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Wimbledon
, 1 Luglio 2024

5 giocatori da seguire a Wimbledon 2024


Talenti, specialisti e vecchi ritorni.

Da Wimbledon a Wimbledon, sempre uguale eppure sempre diverso, o più precisamente un uguale che racchiude il diverso, un po’ come i battiti del Rolex ormai partner abituale della cornice rituale: i secondi, i minuti e le ore si accumulano in modo prevedibile e regolare, eppure mai nessuno sarà la replica esatta di un altro.

Dal 2023 al 2024 di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. L’anno scorso ci trovavamo sotto il dominio di Djokovic e proprio qui, sul centrale più iconico al mondo, Alcaraz ha sottratto al serbo lo scettro in una partita al quinto set dai contorni epici.

Su Jannik Sinner si borbottavano vari ed eventuali sì ma o sì però: ha seguito come un proiettile un tabellone apertissimo fino a schiantarsi di netto in semifinale contro Nole ma per molti era il minimo indispensabile e nessuno si aspettava cosa stesse covando sotto la cenere.

Fa strano pensare che oggi sia il nativo di Sesto Pusteria il numero 1 del mondo e favorito alla vigilia di Wimbledon: ha marciato parecchio, se lo merita. Forse non si meritava un tabellone del genere: difficile immaginarne uno peggiore per la prima testa di serie.

Quindi, tutto è cambiato. Ma tutto è uguale, perché tra quegli atleti vestiti di bianco c’è ancora lui, Novak Djokovic, nonostante la recentissima operazione al menisco - recupero lampo, il suo, che ricorda quello di Franco Baresi a USA '94 - per di più con un percorso abbordabile, che lo dovrebbe proiettare senza troppi sforzi alle fasi più calde.

Tutto ciò rischia di togliere un po’ di pressione a Carlos Alcaraz, fresco campione al Roland Garros: il fenomeno di Murcia, per essere un 21enne campione in carica con 3 Slam in bacheca e diversi record di precocità strettamente connessi al multiforme ingegno tennistico, arriva al tempio dell’All England Club quasi in sordina, da terzo, con un ottimo sorteggio. Lo stesso sorteggio che nega la possibilità di una finale Sinner-Alcaraz: appuntamento rimandato.

Fra i fenomeni pronti a esibirsi in bianco su verde, ne abbiamo scelti altri: i primi turni degli Slam sono il vero amore, il paese dei balocchi per i fissati, quelli in cui vedi di tutto e ti senti in colpa perché dovresti scegliere tra Fognini sul campo 16, Struff sull’8 e Shapovalov sul 14. Dimitrov è sul campo 2 ma poi alla fine ti sintonizzi su Arnaldi–Tiafoe sul 15.

I nostri fantastici cinque perderanno presto, però siamo pronti a seguirli e sostenerli lungo tutto Wimbledon: la bellezza non solo prescinde dal risultato ma ha mille forme, non solo quelle più evidenti e note ma anche altre profonde e nascoste. (di Nicola Balossi)

Gael Monfils

Gael. Basta la parola. Per convincervi che valga la pena di piazzarvi davanti alla tv lunedì not before 13:15, campo 18, non c’è bisogno di ripercorrere la carriera di alti e bassi dell’uomo che 20 anni fa sollevava il trofeo di Wimbledon juniores (vale la pena ricordarlo, aveva vinto anche Australian Open e Roland Garros, fallendo solo lo US Open). Nemmeno c’è bisogno di ricordare il suo gioco spettacolare, che eleva (sic, letteralmente c’è in ballo una questione di salti in alto) il gesto atletico a bellezza grazie all’unione indissolubile di questa (pre)potenza fisica con la pulizia tecnica che lo distingue e soprattutto con il genio.

Ormai lo diamo per scontato, perché Monfils è così ovunque vada. Gli infortuni e l’irrisolvibile discontinuità ne hanno limitato i risultati (12 titoli – tra 250 e 500 – e altre 22 finali perse – di cui tre 1000 - oltre a due semifinali Slam), ma lo splendore non è mai mancato, insieme a una relazione passionale col pubblico, sempre felice di sposarne le sorti progressive e burrascose. Ai difetti atavici si è aggiunta l’età: oggi Gael è - a modo suo - più centrato e devoto al tennis, riesce ancora a offrire sprazzi di classe inarrivabili, seppur confinati nei periodi di forma e in genere nelle superfici più congeniali come il cemento, soprattutto al coperto.

L’erba in realtà gli si adatta - come sempre si adatta al talento - ma Monfils manca a Wimbledon dal 2021. Non ha mai superato né eguagliato il quarto turno 2018. Anche per lui il ritiro si avvicina, perciò conviene godercelo finché c’è.

Il vero “segno del destino”, oggi, è dato dal tabellone: al primo turno di Wimbledon c’è Mannarino, che sta disputando una stagione a dir poco deprimente, che però spesso sull’erba si rianima in quanto venerabile maestro. Dopo questo derby è previsto un possibile incrocio con Stan Wawrinka: si presententerebbe da solo. A seguire, il dessert: un Classic Dimitrov. Inutile cercare di fare previsioni su Monfils – l’approccio ideale è guardarlo senza pretendere di capirlo – ma la semifinale di Maiorca lo segnala in forma discreta. Non guardiamo oltre nel suo percorso londinese, ma questo menu dovrebbe essere sufficiente a inchiodarvi al divano - sennò tenetevi Tabilo-Ofner, senza offesa per loro ma un po' per voi stessi. (di Nicola Balossi)

Lloyd Harris

C'è stato un momento in cui in molti hanno creduto di veder veramente esplodere questo spilungone sudafricano, con un servizio potente e un bel drittone, ma anche quel capello incolto un po' selvatico che rende tutto più appariscente. Ci ha messo un po' Lloyd Harris a fare quel salto che già qualcuno gli pronosticava in gioventù, ma alla fine il 2021 sembrava proprio essere l'anno che lo avrebbe lanciato definitivamente: la prima finale in un 500, il successo su Nadal, i quarti allo US Open, il best ranking.

Come successo ad altri, una serie sciagurata di infortuni ha bloccato la parabola di Harris quando era ancora sul nascere, costringendolo ad un paio di stagioni di tanta fatica e scarsi risultati, ridimensionando il suo status e facendo crollare la sua classifica, così come le sue ambizioni. Quanti tennisti hanno fatto tanti sforzi per tornare al proprio livello senza mai davvero riuscirci, e le ultime due stagioni sembravano aver riservato lo stesso destino anche ad Harris, che in tutto il 2022 ha giocato soltanto 21 partite, perdendone 14. Uno strazio.

A 27 anni, è negli ultimi mesi di questa stagione (iniziata in modo disastroso), rassegnato ai tornei minori, che si intravedono i primi segni di rinascita: su sei Challenger conquistati in carriera, tre li vince da aprile ad oggi, un colpo di coda che lo vede rientrare nei primi 100 del ranking ATP e che gli restituisce buone sensazioni che mancavano da tempo.

Al main draw di Wimbledon ci arriva dalle qualificazioni, che portano il suo score stagionale sull'erba a 11 vittorie e 2 sconfitte. Vero, è un dato costruito principalmente nei Challenger (tra cui quello vinto a Surbiton), e il livello di uno Slam sarà diverso, ma di certo non si può dire che il sudafricano non abbia preso confidenza con la superficie. Se da questo Wimbledon cercate una storia di riscatto personale, provate a seguire Lloyd Harris. (di Marco Bellinazzo)

La vittoria contro Nadal a Washington nel 2021.

Jordan Thompson

A proposito di confidenza con la superficie, non possiamo non citarlo. L'australiano sta vivendo probabilmente la miglior stagione della sua carriera, con il raggiungimento del best ranking (32) il giorno esattamente successivo alla sua prima vittoria di un torneo ATP, il 250 di Los Cabos. Un inizio 2024 particolarmente felice per Thomspon, che in Messico ha battuto Zverev e Ruud e che, oltre al singolo, ha trionfato anche in coppia con il connazionale Max Purcell.

Ma se in doppio le gioie sono continuate anche sulla terra con la vittoria del Masters 1000 di Madrid insieme a Korda, in singolo le cose sono precipitate. Da Los Cabos in poi, Thompson ha vinto solo tre delle 12 partite disputate, andando oltre il primo turno solo a Houston (vinto in doppio) e a Barcellona. Perché ne parliamo per Wimbledon, allora?

Con l'inizio della stagione su erba però, il baffo più famoso d'Australia ha ritrovato lo smalto di inizio anno, spingendosi fino alla semifinale del Queen's, dove ha battuto due teste di serie come Rune e Fritz salvo poi perdere in tre set contro una bella versione di Lorenzo Musetti. La sua esperienza da doppista fa di lui un giocatore con grande dimestichezza a rete e nel gioco rapido, nonché un cliente scomodo quasi per chiunque.

Lo scorso anno proprio a Wimbledon disputò un'ottima partita contro Djokovic al secondo turno, perdendo sì in tre set, ma con il punteggio di 6-3 7-6 7-5 e soprattutto con 21 ace e ben 43 vincenti all'attivo. Un match praticamente perfetto macchiato solamente dall'assenza inspiegabile dei baffi, che quest'anno speriamo di rivedere.

Al primo turno incontrerà un avversario scomodo come Pavel Kotov, protagonista fino ad ora di una stagione più che soddisfacente, ma che sull'erba ha disputato solo otto partite in carriera (con cinque sconfitte).

Una partita insidiosa ma certamente alla portata, che lo porterebbe al secondo turno contro uno tra Baez e Nakashima; il primo non particolarmente a suo agio sull'erba e il secondo in leggera ripresa dopo un periodo molto negativo, nonostante nel 2022 qui abbia raggiunto gli ottavi di finale. Al terzo turno dovrebbe aspettarlo Humbert, difficile, e a quello dopo Alcaraz, impossibile, ma a noi piace fantasticare. E se in singolo dovesse andare male, c'è sempre il doppio. Siete pronti a vederlo trionfare insieme a Purcell? (di Matteo Petrera)

Lorenzo Musetti

Chi se lo aspettava un Musetti così competitivo? Col talento di Carrara stavamo quasi per perdere le speranze, ripetutamente sedotti e abbandonati dall'appariscente qualità del suo tennis, quasi mai supportata da una costanza nei risultati. Di questi tempi, lo scorso anno, Musetti raggiungeva il suo best ranking (n° 15 ATP), proprio al termine di una discreta campagna erbivora, ma il periodo tra la fine del 2023 e l'inizio del 2024 aveva nuovamente affossato le speranze sull'azzurro, per il quale ad un certo punto sembrava una sorta di impresa anche solo vincere una singola partita.

E invece eccoci di nuovo sulla giostra, dopo una stagione su terra complessivamente buona, ma soprattutto dopo una semifinale e una finale su erba, che fanno di Musetti uno dei tennisti che ha mostrato le cose migliori nei tornei di avvicinamento a Wimbledon. Già il 250 di Stoccarda aveva mandato segnali incoraggianti, ma è nella suggestiva cornice del Queen's che Musetti ha mostrato la miglior versione di sé su questa superficie: prima la vittoria in rimonta contro un top 10 come Alex De Minaur, poi la sua seconda finale in carriera in un 500 (prima su erba) con relativa risalita al n° 25.

Il tennis frizzante e propositivo messo in mostra in terra londinese fa ben sperare anche in vista di Wimbledon, dove Musetti ha un tabellone che potrebbe consentirgli almeno di pareggiare il terzo turno dello scorso anno, ma se il suo livello dovesse rimanere questo, anche l'idea di vederlo alla seconda settimana non sembra una chimera, essendo nel sedicesimo di un Rublev che sicuramente non sta passando una stagione semplice.

Sono proprio le aspettative forse il problema più grande per Musetti che ci ha abituati ad alti e bassi vertiginosi, crollando poco dopo aver raggiunto il suo momento più alto e sbocciando di nuovo quando sembrava attraversare la crisi più buia. Pronti anche a rimanere delusi, ci prendiamo il rischio di sperare in un grande Wimbledon per lui. (di Marco Bellinazzo)

Sebastian Korda

Sembra che in ogni pezzo su Wimbledon passi l’obbligo di rimarcare quanto è speciale l’atmosfera di Wimbledon. Spumante e fragole. Rigoroso dress code. L’aforisma di Kipling all’ingresso del Centre Court. La sacralità del singolo filo d’erba di campi tosati al millimetro da officianti di un culto secolare.

Se anche noi cediamo allo stereotipo è perché è difficile trovare, ad oggi e al netto dei top, un tennista più a suo agio di Sebastian Korda in quel tripudio di «gesti bianchi» che sono da sempre i Championships (così cesellava il mitico Gianni Clerici). Il gioco dell’americano si è ormai plafonato su uno standard di qualità uniforme e priva di pathos che ha qualcosa della levigatezza neoclassica. Non c’è fondamentale che Korda non sappia eseguire alla perfezione: dal servizio al gioco di volo ai colpi da fondo.

Eppure a 24 anni è n° 20 del ranking e ha un solo titolo in bacheca, l’ATP 250 di Parma. Oggi quasi nessuno crede davvero che il figlio di Petr possa ancora raggiungere le primissime posizioni del ranking mondiale. Forse neppure lui, a giudicare dal suo approccio vagamente anti-agonistico — una vocazione da spassionato esteta che incarna bene l’ideale di eleganza senza sforzo tipico di Wimbledon, un torneo in cui può capitare, dopotutto, che il giudice di sedia inviti gli astanti a non stappare bottiglie di champagne quando i giocatori stanno per servire.

A Londra il miglior risultato in carriera di Sebastian è il quarto turno del 2021, ma quest’anno su erba è stato finora, punti alla mano, tra i migliori: finale a s’Hertogenbosch, semifinale al Queen’s. Il sorteggio non lo ha tradito: esordio contro l'insidioso (ma alla portata) lucky loser Mpetshi Perricard, eventuale secondo turno con Nishioka o Borges, poi i teorici incroci contro Tsitsipas (non proprio un erbivoro) e Rublev (o il nostro Musetti).

Ma sarebbe un errore seguire il torneo di Korda con un occhio al televisore e uno al tabellone. L’americano non è giocatore da contabilità spicciola, bensì munifico dispensatore di gemme. Quando è in campo il tennista più smooth del Tour (un termine che ne racconta la dolcezza del tocco, la calma, la raffinatezza di un gioco quasi fine a se stesso), vittoria e sconfitta diventano persino secondarie. Conta il processo. E se volete godervi del tennis in purezza sui prati londinesi, Sebastian Korda farebbe bene a essere tra le vostre prime scelte. Noi vi abbiamo avvisato. (di Francesco Garamanti)

  • La Redazione di Sportellate è un miscuglio di persone che provano a scrivere di sport senza mai tirarsi indietro.

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