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Stanley Cup
, 2 Luglio 2024

L’evento sportivo dell’anno?


Nel 2024 potrebbe non esserci stato nulla meglio della Stanley Cup

La Stanley Cup 2024 aveva tutto per diventare la più importante del nuovo millennio, una delle più incredibili nella storia. In primis, la sfida tra i Florida Panthers e gli Edmonton Oilers regalava la possibilità a una franchigia del Canada di vincere il trofeo più importante di quello che è lo sport nazionale: se vi sembra un’occorrenza che dovrebbe essere relativamente comune, vi sbagliate - o comunque, avete sbagliato epoca.

Battendo in finale di Conference i Dallas Stars, gli Oilers erano diventati solamente la 5° partecipante canadese all’evento principe della stagione NHL dal 2000 a oggi. Alzando la pesantissima coppa, gli uomini di coach Kris Knoblauch avrebbero ottenuto il primo trofeo per una franchigia a nord del 49° parallelo dal 1993, quando i Montreal Canadiens conquistarono la loro 24° Stanley Cup - record tutt'ora imbattuto.

Negli ultimi 30 anni, il baricentro della NHL si è spostato pesantemente a sud: l’incapacità delle franchigie canadesi di ritrovare la via del successo è un problema considerevole per NHL, attorno al quale tifosi e media mainstream si sono interrogati negli ultimi anni.

In primo luogo, banalmente, l’espansione della lega ha portato a un aumento dei competitor e diluito la partecipazione del paese in cui la Stanley Cup ha avuto origine. Nel 1993 c’erano 24 franchigie, 8 delle quali canadesi; nel 2024 ce ne sono 32, ma solo 7 dal Canada – i Quebec Nordiques nel 1995 sono diventati i Colorado Avalanche.

In seconda battuta, particolarmente importante è stato il crollo dei Montreal Canadiens, la franchigia più vincente nella storia dello sport. Dal 1915, da quando anche le squadre statunitensi hanno la possibilità di alzare la Stanley Cup, una franchigia canadese ha prevalso 51 volte: gli Habs sono responsabili di quasi la metà del bottino nazionale, inclusa una striscia di 18 titoli in 35 anni tra il 1944 e il 1979.

Stanley Cup
Guarda qui, Lisa, si può perfino individuare il secondo preciso in cui il suo cuore si spezza a metà

Per gli Edmonton Oilers, giungere all’atto finale rappresentava non solo l’opportunità di cambiare la traiettoria della franchigia - capace di vincere 5 Stanley Cup negli anni ’80 anche grazie alla presenza dell’indiscusso più grande dell’hockey su ghiaccio, Wayne Gretzky - ma anche di riportare in Canada quella coppa che, in origine, solamente le squadre canadesi si potevano contendere.

All'angolo opposto del ring c’era sempre la possibilità di scrivere una pagina storica, ma di una matrice molto diversa. Non solo perché dal freddo Canada ci si spostava in quella Miami così poco associabile al concetto stesso di ghiaccio. I Florida Panthers, nati nel 1992 per volere del proprietario di Blockbuster Wayne Huizenga ed eredi di una storia hockeistica che contava solo sulla mitologica Tropical Hockey League – una minor league fondata nel 1938, fallita nel 1939 e con una sezione della loro pagina Wikipedia intitolata “Legacy” la cui prima frase è l'esperimento ha fatto molto poco per popolarizzare l’hockey nel Sud – arrivavano alla Stanley Cup 2024 senza aver mai vinto un anello.

Ci erano andati vicino nel 1996, perdendo in finale, ma avevano sfiorato la coppa soprattutto nel 2023, venendo fermati solo dai Vegas Golden Knights -altra terra non naturalmente adatta alla pratica di sport invernali - e con un passato di hockey professionistico memorabile per ragioni tutt’altro che positive, fatto di locuste intrappolate a morte su un ghiaccio in discioglimento nel parcheggio del Caesars Palace.

In uscita da gara 1, vinta per 3-0 dai Panthers padroni di casa, l’impressione era di una serie che, al di là del risultato, appariva equilibrata. Solo le 32 parate del 35enne russo Bobrovsky avevano permesso a Florida di mantenere il clean sheet a fronte di un volume di tiri inferiore rispetto a quello dei rivali.

In gara-2, quello che si sarebbe rivelato il gol vittoria - il secondo dei Panthers a completare la rimonta in vista di un 4-1 finale - ha evidenziato alcuni dei problemi che stavano plagiando Edmonton. La rete, segnata dall’unlikely hero Evan Rodrigues - accesosi durante i playoff dopo una regular season sonnacchiosa - è stata frutto di un pigro pallone perso da Evan Bouchard, protagonista a sua volta un numero di penalità eccessivo in una fase così chiave della stagione. Dal lato opposto di campo, si aggiungeva invece una sorprendente incapacità degli Oilers di sfruttare le fasi di superiorità numerica in power play.

Con l’arrivo della serie a Edmonton, gli Oilers sono finalmente riusciti a spezzare l’enigma Bobrosky, segnando tre gol: il dato offensivo non può nascondere il bruttissimo crollo del secondo quarto, in cui i padroni di casa sono andati sotto 4-1, facendo uscire la partita dal proprio controllo, e le difficoltà delle due stelle Connor McDavid e Leon Draisatl – soprattutto quest’ultimo – verso la via del gol. Sotto 3-0 nella serie, Edmonton si è trovata con le spalle al muro: completare il sogno di riportare la Stanley Cup all’ombra dell’acero avrebbe richiesto una totale imbattibilità. I numeri non erano dalla loro parte.

9/210 non è esattamente una media che fa ben sperare: meno della metà di quelle 9 hanno poi effettivamente completato la rimonta.

Prima degli Oilers, 210 squadre NHL si sono trovate sotto 3-0 in una serie. Solo il 2% è riuscita a completare la rimonta – una volta anche in finale di Stanley Cup: i Toronto Maple Leafs 1942 – e poche altre – all’incirca il 3% – sono riuscite a forzare gara 7, per poi perdere. Il coefficiente di difficoltà diventa ancora più impressionante se teniamo conto delle altre leghe professionistiche che adottano lo stesso formato per i playoff: solo i Boston Red Sox nel 2004 hanno completato la rimonta nella MLB; l'NBA non ha mai visto una tale rimonta in 157 casi.

Per quella che è, dati alla mano, la seconda squadra più storica della NHL, mettere in piedi una rimonta così doveva sembrare non solo un’affascinante ipotesi, ma anche una necessità per riuscire a tirare fuori una Stanley Cup da questo core. Il 2024 era stato identificato da molti intorno alla franchigia come un anno da Cup or bust, dato l’avvicinarsi della scadenza dei due giocatori più forti: Leon Draisatl, pronto ad entrare nel suo ultimo anno di contratto, e Connor McDavid, la cui free agency è prevista per il 2026.

La sensazione serpeggiante da all or nothing deve essersi fatta strada nello spogliatoio di Edmonton, forse esaltata nei discorsi pre-partita di Kris Knoblauch: quella vista in gara 4 è stata una delle performance più dominanti nella storia della Stanley Cup. L'8-1 con cui gli Oilers si sono ragalati la chance di rimontare rimarrà nella storia della Stanley Cup – a parimerito con altri 8-1, è la seconda vittoria più ampia in una partita di finale – ma non dava l’impressione di poter essere chissà quanto ripetibile. I Panthers erano, fino ad allora, la miglior difesa dei playoff: l’idea che si potesse trattare di un giro a vuoto era presente nella testa dei media nazionali.

Michael Russo, su The Athletic, ha aperto il commento alla partita con un laconico “Siamo onesti: festeggiare la Stanley Cup in trasferta è brutto”. Eppure, sia in gara 5 che in gara 6 gli Oilers sono riusciti a mettere di nuovo la testa davanti ai Panthers, con margini tutt’altro che risicati - 5-3 e 5-1 - forzando così una gara 7 comunque già storica di per sé.

Uscendo sconfitti di fronte al proprio pubblico, i Florida Panthers avrebbero completato il peggior crollo nella storia dell’hockey su ghiaccio – la finale del 1942, oltre a essere nel mezzo di una guerra, godeva anche di un particolare formato playoff che rendevano i Maple Leafs, anche sotto di 3 partite, comunque favoriti – e dello sport, considerando anche il fattore campo di cui poteva godere la franchigia della Florida.

Alla Amerant Bank Arena, Alanis Morrissette - canadese sì, ma naturalizzata statunitense - ha cantato entrambi gli inni nazionali, prima della decisiva gara-7 di questa Stanley Cup: sembrava di essere in Edmonton piuttosto che in Sunrise, sobborgo a maggioranza canadese di Miami. Il destino sembrava aver preso una direzione ben precisa. Poi, però, la storia ci ha ricordato che, a volte, il concetto di momentum è sopravvalutato. O che comunque, più che assomigliare ad una linea retta, ha le oscillazioni di un’altalena.

Con le reti di Carter Verhaeghe – soprannominato non a caso Mr. Clutch – e Sam Reinhart, Florida è riuscita conquistare la prima Stanley Cup ed evitare di perdere due finali consecutive, come non capitava dai Boston Bruins degli anni ’70, vendicando così quasi due decenni di incompetenza sul campo che l’avevano ridotta a una delle punching bag della lega.

Per spezzare la maledizione dell’insuccesso canadese in Stanley Cup, agli Oilers non è bastato un Connor McDavid che ha confermato la fama di miglior giocatore al mondo. Il 27enne dell’Ontario ha vinto il Conn Smythe Trophy, assegnato al miglior giocatore dei playoff, diventando solamente il 6° sconfitto a conquistarlo, il 2° tra i giocatori di movimento.

I 42 punti lo piazzano nel club esclusivo delle sole 3 persone ad aver totalizzato più di 40 punti lungo i playoff. I 34 assist sono un record per una singola post-season, superando il traguardo precedentemente stabilito da Wayne Gretzky - persona con talmente tanti assist che anche se non avesse mai segnato un gol in NHL sarebbe comunque il recordman di punti totali creati nella storia della lega.

Quello che è unanimemente riconosciuto come il miglior talento individuale ha giocato nella squadra sconfitta della Stanley Cup 2024: come in un curioso accorgimento del destino, alcuni dettagli iniziali si sono sovrapposti a quelli delle finali NBA svoltesi praticamente in contemporanea. Anche i Boston Celtics erano andati in vantaggio 3-0 sui Dallas Mavericks, hanno subito la sconfitta più pesante della serie in gara 4, e sono comunque riusciti a uscirne con il trofeo.

Tra tutti i parallelismi, comunque, nessuno impressiona come quello che coinvolge una delle stelle principali dei Panthers campioni NHL, Matthew Tkachuk. 26 anni, figlio d’arte – il padre Scott ha giocato 18 anni in NHL –, cresciuto a St. Louis e diplomato alla Chaminade Prep: esattamente come Jayson Tatum, la prima opzione dei Boston Celtics campioni NBA. I due sono cresciuti come compagni di classe e amici stretti durante il liceo, coronando entrambi il loro sogno d’infanzia in questo mese di giugno.

Vincendo il titolo NHL, i Panthers hanno completato un percorso di ricostruzione lungo ultradecennale che, come quasi tutti i percorsi a lungo termine nello sport statunitense, è passato dal Draft. Nel 2013, la #2 venne spesa su Alexander Barkov, finlandese figlio di un ex hockeista russo passato anche per Courmayeur; nel 2014, la #1 portò a Miami il canadese Aaron Ekblad - rookie dell'anno, All-Star già nell’anno d’esordio e arrivato una decina d'anni dopo alla consacrazione definitiva. Dopo aver speso tutta la carriera nei colori dei Panthers, Barkov e Ekblad hanno sollevato la Stanley Cup rispettivamente come capitano e vice.

Da rookie, Aaron Ekblad era già the real deal

A fare la storia, anche Brandon Montour: difensore di origine Mohawk e cresciuto a Oshweken, una delle riserve nel territorio delle Sei Nazioni, note come Haudenosaunee. Pur essendoci stati molti giocatori indigeni campioni NHL – primo fra tutti, con 6 titoli, Brian Trottier, con origini Metis, Cree e Chippewa: pur non essendo scientificamente dimostrabile, ad oggi Montour risulta essere l’unico giocatore Haudenosaunee ad aver vinto la Stanley Cup.

Pur essendo le Sei Nazioni conosciute come la patria fondativa del lacrosse, si ritiene che l’hockey stesso prenda il nome da una parola in lingua Haudenosaunee, “hoghee”, “fa male”. Montour, come molti conterranei, ha avuto i suoi inizi proprio nel lacrosse: nel 2014 ha vinto la Minto Cup, principale torneo giovanile nel Canada di box lacrosse, una versione dello sport giocata al coperto e con un campo molto simile a quello da hockey, con la maglia dei Six Nations Rebels.

In qualsiasi direzione fosse andata, la finale di Stanley Cup aveva l’opportunità di scrivere la storia. Che fosse riportando il Canada sulla cima dello sport più amato, o regalando il primo anello al più grande giocatore della sua generazione, o completando il parallelismo tra due ex compagni al liceo o portando un titolo NHL per la prima volta nelle paludose zone della Florida, in una franchigia da poco uscita da decenni di disfunzionalità. In ciascuna di queste maniere, qualcosa di speciale sembrava destinato a succedere.

Eppure, date tutte queste premesse, tutto questo è stato spazzato in aria da quanto effettivamente successo. In una finale con più rivolgimenti e sconvolgimenti della trama di Argylle - il thriller di spionaggio di Matthew Vaughn che ha trasformato la sovversione delle nostre aspettative in una prova di endurance - la NHL ci ha regalato una Stanley Cup 2024 che magari non considereremo mai la più grande di sempre, ma come quella che ci ha ricordato quanto i colpi di scena dello sport non abitino neanche nella stessa stratosfera di quelli sceneggiati dei film.

  • Nasce nel 1999 in onore della canzone di Charli XCX e Troye Sivan. Nella sua mente ha scritto un libro su Chris Wondolowski, ma in verità usa quel tempo ascoltando Carly Rae Jepsen e soffrendo dietro a Green Bay Packers e Seattle Mariners

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