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Copertina Italia-Croazia reportge
, 26 Giugno 2024

Cronache da una notte magica


Siamo stati a Lipsia per vivere da vicino Italia-Croazia.

Uno sciame umano biancorosso mi accompagna nel tragitto verso la RedBull Arena di Lipsia. La superiorità croata è schiacciante: numerica, alcolica e acustica. Sulla schiena portano tutti il nome di un idolo comune: Luka Modric, 10. Io e i miei amici, un po’ intimoriti, ci infiliamo nei pochi pertugi in cui la fiumana balcanica non esonda. Siamo più o meno vestiti di azzurro, ma nessuno di noi ha la maglia originale dell’Italia: un idolo comune, in questa nazionale un po’ decadente e un po’ a inizio corso, non l’abbiamo ancora trovato.

Abbiamo però approfittato della fan zone di Augustusplatz, nel pieno centro di Lipsia - ben organizzata ed efficiente in pieno stile tedesco - per marchiarci il collo, le braccia, persino le guance col tricolore: per la Nazionale si torna tutti bambini. Finalmente qui troviamo dei compagni italiani, anche se molti spiccicano a malapena qualche parola: sono italiani di Germania, figli di famiglie che hanno lasciato lo stivale per cercare fortuna altrove, ma mantengono saldo il legame con le proprie radici.

Quando mi accorgo che la bandierina della stampa tricolore che sfoggio con orgoglio sulla guancia destra è ribaltata, sembro più ungherese che italiano. Troppo tardi: i colori sono quelli, non perdiamoci in minuzie. Mentre ci avviciniamo allo stadio, il sottofondo rumoroso dei canti balcanici fa da coro a una zona residenziale ricca di abitazioni eleganti in stile neoclassico. Siamo qui per altro, ma mentre alzo la testa distrattamente per ammirare le decorazioni delle facciate, penso che Lipsia non sia per nulla male.

Lipsia, sede di Italia-Croazia

La conoscevo solo per l’iconica protesta delle candele, che nell’89 fu un vero punto di svolta verso il crollo del Muro (Lipsia era ed è una città cardine della ex Germania Est) e poi per il RedBull (o RasenBallsport, come si ostinano a rivendicare qui) Lipsia, perché in qualsiasi città ci ritroviamo, noi malati di pallone abbiamo sempre un riferimento preliminare: la squadra di calcio. Lo stadio si raggiunge passando per un viale alberato in stile parigino, la fila di alberi è tanto bella quanto letale per la mia allergia: inizio a starnutire proprio mentre l’aria si fa tesa. Manca solo un’ora alla partita.

Prima di metterci in fila per entrare, uno striscione esposto su un balcone cattura la nostra attenzione: “AFD 2024=NASDP 1924”. Lipsia fa parte di quel blocco tedesco orientale che alle ultime elezioni ha votato in massa per l’estrema destra. Storciamo il naso con una nota amara, ricordandoci di quanto il periodo sia delicato, ma poi basta un sorso di birra per farci avanzare: siamo qui per altro.

In fila siamo schiacciati tra centinaia di tifosi croati e pochissimi coraggiosi italiani; loro cantano a ripetizione dall’alto dei loro corpi massicci da uomini delle montagne: "Hrvatska!" (Croazia) è l’unica parola a noi comprensibile, ma hanno una varietà di cori che ci sogniamo. Dei ragazzi con la maglia “Nocera superiore” intonano l’inno di Mameli, mentre due romani, nello stesso momento, cantano “I campioni dell’Europa siamo noi”. Siamo pochi, e come sempre siamo scoordinati, divisi. Speriamo Luciano e i ragazzi abbiano tutt’altra coesione.

L’impianto è modernissimo: i lavori dei primi anni 2000 hanno rivoluzionato lo stadio costruito a metà anni ‘50. Il colpo d’occhio è d’impatto, anche se le curve a un solo anello privano la struttura dell’essenza monumentale che si confà ai grandi stadi. I nostri posti sono da qualche parte nelle prime file nella zona del calcio d’angolo sinistro, ma troviamo spazio e ci appoggiamo alla balaustra, sperando di poterci restare. Le impressioni della passeggiata trovano conferma: di fronte a noi si impone un muro biancorosso che ricopre 2/3 di stadio, senza eccezioni; il nostro lato, quello teoricamente dedicato ai soli tifosi italiani, è pieno di macchioline biancorosse: il nemico è anche in casa.

Guardiamo il riscaldamento un po’ attoniti per le scelte di Spalletti, ma se la Nazionale rappresenta quel momento in cui tutti gli italiani sono CT, almeno di Luciano vogliamo fidarci. Prima dell’inno assisto a un litigio tra tifosi granata (hanno cantato per tutto il riscaldamento “Alessandro Buongiorno alè”) e tifosi juventini: alla fine si abbracciano, ma è la dimostrazione di come la cultura di club, in Italia, spesso soffochi qualsiasi tentativo di coesione calcistica nazionale.

E allora il romanista impreca dall’inizio contro Spalletti, perché ha il dente avvelenato dopo il litigio con Totti, il milanista insulta Donnarumma e il torinese si altera quando scopre di avere di fianco a sè uno juventino. Siamo tutti italiani, sì, ma la verità è che siamo soprattutto romanisti, milanisti, juventini. Cantati gli inni, che sono forse il momento in cui la vita si sente più forte in uno stadio di calcio, si può iniziare.

L’atmosfera è tesissima, nell’aria si respira lampante quella nube di elettricità che è propria delle partite decisive, di quelle in cui ogni pallone scotta e ogni scelta ha il peso di poter spostare l’umore di un’intera nazione. Duelli serrati, pochi millesimi di secondo per ogni giocata, ansia che promana dagli spalti. La Croazia, che ha più giocatori abituati a questo clima ostile, parte tosta: dopo pochi minuti Gigio smanaccia su un tiro a giro di Luka Sucic, giovane talento del Salisburgo che seguo da diversi anni. Oggi me lo ritrovo a dieci metri di distanza in un’Europeo: so’ soddisfazioni.

L’Italia giochicchia, arriva con discreta qualità sulle fasce, dove invece i croati faticano a scalare, ma manca sempre il piano per andare a far male: Dimarco e Di Lorenzo, impiegati a tutta fascia, devono fare troppi metri palla al piede per quelle che sono le loro capacità atletiche. Vorremmo fare l’Inter di Inzaghi, ma non abbiamo quella fluidità di gioco, quella capacità di liberare l’uomo con triangolazioni continue.

Per tutto il primo tempo, i miei occhi sono per quel ballerino con la 10 croata che a 39 anni corre ancora come un ragazzino: a ogni tocco di Modric lo stadio sospira; la qualità nel controllo, la visione, la precisione chirurgica sono di un’altra galassia rispetto ai 21 mortali che condividono con lui il manto erboso.

Luka Modric durante Italia-Croazia

Per 45 minuti spero che possa battere un corner nel mio angolo, ma niente da fare, dovrò accontentarmi di vedere gli angoli di Raspadori. Il primo tempo finisce con un po’ di amaro in bocca: Bastoni ha avuto la palla dell’1-0, ma Livakovic si è prodotto in un balzo felino.

Dopo aver litigato con gli steward tedeschi, che senza parlare una parola di inglese ci invitano ad abbandonare la balaustra - ignorando che gli altri posti erano ormai occupati - intrattengo una conversazione surreale con un tizio norvegese, che mi desta simpatia alla lettura di un tatuaggio sul suo polso: 1899. Mi dice di trafficare dinamite per conto di altri (non può nominarli), poi mi racconta di come si è innamorato del Milan: “Avevo sedici anni, mandavo a quel paese i professori e andavo a vedere il Milan: mi ha sedotto il diavolo”.

È simpatico, ma dopo qualche minuto inizia ad accollarsi un po’ troppo mentre mi racconta le sue avventure erotiche al Just Cavalli di Milano. Vorrei dirgli che ha chiuso da qualche mese, ma ci rimarrebbe male, quindi lascio perdere. Riprende il secondo tempo: Spalletti inserisce Frattesi per Pellegrini, ma lo spartito non cambia: il blocco Inter, orfano dei sincronismi di Inzaghi, continua a non incidere. La Croazia sale di tono, sente il momento decisivo e azzanna la partita. Gigio para un rigore a Modric, ma la nostra curva non fa in tempo a deridere un croato infiltrato nelle prime file che Modric stesso ribadisce in rete dopo una ribattuta di Donnarumma.

Il boato è spaventoso e la visione non è da meno: le file di croati impazziti si stringono come catene umane e compongono un mosaico di felicità bellica, festeggiando come si celebra una spedizione positiva in battaglia. Il croato dietro di noi si vendica facendo il gesto dell’ombrello a tutti gli italiani che lo circondano. Il calcio dà, il calcio toglie.

Interno della RedBull Arena nel riscaldamento prima di Italia-Croazia.

È il tempo della speranza: juventini, torinesi, milanisti, divisi per tutto l’anno, ora si uniscono nella preghiera di una palla buona da capitalizzare. Finalmente entra Chiesa, che dà subito una ventata di brio e freschezza, e tutti ci chiediamo come si possa tenerlo fuori in questa Nazionale: da pochi metri fa impressione come riesca ad addomesticare con classe due fucilate di passaggi. L’esecuzione tecnica dei grandi giocatori, vista da vicino, è quasi innaturale per la pulizia meccanica del gesto: quanti tentativi, quante ripetizioni, quanti anni di lavoro per raggiungere la perfezione.

A pochi minuti dalla fine la palla buona arriva: Frattesi viene liberato in area, chiude gli occhi e serve un cross rasoterra sperando che al centro ci sia qualcuno a raccoglierlo. Scamacca lo sfiora, ma non ci arriviamo (noi siamo Scamacca) nemmeno questa volta. Con l’ottimismo che mi si addice, mi metto l’anima in pace: è finita, siamo fuori.

Penso sempre che se i giocatori in campo vivessero queste fasi col mio stesso stato d’animo, sarebbe impossibile recuperare qualsiasi risultato: forse è per questo che loro giocano e io li guardo dagli spalti. Mentre l’amarezza montava in tutti noi, già pronti a giustificare tutti i km fatti una volta tornati a casa (“Lipsia molto carina però”), il ragazzo che più di tutti in questo gruppo incarna il coraggio, con la sua chioma lunga stile anni ‘90, avanza palla al piede a testa alta, come se nulla potesse intimorirlo.

Prima della rifinitura decisiva, pare che Riccardo Calafiori si allunghi troppo il pallone, ma è talmente scaltro che il suo controllo non perfetto si trasforma in una trappola che attira a sé il difensore: a Riccardo, che in quel momento siamo tutti noi, basta allungarsi prodigandosi nell’ultimo sforzo disperato per servire Zaccagni, che per un attimo, con quella maglia azzurra sotto il cielo tedesco, si trasforma nel suo idolo Alex Del Piero.

Poi c’è un vuoto. Ci ritroviamo tutti per terra, avvolti in un abbraccio della felicità più bella, quella inattesa, che coglie impreparati per la potenza del suo sapore. I ragazzi vengono ad esultare proprio sotto la nostra balaustra, quella che gli stewards tedeschi non sono riusciti a toglierci: il muro biancorosso rimane ammutolito.

Fischio finale: tripudio di cori, urla di gioia, e ci si guarda tutti con gli occhi fuori dalle orbite. Poi subentra quel senso di malinconia di chi si chiede: più di così, cosa può esserci? E si ritorna nella realtà, con un memorabile ricordo da riporre nella propria valigia. Concludiamo la serata a un Mc Donald's preso d’assalto dai tifosi croati abbattuti, con teste basse e occhi spenti.

È forse il crepuscolo di un’epoca d’oro per una piccola realtà di quattro milioni scarsi di abitanti che ha sfiorato più volte il trionfo negli ultimi anni, senza mai raggiungerlo; ed è stato - chissà - l’ultimo ballo di Luka Modric, totem a cui quel popolo si è aggrappato fino a raggiungere una coesione che, per un popolo abituato a conflitti divisivi secolari nella polveriera dei Balcani, pareva una chimera.

Ce ne torniamo a casa, dopo una di quelle notti magiche a cui si riferisce Gianna Nannini, sperando che nelle prossime notti tedesche al nostro posto, aggrappati a quelle balaustre, ci siano ragazzo altrettanto determinati a soffrire, incitare, vivere al fianco degli Azzurri. La fiumana croata è ormai rincasata negli alberghi. Qualcuno manda giù l’ultimo sorso amaro di una birra che sa di beffa, con la 10 di Luka Modric fieramente esibita sulla schiena. Gli italiani, invece, sembrano un po’ di più, e li riconosci perché ora sorridono. Il cielo è azzurro sopra Lipsia.

  • 23 anni. Studia Filosofia, ama il Calcio e il Cinema, fonti inesauribili di storie.

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