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Cusin Comore
, 26 Giugno 2024

Il calcio è senza confini, intervista a Stefano Cusin


Una chiacchierata con un giramondo, attualmente CT delle Comore.

Italia, Camerun, Repubblica del Congo, Bulgaria, Libia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Palestina, Inghilterra, Sudafrica, Cipro, Iran, Sudan del Sud e Comore. Il curriculum di Stefano Cusin è quello di un cittadino del mondo, in ogni senso possibile: nato a Montreal nel 1968, cresciuto in Francia in una famiglia italiana, ha viaggiato per 14 stati in 3 continenti diversi nel corso della sua lunga carriera nel mondo del calcio.

Oggi è il tecnico delle Comore, nazionale africana che dopo quattro partite di qualificazione al Mondiale 2026 è prima nel suo girone. Il suo viaggio, però, parte da molto lontano. Lo abbiamo ripercorso insieme a lui.

Partiamo dall'attualità: grazie a 9 punti in 4 partite le Isole Comore sono prime a pari merito con il Ghana nel girone I delle qualificazioni africane al Mondiale 2026. Mister Cusin, crede alla possibilità di volare in America?

Sinceramente all'inizio delle qualificazioni era una cosa impensabile: la squadra non aveva mai vinto nemmeno una singola partita di qualificazione, in un girone in cui eravamo 5° su 6 squadre nel ranking FIFA era abbastanza difficile. Ho pensato che se avessimo fatto 4 punti nella terza e quarta partita qualcosa si poteva iniziare a pensare.

Per adesso ancora non ci voglio pensare, però è chiaro che le prossime due saranno importanti: se riusciamo a vincerle entrambe penso che saremmo in corsa fino all'ultimo per il primo o il secondo posto.

Quella delle Comore non è l'unica nazionale che sta sorprendendo in queste qualificazioni africane: il Sudan è primo davanti al Senegal, il Ruanda è primo a parimerito col Sudafrica e davanti alla Nigeria. Da esperto di calcio africano, come interpreta questa tendenza?

Sono classifiche parziali, in pochi punti ci sono diverse squadre. Alla fine, su 10 partite i valori vengono fuori: credo che il Senegal si qualificherà, però c'è da dire che il Sudan sta facendo un percorso importante. Ho seguito anche la vittoria contro la mia ex squadra (il Sud Sudan, ndr) a Juba: è una squadra che ha valori e anche meriti. Il paese è in guerra, non dimentichiamolo.

Ne avevano parlato qui anche Simone Tommasi e Gabriele Moretti
Le qualificazioni africane al Mondiale si fermeranno fino a marzo 2025: da settembre a novembre ci saranno quelle per la Coppa d'Africa in Marocco. L'obiettivo delle Comore è qualificarsi, dico bene?

Sì, è un obiettivo che ci siamo fissati con i giocatori: credo che abbiamo un bel mix tra giovani e giocatori esperti, siamo competitivi. Chiaro, le Comore non hanno una grande tradizione a livello internazionale perché hanno partecipato alla Coppa d'Africa soltanto una volta, ma abbiamo i mezzi per poterci arrivare. Bisogna vedere anche contro chi giocheremo, dipenderà dal sorteggio.

La sua nazionale fa ampio uso di giocatori nati in Francia da immigrati comoriani: Bakari (Sparta Rotterdam), Maolida (Hertha Berlino II), Saïd (Troyes). Quanto è importante saper costruire una rete di scouting che sappia trovare in Europa - il Marocco, semifinalista del Mondiale 2022, era altrettanto infarcito di giocatori nati nel Vecchio Continente - giocatori utili alla propria nazionale?

Noi abbiamo il 100% di giocatori in nazionale che gioca in Europa: è abbastanza facile seguire questi campionati. Era molto più difficile quando ero in Sud Sudan, però i giocatori delle Comore giocano in Francia tra Ligue 1, Ligue 2 e Championnat National 1. Lavora con noi il direttore del Martigues, neopromossa in Ligue 2, e con lui ci confrontiamo spesso. È difficile che un giocatore ci sfugga.

https://twitter.com/AfriInter/status/1413999181799346186
Un esempio della connection Comore-Martigues
Per quanto riguarda il livello tecnico e tattico a livello nel campionato delle Comore, invece, com'è la situazione? C'è la possibilità che giocatori utili al suo progetto arrivino anche dall'interno? Compito del CT sarebbe anche, affidato dalla federazione, far crescere il calcio comoriano dall'interno...

Sì, ma questa è una cosa che ho sempre fatto in passato. In questo caso, il divario tra il campionato locale e i giocatori che sono fuori è enorme: ho fatto scouting, selezioni e formazioni dei tecnici. Ci vorrà qualche anno prima di avere un giocatore in prima squadra. A marzo ho convocato un portiere come quarto però è difficile, il divario è troppo grande attualmente.

Già lo Stefano Cusin calciatore ha avuto modo di toccare con mano delle destinazioni extra-europee, andò a giocare in Guadalupa. Che ricordo ha di quella esperienza?

Bellissimo. Ero giovane, sono cresciuto in Francia, paese con ex colonie: il mondo è più piccolo. Saint-Martin dipende dalla Francia: all'epoca è stata una bellissima esperienza nella quale ho potuto viaggiare, conoscere persone e aprirmi al mondo in un modo unico. In quella squadra giocavano brasiliani, argentini, gente di tutto il mondo, dalle Isole Vergini… veramente formativo.

La sua carriera da allenatore parte nei settori giovanili di Arezzo e Montevarchi. Nel 2003 vola in Camerun per allenare la nazionale Under-20. Come è stata la prima esperienza nel calcio africano? Come si è relazionato alle difficoltà nell'adattamento?

È stata difficile. L'idea di base era che il calcio africano avesse bisogno di organizzazione tattica: avrei dovuto portare un'organizzazione di gioco che avrebbe fatto la differenza. All'inizio ero troppo esigente: piano piano abbiamo fatto il torneo di Viareggio e altre esperienze. Strada facendo ho modificato il mio approccio. Poi è andata bene: anche il fatto che parlavano francese è stato un vantaggio.

https://www.youtube.com/watch?v=_58rYN8Ggck&pp=ygUNY3VzaW4gc3RlZmFubw%3D%3D
Dopodiché è passato a fare il direttore tecnico delle nazionali del Congo, un incarico di grande importanza. Come è stato dover coniugare campo e scrivania?

Non era tanto scrivania... In quel momento lì loro mi hanno preso perché l'Under-20 stava organizzando la Coppa d'Africa in casa: in un Camerun-Congo in Benin, il vicepresidente della federazione del Congo mi ha contattato e mi ha detto "Abbiamo bisogno di te perché dobbiamo vincere in casa". Era un lavoro molto più in campo che fuori, molto focalizzato su quella squadra.

Segue un'esperienza al Botev Plovdiv in Bulgaria e una all'Al-Ittihad di Tripoli, squadra del figlio di Gheddafi, con cui vince il campionato libico nel 2010. Quanto furono forti le pressioni della politica durante quelle annate?

Il Botev Plovdiv è stata una buona esperienza: per me era la prima volta che allenavo una prima squadra di Serie A, avevo già materiale a disposizione. Siamo venuti in Italia, abbiamo fatto delle partite contro squadre di Serie A e Serie B italiane e mi ha permesso di conoscere Walter Zenga, ho riempito il bagaglio. La parte negativa era rappresentata dal fatto che la società non era abbastanza forte economicamente, aveva tante lacune. È stata un'esperienza bella ma molto difficile.

All'Al-Ittihad ho avuto la fortuna di allenare in un top club, rendermi conto di cosa significa giocare per vincere: quella era la Juventus della Libia, il presidente era il figlio di Gheddafi. Era un impegno importante, c'era una pressione enorme: quando giochi il derby giochi davanti a 80.000 persone...

Ho avuto la fortuna di avere una buona squadra e un grande presidente e questo mi ha aiutato molto, mi ha fatto sempre lavorare bene. Anche perché la politica non è mai entrata dentro lo sport.

Dopodiché collabora con Walter Zenga, che aveva conosciuto in occasione di un'amichevole (Catania-Botev Plovdiv, 24 luglio 2008, ndr), facendogli da vice nelle sue esperienze tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Con l'Al-Nasr di Dubai ha anche la possibilità di incontrare Maradona, allora allenatore dell'Al-Wasl. Come è stato lavorare in squadre della parte più ricca del Medio Oriente, senza dubbio molto ben fornite a livello di strutture ma meno coperte a livello di tradizione e cultura calcistica?

È stata un'occasione per me, un colpo di fortuna. Nella mia vita ho avuto alcuni incontri fortunati, e il primo veramente importante mi ha permesso di conoscere Zenga. Con lui ho lavorato in club enormi: in Arabia Saudita l'Al-Nassr è un grandissimo club, così come l'Al-Nasr di Dubai. Abbiamo lavorato anche all'Al-Jazira.

Con Walter mi sono trovato benissimo fin dall'inizio, tutt'ora siamo sempre in ottimi rapporti e questo è stato un passaggio fondamentale della mia carriera. Mi ha permesso di lavorare con un allenatore che aveva già fatto la Serie A, quindi di confrontarmi e crescere. È stato determinante anche nel mio modo di lavorare.

Nel 2016 fu anche suo vice al Wolverhampton in Championship. Cosa si porta dietro dall'anno in Inghilterra?

Eravamo al posto giusto nel momento sbagliato: la società era stata acquistata un mese prima da Fosun, un gruppo cinese sotto Jorge Mendes. I presupposti c'erano, ma noi siamo subentrati il lunedì e il campionato iniziava il sabato.

Giocando ogni tre giorni, se la preparazione è sbagliata non riesci a modificare. Poi arrivavano veramente tantissimi giocatori da tanti campionati, era difficile da gestire. Siamo partiti bene, ma molti dei giocatori arrivati non li avevamo scelti noi: il procedimento di quest'avventura è stato compromesso. È stata comunque una grandissima avventura: quello era calcio vero.

Nello staff anche Rob Edwards, attuale tecnico del Luton Town.
Lei è stato vice di Zenga anche all'Al-Nassr, oggi squadra di Cristiano Ronaldo. Come valuta le prospettive del calcio saudita nei prossimi anni?

Già in quegli anni c'erano dei budget importanti in Arabia Saudita. Stadi spesso pieni, giocatori locali di buon livello. Tra tutti i paesi arabi, questo è il paese in cui c'è più cultura calcistica. Niente di paragonabile ad adesso: ora stanno viaggiando cifre folli, ci sono un sacco di stranieri, ma non è un campionato come quello del Qatar che nasce dal nulla.

In Arabia Saudita si ha da molto una storia, ci sono molti appassionati. L'Al-Nassr e l'Al-Hilal sono due giganti a Riyad, a Gedda invece ci sono l'Al-Ahli e l'Al-Ittihad. Queste sono le quattro squadre che si contendono i trofei, anche se l'Al-Hilal negli ultimi anni ha sempre vinto e ha fatto grandissime cose anche nella Champions League d'Asia. È il paese più pronto per sviluppare il calcio tra quelli del Golfo.

Sento dire che sarà del livello della Ligue 1 nel giro di due anni… assolutamente no: mancano ancora troppe cose a livello culturale per colmare questo gap. Però è un buon campionato.

Nel 2015 la chiamata dell'Ahli Al-Khalil, squadra palestinese di Hebron, con cui vince tutto quello che c'era da vincere. Oggi che la Palestina vive una fase difficilissima per ragioni tristemente note, come ricorda quell'esperienza?

È stata un'esperienza nata per caso. Era una società neopromossa in Serie A l'anno prima, senza grandissime ambizioni: l'obiettivo era mantenere la categoria, ma c'erano un grandissimo presidente e una squadra con margini di miglioramento enormi.

Per me è stato un viaggio umano, culturale e sportivo. C'era tutto: i legami così profondi tutt'ora ci sono con i giocatori e con l'ambiente. C'è una stima reciproca che dura nel tempo, sono persone eccezionali. Questa è un'esperienza che mi porterò sempre dietro e sarò sempre affezionato a questo popolo e a questa terra.

In quell'occasione disputò e vinse la Supercoppa di Palestina in due gare andata e ritorno contro l'Al-Ittihad Shejaia, squadra campione della striscia di Gaza, dove si giocava un campionato a parte rispetto a quello della Cisgiordania. Una partita storica: per la prima volta da molto tempo le squadre palestinesi ebbero il permesso di transitare nel territorio israeliano. Che ricordo ha di quelle due partite?

L'accoglienza a Gaza: uscire dalla Palestina e attraversare un pezzo di Israele per i miei giocatori, che abitavano lì vicino ma non avevano mai varcato il confine... Arrivare a Gaza e uscire da questo tunnel che è come entrare dentro un aeroporto, ci sono mille controlli. Esci dall'altra parte e c'è una specie di gabbia per un chilometro dove cammini e prendi un autobus che ti accompagna a Gaza City. Vedere edifici e macchine sventrati dalle bombe… uno scenario di guerra, non avevo mai visto nulla di simile.

L'accoglienza a Gaza della gente, l'entusiasmo di vederci e assistere a questa partita. È stata una cosa veramente molto emozionante: al di là del calcio era l'atmosfera e la voglia di fare sport, di condividere qualcosa. Gaza è una prigione a cielo aperto, hanno tanta voglia di vivere. Sono travolgenti.

A Gaza ebbe anche l'occasione di cenare con Ismail Haniyeh, leader di Hamas. Ci racconti di quell'incontro.

Noi eravamo lì, sono venuti a prenderci delle guardie. Prima ci hanno fatto girare per un'oretta e mezza dentro Gaza, alla fine ci siamo ritrovati dentro questo bunker sotterraneo dove c'erano tutte le foto dei loro martiri (sic!). È arrivato Ismail Haniyeh a darci il benvenuto.

Mi fece un certo effetto: era il ricercato n°1 sulla lista della CIA, mi sembrava incredibile ritrovarmi a cena con una persona che era considerata un terrorista. Almeno con noi, è stato gentilissimo: abbiamo parlato di sport, di sviluppo per i giovani. È stata una piacevole sorpresa.

Nel 2020, poi, va ad allenare gli iraniani dello Shahr Kodro nei giorni successivi all'uccisione in Iraq di Soleimani. L'Iran era sul piede di guerra: ricorda le tensioni di quei giorni?

Avevo già l'accordo: stavo aspettando solo il visto per partire, poi ai primi di gennaio il generale è stato assassinato in Iraq. La mia famiglia mi disse "Sei sicuro di andare?", sembrava una follia andare in un paese che è sull'orlo di una guerra contro gli Stati Uniti. Spesso in mia carriera, per la passione per lo sport e per il calcio, ho seguito però il mio istinto e sono partito.

Arrivo a Mashhad in un clima surreale: sono rimasto due giorni bloccato in aeroporto, non in una cella ma in una zona in cui stavano verificando chi fossi veramente. Avevano paura che fossi una spia che veniva a raccogliere informazioni... Quando si sono accorti che ero l'allenatore dello Shahr Kodro mi hanno fatto finalmente uscire.

Una delle vittorie di Cusin sulla panchina iraniana

È stata una magnifica esperienza: l'Iran è un paese enorme, con tutti i climi. A livello culturale, ho conosciuto un paese chiuso ma con una grandissima voglia di confrontarsi, di parlare e di far star bene uno straniero. Non posso che testimoniare cose positive.

Dal 2021 al 2023, ecco la nazionale del Sud Sudan.

Il Sud Sudan veniva da vent'anni di guerra civile, con grossissimi problemi a livello tribale. Non ci sono infrastrutture, è molto difficile lavorare. La federazione è divisa tra i 12 stati che compongono il Sud Sudan, ognuno col proprio campionato.

https://twitter.com/Levyninho/status/1442840434330451969

La difficoltà di fare scouting era veramente notevole, ma anche lì la fortuna è di avere avuto un grande presidente. Augustino Maduot è un ex generale dell'esercito, una persona veramente squisita. Si dedica completamente al calcio, alla gioventù e ai progetti. Con lui abbiamo costruito dal nulla una squadra che ha vinto quasi il 50% delle partite ufficiali: un successo sportivo e anche umano. Lì c'è un solo campo in erba sintetica, senza illuminazione, che praticamente viene utilizzato dalla 5 di mattina alle 17.30, quando fa buio. È stata un'esperienza molto complicata ma altrettanto significativa.

Riguardo quell'esperienza le chiedo come fu la gestione del post-Covid in quel paese: che effetti portò al suo lavoro da commissario tecnico.

Il Covid l'ho vissuto in Iran: ho preso l'ultimo aereo per rientrare in Italia, si è fermato il campionato e sono rientrato dopo, a giugno. La pandemia in Sud Sudan era già una cosa abbastanza passata, in Africa ha avuto un altro impatto rispetto all'Europa. Non so se sia dovuto al fatto che loro avevano anticorpi diversi oppure risultavano i medicinali della malaria, ma non è stata vissuta come quello che ho visto e toccato con mano in Italia ed Europa.

Ora le Comore e chissà che altro ancora nei prossimi anni. Le rimane un sogno per la carriera da allenatore?

Da sempre il mio sogno è di fare un Mondiale con una nazionale africana: mi immaginavo di farlo con la Nigeria, il Ghana, il Senegal, il Marocco… Però mai dare limiti alla provvidenza, può darsi che sarà con le Comore, non lo so. Sto facendo una cosa che mi piace molto: allenare una nazionale per me è il top perché posso scegliere i giocatori, posso intervenire… Vero che il tempo di lavoro a disposizione non è tanto, però è fantastico: rappresenti una nazione, un paese, è una sfida incredibile.

https://www.youtube.com/watch?v=9EeA4jLUQMg&pp=ygUQY29tb3JvcyBmb290YmFsbA%3D%3D
Nel momento in cui assume il comando di una nuova squadra o nazionale ha già l'idea, per quanto possibile, di che identità di gioco portare o si adatta di volta in volta, anche considerando le diverse peculiarità dei paesi in cui allena?

Un'idea sola non la puoi avere: cambiano contesti, materiali a disposizione, giocatori, aspettative. L'importante è capire bene quali sono gli obiettivi della società o della federazione, valutare bene il materiale umano a disposizione e da lì si sviluppa.

Il gioco è sempre in base ai giocatori che hai: se alleni il Frosinone non è come allenare l'Inter. Gli obiettivi sono diversi, la qualità dei giocatori anche: non puoi giocare sempre uguale.

Ha raccontato di aver avuto la possibilità di allenare una squadra di Serie B, ma che l'accordo è sfumato per delle incomprensioni sul progetto. Ha anche detto che sente che prima o poi tornerà in patria. Perché in Italia allenatori come lei o, per fare un altro esempio, Marco Rossi non hanno avuto le opportunità che cercavano?

Questo bisognerebbe chiederlo agli addetti ai lavori. Mi chiedo perché Farioli deve andare ad allenare l'Ajax e non allena in Italia, per esempio. Mi chiedo perché De Zerbi debba andare al Marsiglia e non in una squadra italiana. Rossi ha fatto cose straordinarie con l'Ungheria. È un discorso che non ha spiegazione logica, se non quella che in Italia si guarda soltanto in Italia e si pensa ancora che il calcio italiano sia ancora la referenza mondiale, ma non è così.

https://twitter.com/paride_pasta/status/1792303365612867985

Rossi sicuramente fa bene a proseguire all'estero perché sta facendo cose veramente importanti, così come Farioli e De Zerbi. Alla fine l'importante è continuare a fare il nostro lavoro in piazze importanti: in Italia o all'estero, non fa differenza.

Già quando allenava i ragazzi in Toscana ha percepito questa difficoltà a integrare nel calcio dei grandi gente che proveniva da ambienti esterni al settore giovanile stesso?

Sì, sono andato via per questo. Erano già 8 anni che allenavo, mi rendevo conto che più di tanto non si poteva andare perché mi passavano avanti ex giocatori o persone con altri requisiti. Se volevo fare l'allenatore di professione, non avrei potuto farlo in Italia.

In Sudafrica, ai Black Leopards, diceva che avrebbe voluto portare un gioco più africano e meno europeo. Con sempre più influenze europee, per via di immigrati di seconda generazione e di commissari tecnici stranieri, il calcio africano arriverà, nel giro di qualche decennio, a essere competitivo con europee e sudamericane per vincere un Mondiale?

Penso di sì: in Africa si sta investendo tantissimo su stadi e strutture. Ci sono tanti paesi che sviluppano scuole calcio, c'è un potenziale enorme. Il 90% dei giocatori delle nazionali africane giocano in Europa, tra Premier League, Ligue 1, la Liga… basti anche solo pensare a Lookman, Osimhen eccetera. Il calcio africano è destinato ancora a crescere, non so se un giorno vincerà un Mondiale ma sicuramente sarà sempre più competitivo. L'Africa è il continente che sta avanzando più velocemente. Ero presente all'ultima Coppa d'Africa, c'era un livello medio veramente alto.

Parlando invece in Asia, anche a livello di tecnica di base, percepisce che questo processo sia un po' più lento? Sotto questo punto di vista è "in ritardo"?

Il Sudamerica, per quanto riguarda i vivai, è troppo avanti: c'è un potenziale umano impareggiabile. Brasile, Argentina e Uruguay hanno numeri grandi alla base e una cultura sportiva importante, strutture e campionati di livello. L'Asia è a rilento: ci sono solo cinque o sei nazionali veramente competitive. Penso al Giappone, alla Corea del Sud, all'Australia, poco altro. In Africa le nazionali forti sono quasi tutte, tutti hanno giocatori che giocano in Europa. Noi abbiamo appena battuto il Ciad (0-2, 11 giugno 2024, ndr): è 170° nel ranking FIFA ma davanti ha una coppia d'attaccanti di cui uno gioca in Ligue 1 e l'altro ha fatto dodici gol nella Süper Lig turca.

L'Asia è un continente che ancora deve crescere, Anche a livello di struttura fisica dei giocatori credo che abbia bisogno di molto tempo. Non so se riusciranno a essere competitivi su larga scala.

Assurdo che per il Mondiale 2026 l'Africa avrà soltanto un posto garantito in più rispetto all'Asia, non trova? Sembra chiaro che molte escluse africane saranno superiori a due o tre asiatiche che invece andranno alla fase finale.

Basti pensare al Gambia, che aveva Barrow del Bologna e Colley della Sampdoria… è una squadra super-competitiva. Magari trovi il Vietnam o l'Indonesia che hanno una classifica migliore, quando invece i valori sono tutt'altro, ma quello è un discorso del punteggio del ranking FIFA, che dovrebbe essere aggiornato in base alle reali forze del campo. Prima l'Africa aveva soltanto 5 squadre, ora ne avrà 9: è già un passo avanti.

Sicuramente avrà letto che la FIFA ha brevettato le FIFA Series: piccoli tornei da disputare a marzo di ogni due anni tra nazionali minori di continenti diversi. Crede che questo possa contribuire al livellamento del ranking FIFA, a stabilire una gerarchia tra continenti?

Credo che sia una bellissima iniziativa perché altrimenti si fanno solo le solite partite: c'è la data FIFA che arriva e fai le solite amichevoli contro squadre africane, oppure ti vedi in Francia comunque contro squadre africane. Soltanto poche nazionali tipo il Ghana, la Costa d'Avorio e la Nigeria, avendo un grande nome e grandi giocatori, si possono confrontare con altri.

Per il resto molto spesso è piatto, non ci sono i budget. Questa iniziativa della FIFA sicuramente è ottima: permette di incontrare persone di altre continenti e di non gravare sulle spese, poter utilizzare le date FIFA per le amichevoli in modo giusto.

Chiudo chiedendole quali sono stati i calciatori più forti che ha allenato.

Ti potrei dire Luca Toni, Mark Bresciano… giocatori che hanno vinto la Coppa d'Asia o il Mondiale, hanno fatto la Serie A, sono conosciuti. Da loro impari: hanno una mentalità diversa dagli altri.

Però ho allenato anche tantissimi giocatori che magari non sono conosciutissimi però hanno talento. Mi ricordo Hélder Costa, che veniva dal Monaco e arrivò al Wolverhampton: giocatore fantastico, poi dopo ha avuto problemi fisici e forse anche lui si è un po' accontentato, però era un giocatore forte.

https://www.youtube.com/watch?v=Rl4nJTwBb44&pp=ygUaaGVsZGVyIGNvc3RhIHdvbHZlcmhhbXB0b24%3D

Anche Abdelaziz Barrada, che ho allenato all'Al-Jazira, aveva giocato in Liga: aveva il piede del 10 e la forza dell'8. Era veramente completo, non ha fatto la carriera che avrebbe potuto fare.

Qui, sotto gli occhi di Marcelo Bielsa...

Sono talmente tanti i giocatori che ho avuto che sarebbe ingeneroso fare una classifica dei più forti: anche quelli palestinesi, nel loro contesto, erano veramente dei leoni. Se fossero cresciuti in squadre europee, con la scuola calcio e tutto quello che comporta crescere in una società professionistica, magari sarebbero diventati molto più forti...


  • Nato nel 2005. Appassionato di allenatori, nazionali e allenatori delle nazionali.

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