direttamente dalla Collettività Territoriale corsa, impegnata a sostenere il club con sovvenzioni atte a evitarne la scomparsa.

Quasi fisiologico, quindi che interessi nazionalistici uniti alle torbide dinamiche della criminalità organizzata investano il Bastia: il presidente Jean-François Filippi (1989-1992) è così avvicinato e sostenuto dalla Cuncolta Naziunalista.

Assicurando protezione a Filippi, la Cuncolta fa il suo progressivo ingresso nel club biancoblu, fino alla “tragedia del Furiani”, la drammatica acme della mala gestione di un club coinvolto in una crisi strutturale, culturale ed economica profondissima.

In occasione di Bastia-Olympique Marsiglia, semifinale di Coupe de France del 5 maggio 1992, a un impianto vecchio e malandato come lo Stadio Armand-Cesari è concesso di ospitare un numero più alto degli spettatori consentiti. Inizialmente, la Federazione calcistica francese aveva deciso di sospendere l’utilizzo del campo già in occasione del Bastia-Nancy dei quarti di finale, salvo poi tornare sui propri passi dopo le feroci proteste bastiesi; in vista delle semifinali, la Federazione aveva addirittura permesso ai corsi di aumentare sconsideratamente la capienza da 8.000 a 18.000 posti nel giro di soli dieci giorni.

La tragedia non tarda a presentarsi in tutta la sua gravità: la tribuna provvisoria in tubolare non regge il peso dei 10.000 spettatori in surplus e crolla. 18 morti, più di 2000 feriti il computo finale.

Questa catastrofe non è altro che la più funesta dimostrazione di un meccanismo consolidato nella Corsica di quegli anni: la commistione tra la consegna di poteri straordinari in deroga al governo isolano da una parte, l’intreccio di interessi locali e personali, acuiti dall’ingerenza dei movimenti autonomisti, dall’altra. Una miscela tanto tossica da risultare, appunto, letale: è emerso che persino il prefetto era stato esautorato da ogni facoltà decisionale in merito all’ampliamento della capienza del Furiani, mentre un numero imprecisato di biglietti era stato venduto tramite mercato nero.

Il "caso Sozzi" e l'excalation dei '90

Il cedimento civile e politico che aveva favorito questa tragedia si accompagna, per tutti i ’90, al drammatico incedere di terrorismo e banditismo. In questo senso il “caso Sozzi” genera uno spartiacque nella storia del nazionalismo còrso e, anche in questo caso, il calcio è di centrale rilevanza.

Nel 1993 l'A Cuncolta Naziunalista rivendica l’uccisione di Robert Sozzi, militante della Cuncolta stessa, colpevole di avere denunciato i legami tra il partito e Jean-François Filippi. Sozzi, infatti, ha contestato il silenzio del movimento indipendentista davanti al dramma dello Stadio Furiani, in occasione del quale aveva perso un parente.

Le rivalità tra i diversi gruppi autonomisti danno così vita a una vera guerra, con decine di morti e scomparse: la più tristemente celebre è certamente quella, già citata, di Pierre Bianconi. L’onda lunga della tragedia del Furiani si prolunga fino al 1994: alla vigilia del processo contro i responsabili della catastrofe, l’ex presidente del Bastia, Jean-François Filippi, è assassinato per questioni relative allo sviluppo di un impianto di trattamento dei rifiuti: l’episodio innesca un’ulteriore excalation di violenza, fino all’assassinio di quindici persone tra febbraio 1995 e luglio 1996.

Anche l’Ajaccio, al momento della retrocessione nel 1992 al livello più basso dei campionati regionali - in un momento di crisi, come il Bastia - è interessato da una massiccia e duratura ingerenza politica, in questo caso del Muvimentu corsu Per l’Autonomia: il suo leader durante la guerra fratricida tra indipendentisti, Alain Orsoni, è stato presidente dei biancorossi dal 2008 al 2015. Nel 2010 il suo braccio destro, Antoine Nivaggioni, viene assassinato; lo stesso destino tocca nel 2012 al suo avvocato, Antoine Sollacaro, alla cui morte pochi giorni dopo segue quella del segretario generale del club, Jacques Nacer.

Orsoni lascia la presidenza dell’Ajaccio per le incalzanti pressioni dovute soprattutto a questi eventi, anche se al momento di dimettersi preferisce accusare della propria sventura il governo di Parigi, che non aveva concesso, a suo dire, €2 mln per aiutare il club.

Tifo còrso: segni particolari

Coi movimenti politici intrattengono spesso rapporti ambigui anche gli ultras còrsi. Sono i primi, solitamente, a essere interessati a coinvolgere i secondi piuttosto che il contrario: gli ultras sono particolarmente gelosi della propria autonomia. Tuttavia, i tifosi della Corsica, pur non cercando una collocazione politica specifica, hanno più volte trattato questioni politiche, in quello che è soltanto apparentemente un paradosso.

Il gruppo ultrà “Bastia 1905” ha più volte lanciato messaggi di chiara matrice identitaria e nazionalista, servendosi di striscioni recitanti «Refugees welcome, France go home» o «Bienvenue aux Français qui ne restent que 90 minutes chez nous!». Quando l’11 maggio 2002, allo Stade de France, la compagine biancoblu affronta il Lorient nella finale di Coupe de France, una minoranza di sostenitori autonomisti bastiesi fischia addirittura la “Marsigliese”, al cospetto di un visibilmente infastidito Jacques Chirac.

L’inno francese è nuovamente protagonista nel novembre 2015: il 22 novembre, a pochi giorni di distanza dalla strage del Bataclan, si gioca il derby Bastia-Gazélec Ajaccio, in apertura del quale, come stabilito per le restanti gare di Ligue 1 e Ligue 2, le autorità stabiliscono di diffondere le note della "Marsigliese" per commemorare le vittime di Parigi. I rappresentanti del tifo organizzato turchino rigettano questa ipotesi, creando il forte rischio di un caso diplomatico particolarmente grave ed imbarazzante.

Si giunge a un compromesso: i gruppi organizzati delle due opposte tifoserie occuperebbero gli spalti dello Stadio Armand-Cesari soltanto in seguito all’esecuzione dell’inno.

Sicuramente meno fragorosi, ma comunque indicativi dell’impegno antifrancese degli ultras bastiesi, sono i fatti occorsi qualche mese prima allo Stade de France. Durante PSG-Bastia, storica finale di Cupe de France dell'11 aprile 2015, si distingue un inequivocabile coro provenire dalle gradinate occupate da tifosi corsi: con orgoglio, «On n’est pas Français!».

L’identità còrsa, propugnata dai tifosi, non è a esclusivo possesso di chi è nato nell’isola: è passibile di delocalizzazione, in quanto può accogliere chiunque ne accetti le prerogative. La globalizzazione del calcio ha reso la questione identitaria molto più complessa, ma gruppi organizzati e anche allenatori come Olivier Pantaloni, ex tecnico dell’Ajaccio, sostengono di preferire la presenza di giocatori isolani, in grado di sopperire alle carenze tecniche con il senso di appartenenza alla maglia e alla cultura che rappresentano.

Per soddisfare il medesimo scopo identitario e distintivo, le società dell’isola si servono inoltre della lingua còrsa per comunicare sui propri siti web e sui social. I giocatori nati in Corsica, così, hanno il compito di trasmettere un modello culturale al gruppo, di farsi garanti della specificità isolana; anche i calciatori non insulari che adottano e difendono il modello culturale còrso divengono corsi.

https://twitter.com/ACAjaccio/status/1799335583736639798

L'affaire Reims-Bastia: a difesa della città

Tra le più recenti esternazioni identitarie, è esemplificativo del legame biunivoco esistente tra i tifosi bastiesi e la propria città il cosiddetto “affaire Reims-Bastia”. A margine della sfida di Ligue 1 del 13 febbraio 2016, un gruppo di sostenitori còrsi si scontra con la polizia, intervenuta a sedare le intemperanze originate tra le due tifoserie.

Le colluttazioni tra la gendarmérie e gli ultras biancoblu causano alcuni feriti tra i tifosi isolani: Maxime Beux perde l’uso dell’occhio sinistro. Questo episodio scatena l’ira e le rivendicazioni nazionaliste dei corsi, risvegliando parte del vittimismo storicamente innervato, soprattutto in merito a un presunto uso premeditato della violenza da parte della polizia come espressione di uno stato centralista ostile alla periferia.

Il sospetto di essere vittime di un complotto razzista anticòrso causa una serie di rimostranze, organizzate prima e durante le diverse fasi del processo che segue ai disordini. Il 16 febbraio, a Corte, (Alta Corsica) un gruppo di ultras bastiesi assalta la caserma della gendarmeria con l’utilizzo di molotov, devastandola e procurando il ferimento di un poliziotto.

La mobilitazione non si limita ai tifosi, ramificandosi sui diversi livelli della collettività bastiese. Nei giorni successivi agli scontri, gli studenti del liceo Montesoro bloccano alcune uscite autostradali alla periferia di Bastia; dal 15 al 17 febbraio l’università distrettuale e diversi licei rimangono chiusi per volere di alcuni gruppi autonomisti. Il 20 febbraio viene organizzata una manifestazione in sostegno degli ultras feriti a Reims: in piazza a Bastia scendono migliaia di tifosi e cittadini al grido di «État français assassin!».

La polizia sequestra decine di ordigni esplosivi, del cui occultamento vengono accusati due ultrà bastiesi, Matarise e Muselli: il loro imprigionamento porta all’occupazione e alla chiusura di diversi licei dell’Alta-Corsica e un tentativo di assalto al Palazzo di Giustizia di Bastia da parte di alcuni gruppi ultras.

Nel processo-spettacolo istruito per l’affaire Reims-Bastia, la vittima, Maxime Beux, è difesa da Eric Dupond-Moretti. Non un avvocato qualunque: già legale di Bernard Tapie, eccentrico uomo d’affari ed ex presidente dell’Olympique Marsiglia, e soprattutto di Yvan Colonna, militante indipendentista còrso a giudizio per avere assassinato nel 1998 ad Ajaccio il prefetto Érignac. In seguito alle indagini, il poliziotto della Brigade Anti-Criminalité Cristophe Mercier nel 2019 è riconosciuto colpevole di violenze volontarie atte a procurare una lesione permanente.

Il processo si è concluso nell’ottobre 2022, con la condanna a 2 anni di reclusione con la condizionale per Mercier e la contemporanea interdizione dai pubblici uffici. Per i cittadini corsi si tratta, davanti all’iniziale richiesta di 15 anni, di una compensazione insufficiente a invertire la marginalizzazione cui si sentono condannati dalla Francia del “continente”.

Quest’ultimo episodio rappresenta bene come l’arena calcistica, grazie all'interclassismo e all'intrinseca capacità mitopoietica, sia in grado di catalizzare e massimizzare le rivendicazioni politiche e sociali di una realtà, come quella còrsa, che trova nelle squadre più rappresentative un momento di aggregazione e di visibilità non altrimenti perseguibili.

Il calcio in Corsica è la metafora dell’isola: espressione di istanze e, nello stesso momento, di contraddizioni e ingerenze tipicamente còrse. L’intreccio tra identitarismo e football ha un peso capitale nella resistenza culturale di una Corsica combattuta tra un’ardente volontà di autonomia e la ricerca di un’integrazione delle specificità còrse all’interno dei meccanismi dello Stato francese.

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