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dribbling baggio
, 27 Giugno 2024

10 dribblatori nella storia dell'Italia


Specialisti di un'arte che ai nostri lidi sembra scomparsa

Mondiali ed Europei, da sempre e soprattutto in occasione delle sconfitte, hanno come effetto collaterale quello di sottolineare i problemi del nostro calcio. Voragini strutturali più o meno presunte che, sopite per un paio d'anni, emergono in tutta la loro ineluttabilità quando si perde una partita di una singola competizione. La sconfitta con la Spagna a Euro 2024, condensata nella prestazione monstre di Nico Williams ai danni del malcapitato Di Lorenzo, ha quindi portato a un'ovvia (?) considerazione: in Italia non si dribbla più.

Al di là delle colpe, casualmente distribuite tra gli allenatori arrivisti delle scuole calcio, gli schemi che ingabbiano il talento e il sempre valido non si gioca più in strada, sembra assodato che l'antica arte del dribbling rappresenti oggi quanto di più distante dalla maglia dell'Italia.

Il calcio italiano, per la verità, non ha mai prodotto dribblatori a profusione: difficilmente comincerà a farlo in un domani indipendentemente dalle riforme, comunque necessarie, che potrebbero essere introdotte. Vi sono comunque, nell'ultracentenaria storia azzurra, diversi artisti del dribbling che hanno scritto pagine importanti del pallone nostrano o addirittura mondiale.

Calciatori emersi tra i loro contemporanei non con la forza, ma con pennellate d'autore che hanno incantato le nostre piazze. Selezionarne soltanto 10 tra i più influenti, cercando di coprire l'intera epopea dell'Italia calcistica, non costituirà un'istantanea perfetta del calcio italiano tra una finta e l'altra. Alcuni, guarda caso, ci saranno sfuggiti, ma queste ci sono parse le storie e le emozioni più belle da regalare e ricordare.

Roberto Baggio

di Luca Barbara

Spiegare cosa abbia significato Roberto Baggio per la generazione ‘90-2000 è praticamente impossibile. Una cosa, però, è certa: Baggio sapeva dribblare. Già a Vicenza, a 16 anni, non si faceva che parlare di questo ragazzino svelto che segnava valanghe di gol e irrideva gli avversari. Hop, finta di corpo, altra finta di corpo, portiere a terra e palla in rete. Lo spartito era questo.

I più smemorati non devono farsi abbacinare dalla comunque splendente ultima parte di carriera di Baggio dove, per forza di cose, era costretto a distribuire calcio in pochi metri, senza chiedere troppo alle sue ginocchia martoriate. “A mio avviso lui era più forte fisicamente che tecnicamente”, ha candidamente ammesso Antonio Pagni, suo fisioterapista già ai tempi del recupero dal primissimo intervento al crociato.

Perché va bene la tecnica ma era quel momento lì in cui Baggio illudeva il difensore; la palla passava da un lato all’altro un istante. Senza bisogno di stratagemmi, senza doppi passi o elastici brasileiri. Baggio eseguiva dribbling, in purezza. Napoli, San Paolo, 17 settembre 1989. A stupire tutti il ventiduenne Roberto. “Osservare controllo di palla, cambiamento di direzione, accelerazione e decelerazione, salto di un ostacolo e tocco finale. un campionario di stile”. Paolo Valenti, al Processo di Biscardi si esprimeva così. Saltati, in sequenza, Alemão, Renica e Corradini. Poi Giuliani in uscita. Un capolavoro di forza e tecnica.

Poi il Mondiale 1990, quello delle notti magiche. Tra le tante stelle brillò anche quella del 15 azzurro, che, contro la Cecoslovacchia, fece vedere al Mondo di cosa era capace: “Triangolazione Baggio, Baggio che converge, Baggio, Baggio, Baggio, finta di Baggio, tiro… grandissimo gol di Baggio!”. Sta tutto qui quel gol, nella voce di Bruno Pizzul, che si trovava a commentare quel capolavoro. Chissà perché ma c’era una naturale somiglianza con “Genìo, genìo, genìo… tà, tà, tà, tà” di appena 4 anni prima.

Poi il 1994. Non c’è bisogno di specificare perché fu il grande protagonista di quella rassegna. Fu l’anno che gli regalò l’immortalità, scoprimmo il Baggio che era in noi. Gli anni conclusivi a Bologna e, soprattutto, a Brescia. Sempre dispensando calcio, sempre dribblando. Come in quell’iconico gol del Delle Alpi: lancio di Pirlo, controllo a seguire di Baggio che, in un colpo solo, stoppò il pallone dribblando Van Der Sar; Hop, finta di corpo, altra finta di corpo, portiere a terra e palla in rete. Proprio come a Vicenza, proprio come a 16 anni, Roberto Baggio ha disegnato dribbling.

Amedeo Biavati

"Il pubblico ormai lo aspettava, ad ogni sua fuga sulla linea laterale. E lo aspettava anche l'avversario costretto a fronteggiarlo, ma non c'era niente da fare. A tutta velocità Medeo eseguiva una specie di saltino per aria, sembrava che volesse passare la palla indietro di tacco. Il difensore rallentava un attimo, Biavati lo saltava toccando la palla col secondo piede e se ne andava". Parole e musica di Vittorio Pozzo, CT azzurro bicampione del mondo, nonché cronista delle imprese della sua nazionale. Il suo resoconto descrive minuziosamente il gioco di gambe di Biavati, l'uomo che ha portato a livelli d'eccellenza il dribbling che oggi siamo abituati a chiamare doppio passo.

L'invenzione del doppio passo è attribuita all'olandese Law Adam, ma è con Biavati che tale gesto tecnico sale alla ribalta internazionale: il funambolo del Bologna lo sfoggia nel Mondiale 1938, suo debutto in azzurro, sfilando il posto a Piero Pasinati e divenendo l'ala destra titolare. "Il cambio che cambia il nostro mondiale", come viene definito da Buffa e Pizzigoni in Nuove Storie Mondiali. Nei quarti di finale Biavati scappa sistematicamente via come sa, serve due assist a Silvio Piola che permettono agli azzurri di superare la Francia.

Nell'ultimo atto contro l'Ungheria, prima Medeo coglie il palo, poi pennella un cross ancora per il bersaglio prediletto Piola, propiziando la rete del definitivo 4-2 e mettendo la sua indelebile firma sul secondo trionfo mondiale degli Azzurri.

Mauro German Camoranesi

Pur cercando di limitare al minimo gli oriundi - in quanto non cresciuti calcisticamente nel nostro territorio - lasciar fuori l'ultimo campione del mondo, nonché protagonista in Serie A per oltre un decennio, non era proprio possibile. Poco più di 170 cm di altezza, un fisico non certo paragonabile a quello delle ali canoniche: Mauro German Camoranesi elargiva con parsimonia dimostrazioni del proprio talento, impegnato com'era a far la guerra con gli avversari o a sbattersi per il bene dei compagni, cose che spesso per lui tendevano a coincidere. Veroniche, doppi passi, elastici: nella valigia di Camoranesi c'era davvero tutto, minuziosamente centellinato a seconda delle lune dell'italoargentino.

Pur avendo nella fascia destra il suo habitat naturale, Camoranesi nel tempo è riuscito nel difficilissimo compito di accentrare il suo raggio di azione senza perdere efficacia nell'1vs1; al contrario, in mezzo agli spazi intasati il mago di Tandil pareva esaltarsi, e al primo dribbling spesso ne seguiva un secondo, nel tentativo di lasciarsi dietro più avversari possibile. Il dribbling di Camo, difatti, non puntava sulla velocità, bensì sulla tecnica pura: un'abilità nel surplace che abbinata all'indole da malandro lo rendeva capace di attirare l'avversario per poi beffarlo irrimediabilmente.

Franco Causio

Restando sulle ali di estrazione juventina, alla furia che possedeva Camoranesi quando scendeva in campo contrapponiamo l'eleganza, la compostezza e lo stile misurato del Barone, uno degli esterni più iconici della storia italiana. A raccontare la tecnica di Causio è però un altro dei soprannomi affibbiatigli, Brazil, coniato da Vladimiro Caminiti: Causio lo adorava perché fotografava "la fantasia che mi portava a fare dei numeri a effetto e spettacolari, ma sempre al servizio della squadra".

Di colpi a effetto, nel campionario di Causio, ce ne sono davvero tanti, tutti effettuati con una naturalezza disarmante: dribbling con la suola, sombreri e scavetti, cambi di direzione col tacco antenasignani della Ronaldo Chop, sterzate repentine a lasciare sul posto il malcapitato avversario. Tutto, al servizio della squadra: Causio era raramente alla ricerca della gloria personale, dato che parliamo di un esterno classico - specie quasi scomparsa oggigiorno - a suo agio vicino alla linea laterale, alla ricerca della posizione migliore per regalare cross ai compagni.

Tanti gli avversari caduti nella tela del Barone, compreso un Presidente della Repubblica: si tratta di Sandro Pertini, che nella celeberrima partita di scopone scientifico tenutasi in aereo, con la Coppa del Mondo appena vinta sul tavolo, cadde nel bluff di Causio e perse la partita. Barone, in ogni senso.

Federico Chiesa

Cerchiamo di non cadere nel nostalgismo tossico, che ci fa edulcorare il passato e sminuire costantemente il presente. Fatti e numeri alla mano, Federico Chiesa è uno dei migliori dribblatori prodotti dal calcio italiano negli ultimi 30 anni. L'esterno della Juve è stato l'azzurro più decisivo, tra gli uomini offensivi, di Euro 2020, e anche oggi è il più grande generatore di caos a disposizione di Spalletti, nonostante la rottura del crociato rimediata nel gennaio 2022 l'abbia tenuto lontano dal campo per quasi un anno intero.

Date una fascia a Chiesa, non importa quale, e lui vi solleverà il mondo; la forza dell'ex Fiorentina sta proprio nell'apparente indifferenza con cui giostra a destra e a sinistra vista la capacità di condurre e spostar palla in entrambe le direzioni. Il marcatore diretto ha di fronte a sé una scelta drastica: concedere il fondo o il centro del campo? Un dilemma senza risposte giuste. A un tocco di palla non proprio sudamericano, Chiesa sopperisce con le progressioni torrenziali e quasi disperate che ci siamo abituati a conoscere nelle ultime stagioni, sopravvissute anche a un infortunio che poteva risultare gravemente invalidante per un calciatore con le sue caratteristiche.

Bruno Conti

di Giuseppe Orio

Bruno Conti è stato uno fra i più grandi calciatori italiani. Tecnicamente dotato, veloce, dal fisico minuto (spalle strette, 169 cm di altezza, uno in meno di Messi), di piede mancino, ha espresso il suo massimo potenziale nella Roma e nella Nazionale Italiana. Giocava partendo da destra (ma in campionato svariava anche sul fronte opposto), reiterava anche più dribbling di fila agendo sul filo della linea laterale, saltando gli avversari o facendogli perdere un tempo di gioco per poi fornire assist ai compagni o andare a segno tirando di sinistro (ma aveva un destro non meno forte: vedasi il gol al Perù nella fase a gironi del Mondiale 1982).

Riconosciuto proprio nell’82 da Pelè come miglior giocatore del torneo e da Maradona come un suo pari, l’impressione che si ha vedendo i suoi “best of” su YouTube è che il coraggio e la fantasia non togliessero nulla all’efficacia. La superiorità numerica che creava in campo con i suoi dribbling era figlia della sua intelligenza, lo stile era asciutto: dove non arrivava la straripanza fisica arrivavano la testa e la tecnica.

Gianluigi Lentini

di Andrea Ebana

Lentini è stato l’icona della rinascita del Torino, dalla B alla finale Europea di Amsterdam, un prodotto del Filadelfia, di certo meno “artistico” e più rock di Meroni, capellone quanto lui ma figlio di epoche diverse: Lentini erano i favolosi anni '90, Gian Mauro Borsano rampante che si candidava con la DC, vendeva sogni e faceva debiti, il Toro che, grazie a quelle spese folli, tornava a superare nella rivalità cittadina la Juventus, Silvio Berlusconi che lo comprava con un acquisto a cifre record andandolo a prelevare in elicottero, un’auto fiammante con cui si schiantava e di fatto, concludeva il periodo più brillante della sua carriera dopo giorni di coma e uno spavento che andava oltre l’aspetto sportivo. 

Al di là dell’immaginario collettivo, Lentini era un giocatore clamoroso: per la sua muscolarità era considerato un “Gullit italiano”, e la sua tecnica in velocità ne faceva un calciatore moderno che, sulla fascia sinistra (ma anche destra all’occorrenza), era spesso imprendibile in dribbling. Il grande rammarico è stato non vederne il pieno compiersi: dopo la cessione al Milan, quando ci si aspettava l’esplosione definitiva, Gigi era intrappolato in un’auto capovolta sulla A21.

Dopo quello schianto a 200km/h in autostrada, Lentini ha dovuto re-imparare a camminare, figurarsi correre, fintare, scappare: ne abbiamo potuta riapprezzare una versione più terrena, che sceglieva di tornare al Torino in Serie B, poi al Cosenza, poi in Eccellenza, perché in fondo voleva solo giocare a calcio, ripetere quella finta pazzesca (rientro sul destro, finto il cross, riscappo sul sinistro), che però riusciva a velocità limitata e dunque era meno letale. Ha conservato l’amore del pubblico, quello che cantava “se Lentini se ne va bruceremo la città” prima del suo trasferimento, e che ha sempre amato la sua umana, troppo umana, sregolatezza

Lentini è stato un bel sogno, ma durò poco, come quegli anni '90 di cui è stato icona. 

Sandro Mazzola

"Se si chiamasse Pettirossi", insinuavano le malelingue all'inizio della sua carriera, a rimarcare la distanza tra lui e suo padre Valentino, leggendario capitano del Grande Torino, scomparso nella tragedia di Superga. Pur ferito dai pregiudizi di chi, evidentemente, lo conosceva ben poco, Sandro è in breve tempo riuscito a fare coi critici ciò che ogni domenica faceva con gli avversari in campo: li ha seminati tutti, andandosene via in serpentina, il suo dribbling tipico che gli permetteva di sgusciare in mezzo alle difese avversarie, come in occasione della celebre rete realizzata in Champions League in un Vasas Budapest - Inter del 1966.

Nell'immaginario collettivo è rimasta la staffetta con Gianni Rivera ai mondiali del '70, ma Mazzola è stato molto di più: attaccante, trequartista, addirittura interno e regista, Sandro ha vinto da protagonista in Italia e soprattutto in Europa, sia con l'Inter (due volte) che con la nazionale nell'Europeo del 1968. Le gambe di Mazzola sembravano semplicemente troppo lunghe per permettergli le evoluzioni tipiche dei brevilinei; divennero, al contrario, un punto di forza per Mazzandro, la cui andatura dinoccolata, quasi sulle punte, rendeva di difficile lettura i suoi movimenti.

Mazzola non era un dribblatore barocco, anche perché non aveva bisogno di trick particolari per eludere gli avversari, gli bastava sterzare e spostare palla, per poi partire con la sua ampia e imprendibile falcata, lasciandosi sistematicamente alle spalle diversi uomini. Nessuno ci credette più, alla storia del raccomandato.

Luigi Meroni

di Andrea Ebana

Massimo Gramellini, grande tifoso del Toro, dice che il 16 ottobre 1967 giocava a pallone in casa, fingendo di esser Gigi Meroni e segnando da ogni posizione del salotto: ad un certo punto suonarono alla porta, e gli dissero che Meroni era morto, ma lui pensò ad uno scherzaccio di cattivo gusto e rispose “Non è possibile, Meroni sono io”. Purtroppo non solo era possibile, ma vero: la sera prima, l’allora fantasista granata fu investito in corso Re Umberto dall’auto guidata da Tilli Romero, che ironia della sorte sarà il presidente del Torino anni dopo, portandolo a fallimento. 

Meroni sono io”, perché in effetti per la sua vita da film molti sognavano di esser come lui: il capello lungo da Beatles italiano, per il quale ebbe grane sulle convocazioni in nazionale, la storia d’amore borderline con Kristiane Uderstadt, allora sposata con un cineasta che lasciò per quel ragazzo che si disegnava i vestiti da solo, conosceva a memoria Tenco e De André, rifiutava il lussuoso appartamento dato in dotazione dalla società in favore di una mansarda bohemien in Piazza Vittorio Veneto in cui avrebbe potuto allestire le sue tele per dipingere, andava in giro provocatoriamente con una gallina al guinzaglio.

Sul campo, quello spirito artistico si esprimeva in dribbling imprevedibili, con i calzettoni abbassati sulle gambe finissime, tanto leggeri che sembravano farlo fluttuare e gli valsero il soprannome di farfalla granata. Il suo volo finì in quel tragico incidente, e una settimana più tardi il Torino vinse un derby per 4-0, ma le lacrime superavano di gran lunga gli applausi: due gol li segnò Nestor Combin, che per lo shock giocava con la febbre 40 da indiavolato, e il quarto gol lo segnò Alberto Carelli, un giovane che portava la 7, quella che fino ad una settimana prima stava sulle spalle di Meroni.

Dopo quel gol, succede l’incredibile: Carelli solleva la palla al cielo e 70.000 persone cominciano a cantare “Gigi, Gigi, Gigi”, perché nessuno sa scriver le favole come il Dio dello sport. Come in un film fu anche la fine, tragica ed improvvisa: Meroni da grande giocatore è diventato mito, icona, simbolo. È diventato qualcosa per cui, quando mio padre ne parla, gli si inumidiscono ancora gli occhi. 

Raimundo Orsi

Un altro oriundo, forse quello con l'impatto maggiore per l'Italia tra tutti i naturalizzati, visto il ruolo fondamentale rivestito nella conquista del Mondiale 1934. Con nemmeno 70 kg distribuiti su 170 cm di altezza, Mumo Orsi è lontano dai canoni contemporanei dell'esterno di fascia. Per la sua epoca, invece, risultava semplicemente immarcabile per l'associazione di tecnica e velocità, sciorinate a ogni discesa sulla fascia sinistra che poteva culminare col cross oppure, cosa inusuale per le ali del tempo, col tiro in porta: con Orsi parliamo sostanzialmente del primo ambidestro.

Antesignano di Camoranesi e soprattutto di Omar Sivori, Orsi era specialista nell'arrestare la corsa di colpo e beffare gli avversari andando su uno dei lati, senza lasciar intuire le proprie intenzioni fino all'ultimo. A raccontarci quanto fosse destabilizzante il suo dribbling è Vittorio Pozzo: stando alle cronache, nell'esordio del nativo di Avellaneda col Portogallo del 1929, Orsi fece impazzire a tal punto il diretto marcatore che a metà partita l'allenatore lusitano, contravvenendo alle regole dell'epoca, sostituì il calciatore con uno più fresco, nel tentativo di arginare l'oriundo. Il CT si accorse, ma vista la natura amichevole della gara - vinta 6-1 dall'Italia - non disse nulla e, Orsi continuò con le sue serpentine.

Tempo dopo Pozzo incontrerà in aeroporto il mediano subentrato in marcatura su Orsi, che lo accuserà di avergli rovinato la carriera: in quel pomeriggio del '29, di fronte al funambolo azzurro, la sua prova fu talmente disastrosa da costargli per sempre il posto in nazionale.


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  • Alex Campanelli, made in Senigallia, insegnante di inglese e di sostegno, scrive e parla di Juventus e di calcio (che spesso son cose diverse) in giro per il web dal 2012. Ha scritto il libro “Espiazione Juve - il quinquennio buio della Signora”.

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