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Draft 2024
, 25 Giugno 2024

Guida galattica al Draft NBA 2024


Le scelte più attese, quelle più intriganti e quelle più rischiose per l'NBA che verrà.

È tempo di NBA Draft. Archiviato il capitolo delle finali NBA è già arrivato il momento di pensare al futuro: tra il 26 e il 28 giugno - per la prima volta su due giorni invece che su uno solo - le 30 franchigie NBA avranno a disposizione 58 chiamate per assicurarsi i migliori prospetti del basket internazionale (non le canoniche 60, date le violazioni in fase di trade commesse da Suns e Sixers e le conseguenti sanzioni).

La classe Draft 2024 è stata da molti descritta come una delle peggiori degli ultimi anni. Attenzione: l’ultima volta che gli osservatori la pensarono così, nel 2013, fu l’anno di Antetokounmpo e Gobert, che negli ultimi anni qualcosa hanno combinato.

Diciamolo subito: liberiamoci dal bias degli anni precedenti. Avere Wembanyama, Holmgren, Banchero o Edwards tra le prime scelte non rappresenta la normalità: esistono gli anni dei Fultz, dei Bennett, dei Bogut e così via. In assenza di un crack generazionale, dobbiamo davvero aspettarci uno dei Draft peggiori degli ultimi anni?

Non aspettiamoci che dal Draft 2024 escano delle superstar, almeno nell'immediato e nel medio periodo. Prepariamoci a vedere tanti difensori, alcuni più pronti, altri ancora tutti da costruire, alcuni abilissimi sulla palla, altri con grande senso della posizione e pronti a leggere i passaggi dell’attacco avversario.

In questo Draft ci sono anche molti tiratori dal perimetro: il gioco si è evoluto e i tiratori dal midrange sono ormai merce rarissima, mentre tutti o quasi sono in grado di scagliare dardi da distanze che variano da “lontano” a “lontanissimo”, con percentuali sempre più sbalorditive.

Aspettiamoci diversi giocatori in uscita da Connecticut: dopo il back-to-back degli Huskies di Dan Hurley (che un paio di settimane fa ha rifiutato la panchina dei Lakers), i GM sicuramente vogliono avere nella propria squadra giocatori con già un’esperienza vincente alle spalle. La domanda, a prescindere da tutto, rimane però una sola: chi andrà alla #1?

#1

I primi a scegliere saranno gli Atlanta Hawks, che si sono aggiudicati l’ambita chiamata pur avendo soltanto il 3% di possibilità di ottenerla. Una bella fortuna se non fosse che, a differenza degli scorsi anni, non c’è un talento eccezionale che spicca su tutti e che può facilitare il lavoro al front office della franchigia della Georgia. Il rischio di sbagliare la chiamata e perdere una grande chanche è concreto: la #1 potrebbe non essere il giocatore giudicato più forte in assoluto, vi si potrebbe preferire il giocatore che meglio si sposa con il roster attuale degli Hawks.

La dirigenza si ritroverà davanti a una scelta complicata: l’esperimento di far coabitare Murray e Trae Young non ha dato i frutti sperati, uno dei due dovrebbe fare le valigie (negli ultimi giorni alcuni danno addirittura entrambi in partenza). Ad ogni modo, l’indiziato numero uno per la prima scelta risponde al nome di Alexandre Sarr.

Classe 2005, il nativo di Tolosa ha giocato l’ultimo anno con i Perth Wildcats nella massima serie australiana. In passato ha vestito anche la maglia del Real Madrid (settore giovanile da cui sono usciti anche Doncic e Matteo Spagnolo, tra i tanti) e ha fatto parte del programma OT Elite.

Centro di 213 centimetri per 102 chili, ben 226 centimetri di wingspan: da tempo gli scout NBA hanno messo gli occhi su di lui. Potenza e atletismo non mancano, ma soprattutto Sarr ha il potenziale per diventare un difensore sul perimetro di alto livello nella lega: può giocare sia da 4 che da 5, ottime capacità di protezione del ferro, in grado di switchare e difendere su giocatori più piccoli e rapidi di lui grazie al footwork e alla rapidità laterale. Il paragone più immediato con un giocatore attuale è quello con Jaren Jackson Jr.

Per la sua stazza è un giocatore fluido ed elegante: pur essendo più difensivo che offensivo, in attacco è in grado di segnare con il jumper dal midrange ma ha anche l’arma del tiro da tre punti. La sua criticità principale rimane la mancanza di continuità al tiro, così come anche il decision making palla in mano. Segni particolari? È il fratello minore di Olivier Sarr, centro di OKC.

[Inciso: parlando di fratelli ai Thunder, in questo Draft figura anche il nome di Cody Williams, fratello più piccolo di Jalen Williams. Cody ha buone doti di playmaking ed è un difensore che usa la lunghezza infinita delle sue braccia per infastidire ogni possesso e arrivare ovunque. La stagione a Colorado è stata abbastanza altalenante, ha chiuso con 12 punti di media e il 41.5% da tre, ma per le sue qualità versatili secondo tanti analisti ha le carte in regola anche per una scelta in top 10]

Oltre a Sarr c’è un altro francese che potrebbe essere selezionato da Atlanta: si chiama Zaccharie Risacher (pronuncia alla francese mi raccomando che si arrabbiano), ha 19 anni e quest’anno si è messo in mostra nella LNB Pro A con Bourg, confezionando 11 punti in 23 minuti di media nelle 65 partite che ha giocato tra campionato francese ed Eurocup. Guardando queste statistiche viene da domandarsi come mai sia da considerare un prospetto da potenziale prima pick.

Risacher è innanzitutto un efficiente tiratore: nell’ultima stagione è migliorato al tiro da 3, arrivando vicino al 40% di realizzazione dall’arco su 3.6 tentativi di media. Per un 18enne, questo significa avere grande potenziale e netti margini di miglioramento. Zaccharie predilige situazioni di catch-and-shoot, anche in movimento, ma va in difficoltà se è chiamato a mettere la palla per terra, ad esempio per battere un closeout. Se si parla però di portare palla in transizione offensiva, a quel punto diventa davvero pericoloso e la schiacciata in faccia al difensore è dietro l’angolo.

In secondo luogo, Risacher ha tutto il necessario per diventare un’ala da 3&D che può far comodo a tutti. Anche agli Hawks, a prescindere dal fatto che Trae Young rimanga o meno: Atlanta ha grande bisogno di giocatori spendibili nella metà campo difensiva, e potrebbe per questo essere il primo nome che pronuncerà Adam Silver.

I re della March Madness

C’è un terzo candidato che ha buone possibilità di essere la #1: se Donovan Clingan venisse scelto da Atlanta sarebbe una sorpresa non da poco, ma l'opportunità di sostituire Clint Capela nelle gerarchie con un prototipo molto simile - pace all'anima cestistica di Okongwu, nel caso - è ghiotta.

Se UConn ha giocato una stagione strabiliante, gran parte del successo è merito di questo gigante dal cuore buono. Grazie alle lunghissime leve - 218 cm di altezza per 234 di wingspan, Clingan è molto abile a difendere il pitturato: per le sue doti di spietato stoppatore è stato paragonato a Ruby Gobert. Ha il potenziale e il giusto QI cestistico per diventare un eccellente difensore in drop coverage; da questo dipenderà molto del suo futuro nella lega.

Discorso diverso in attacco, dove potrebbe avere più difficoltà ad affermarsi. È un grande realizzatore d’area, la sua efficienza al ferro lo conferma. Il dato del 57% ai liberi però è un punto da migliorare: non dovesse andare alla uno, aspettiamocelo comunque non al di sotto della #5.

Se c’è qualcuno che ha fatto un’annata ancora migliore di Clingan, quel qualcuno è certamente Zach Edey. Il centro di Purdue, che ha perso proprio contro Clingan la finalissima del torneo, ha dominato la seconda stagione collegiale di fila e si è riportato a casa per il premio di National Player Of The Year - cosa che non succedeva da Ralph Sampson e dal triplo NPOY a Virginia tra il 1981 e il 1983.

Fisico impressionante - 224 centimetri per quasi 136 chili - Edey è il terrore degli attaccanti, che spesso vengono scoraggiati dalle sue imponenti dimensioni e preferiscono tirare da più lontano piuttosto che avventurarsi in area. In attacco il canadese è un fantastico realizzatore, davvero difficile da contrastare in situazioni di pick&roll, che usa anche per generare spazi per i compagni.

Edey ha viaggiato a 25 punti e 12 rimbalzi di media, chiudendo la stagione con il 66% di true shooting: numeri impressionanti. La domanda che molti si pongono è se sarà in grado di avere un impatto anche in un contesto diverso da Purdue, non più costruito su misura per lui. È pronto a non essere più la stella della squadra? Per una squadra che ha bisogno di un centro in lista dopo Sarr e Clingan sicuramente c’è il gigante canadese.

Tiratori d'élite

Il migliore è Reed Sheppard: la pulizia impeccabile del rilascio e il 52.1% da tre parlano da soli. Figlio di papà Jeff, leggenda della Kentucky da tre finali NCAA consecutive negli anni '90, il suo gioco ricorda molto di più quello di mamma Stacey, anche lei giocatrice delle Wildcats. Le abilità con e senza palla gli permettono di essere pericoloso da qualsiasi zona del campo; intelligenza cestistica e mani veloci in difesa spiegano le 2.5 recuperate a partita di questa stagione. Le misure alla Combine (primo di sempre per vertical jump!) gli hanno fatto guadagnare parecchie posizioni: nessuno dei sei principali media americani lo dà più in basso della #4.

Se siamo alla ricerca di qualcuno che può dare anche maggiori garanzie in fase difensiva, Dalton Knecht è ciò che potrebbe fare al caso nostro. Senior da 21.7 punti di media con il 40% dall’arco quest’anno, il punto forte è il catch-and-shoot in movimento, ma se la cava bene anche in situazioni di spot-up ed è in grado di crearsi spazio per tirare dal palleggio. A Tennessee era il go-to-guy nelle situazioni più delicate e la sua esperienza può fare comodo a molte squadre. Da tenere assolutamente d’occhio: potrebbe finire a Memphis alla #9.

Non possiamo non menzionare Jared McCain. Nonostante gli alti e bassi - tre partite disastrose per iniziare la stagione NCAA - ha chiuso a Duke con 14.3 punti di media e con il 41.4% da tre. Le triple sono la sua passione, soprattutto quelle in transizione. McCain non è solo un tiratore abile off-the-dribble: possiede un ball-handling degno di nota e discrete doti di passatore. Il volto sorridente e la personalità estroversa lo hanno fatto spopolare sui social, dove conta già più di un milione di followers. Il difetto principale rimane la stazza: troppo piccolo per poter competere con le guardie NBA, non coadiuvata dall'esplosività dei migliori atleti per concludere al ferro?

Sempre a Duke, oltre a McCain l’altra scelta da primo giro è Kyle Filipowski. Il sophomore era uno dei nomi più attesi alla March Madness, dove non ha messo in mostra tutto il potenziale. Non è un tiratore puro ma un lungo di 2,13 che può tirare da dietro l’arco è già di per sé qualcosa di notevole, potendo sia rollare che eseguire il pick&pop in giochi da bloccante. Per dimensioni, vanta anche buone doti di playmaking e di ball-handling. Le principali difficoltà sono state la continuità e le percentuali ai tiri liberi - un traballante 67%. Se migliorerà la sua capacità di crearsi il tiro e la fluidità nel movimento ha tutto il potenziale per diventare un lungo alla Lauri Markkanen.

Uno degli iconic moments dell'NCAA 2023/24.

Da Duke, di nuovo a Kentucky: nonostante la bruciante sconfitta al primo turno del torneo contro Oakland, gli Wildcasts portano al Draft anche Rob Dillingham, elettrico scorer dal midrange. Caratteristica principale? Crearsi il tiro dal palleggio grazie alla velocità e alle mani di velluto nel trattare la palla. Ottimo tiratore anche catch-and-shoot, ma attenzione: le percentuali passano dal 44.44% al 35% se consideriamo solo le triple tentate da distanza NBA, stessa percentuale delle triple dagli angoli (8/23): non il miglior biglietto da visita per essere un 3-level-scorer nella Lega più competitiva del mondo. Altra pecca è la difesa: rischia di diventare un bersaglio facile per gli avversari?

Chiusura della categoria un po’ a sorpresa: Johnny Furphy. Il prodotto di Kansas ha scalato rapidamente le classifiche dei Mock Draft nelle ultime settimane: è un esterno di due metri con ancora tanto da dimostrare, ma che da freshman ha già mostrato caratteristiche precise. Giocatore ordinato, ottimo senso dello spacing, si muove sempre alla ricerca di una porzione di campo da cui tirare sia in movimento che in spot-up, soprattutto dall’angolo e dal mezzo angolo. La rapidità in transizione, unita alla sua capacità di concludere al ferro, fa di lui un perfetto uomo da contropiede. Può sorprendere, occhio a una chiamata a fine primo giro.

Zona lottery

Un posto in top 10 garantito è Stephon Castle. Un infortunio aveva inizialmente rallentato il freshman di Connecticut, ma al suo rientro si è conquistato sempre di più la fiducia di coach Hurley, fino a diventare un perno assoluto del back-to-back di UConn. È tra i migliori difensori sul perimetro: la sua è una difesa molto istintiva, che si fa fatica a insegnare. O ce l’hai o non ce l’hai; lui ce l’ha. Per il ruolo di guardia/ala piccola, il tiro è da migliorare (27% da tre), ma ha grandi abilità nel concludere a canestro in tanti modi diversi e un discreto atletismo. Giocatore di energia, sa giocare bene su entrambe le metà campo: uno skillset da sempre e per sempre richiestissimo.

Un altro eccellente difensore sulla palla è Devin Carter: guardia rapida dalle mille soluzioni a ferro, in grado di segnare layup difficili sia con la destra che con la sinistra. 19 punti di media a Providence in questa stagione: tiro dall'arco dall'estetica rivedibile ma dall'indiscutibile efficacia - quasi il 38% su 6.3 tentativi. Difensore undersized ma tenace, gran senso della posizione a rimbalzo (8.7 in stagione a gara). Altro pregio è quello di accendersi nel clutch: spesso ha guidato la sua squadra nelle situazioni punto a punto.

Devin è figlio di Anthony Carter, play con un decennio di carriera in NBA e un meteorico passaggio in Italia a Scafati

Se siete alla ricerca di talento ancora tutto da costruire ma con potenziale sotto gli occhi di tutti, segnatevi Ron Holland. Lo scorso anno ha fatto parte dell’ormai defunto programma Ignite, dove in 14 partite ha segnato 20 punti di media. Giocatore esplosivo al ferro, letale in transizione lanciata, dove è in grado di gestire il contatto. Deficita nel tiro da tre, che realizza soltanto il 25% delle volte e verso il quale è ancora troppo remissivo. Il mix di energia, atletismo e handler in campo aperto potrebbe incuriosire più di qualche franchigia: non ha ancora 19 anni, ha tutto il tempo per sviluppare il suo gioco e costruire un tiro più affidabile.

Serve un piccolo con esperienza e punti nelle mani? Tyler Kolek è la risposta. 186 centimetri di play puro, mancino amante delle incursioni al ferro, sa concludere in mille modi. Non disdegna prendersi il tiro dal palleggio se ha spazio, ma è letale in situazioni di catch-and-shoot. Nell'ultima stagione a Marquette, 15 punti e quasi 8 assist di media, col 38.8% da tre punti. Nei quattro anni al college ha migliorato di stagione in stagione praticamente tutte le statistiche: unico vizio le troppe palle perse, quasi 3 a partita. Altra area di improving è la velocità nel rilascio: da quell'altezza, se vuole essere efficace anche in NBA la meccanica deve essere molto più rapida per non venire contestato ogni possesso.

Dall’Europa con furore

O meglio, dalla Francia con furore. Non è bastato Wembanyama: la Francia ha un potenziale umano pazzesco, atleti con corpi incredibili, diamanti spesso ancora molto grezzi ma che già a 15/16 anni iniziano le carriere tra i professionisti. A dirlo non siamo solo noi ma anche, ad esempio, Luca Banchi: l'attuale allenatore della Virtus Bologna e della nazionale lettone, si è soffermato sul suo passato a Strasburgo e sulla produzione di talenti oltralpe durante una bellissima intervista con Andrea Trinchieri - recuperare il prima possibile, nel caso ve la foste persa.

Oltre agli athletic freaks Sarr e Risacher ci sono almeno altri due transalpini sicuramente draftati. Il primo è Tidjane Salaun: ala grande, discrete probabilità di andare in lottery. Abile a finire al ferro, nonostante le buone doti atletiche ha raccolto soltanto 8 stoppate in circa 750' a Cholet: poche, considerando i 216 centimetri di apertura alare? Ha inoltre totalizzato 20 palle perse in più rispetto agli assist (64 contro 44), con più di qualche insicurezza mostrata in palleggio: non il punto di partenza ideale, in un contesto con tanti creatori potrebbe essere il fit giusto, ma comunque un azzardo.

Stesso discorso vale per Pacome Dadiet: 203 cm, ala piccola o da guardia, e che ha chiuso la scorsa stagione con 6.6 punti a Ulm tra Bundesliga ed Eurocup, Buon tiratore dal palleggio, ma il resto del gioco è ancora tutto da costruire, soprattutto in difesa e nel tiro dalla distanza. Dadiet, così come Salaun, ha dalla sua l'età: il documento segna ancora 18 alla voce "anni".

Oltre all’invasione francese, iscritti al Draft ci sono anche altri prospetti europei: se ai blocchi di partenza della stagione 2023-24 erano ben 125 gli internationals, di cui 64 europei, la nuova infornata di talenti dovrebbe ulteriormente rimpinguare la lista.

Un quasi omonimo e conterraneo del Most Valuable Player in carica approderà in NBA l’anno prossimo, resta solo da capire in quale squadra. Nikola Topic, 18 anni, guida della Serbia U18 vincitrice agli Europei di categoria nel 2023. A gennaio ha subito un infortunio ai legamenti del ginocchio sinistro che lo ha costretto a rimanere fuori per diversi mesi; al rientro, impegnato teoricamente in diverse combine in vista del Draft, si è poi scoperta una parziale lesione al menisco della stessa articolazione. Tralasciando la cartella clinica per un momento, Topic è un playmaker dotato di grande visione di gioco, con eccellenti doti da passatore che gli permettono di trovare sempre le mani del compagno libero da servire.

Una prestazione impressionante da 49 punti contro l’ANGT Team a Belgrado.

Topic appartiene a quella categoria di giocatori che si trovano molto a loro agio nel basket europeo ma che potrebbero avere difficoltà ad adattarsi alla fisicità oltreoceano. Questo dubbio, unito alla precoce predisposizione agli infortuni, lo hanno fatto scivolare da una possibile top 5 a una scelta attorno alla metà del primo giro.

Un altro serbo in questo Draft: Nikola Djurisic, ala in uscita dal Mega Belgrado, ha più di qualche chance di essere chiamato, specie al secondo giro. Con già prestazioni ventelleggianti nei Playoff contro Stella Rossa e Partizan, l'ennesimo Nikola della scuola serba è invece il tassello migliore per chi necessita di un handler secondario con più esperienza e "vissuto" da pro' alle spalle.

La storia di Matas Buzelis è diversa dalle altre: figlio di genitori lituani emigrati negli States, entrambi giocatori professionisti in patria, Matas di europeo ha solo il cognome. Nato e cresciuto a Chicago, a 10 anni era una giovanissima promessa del nuoto: crescendo ha scelto il basket, al liceo era già considerato un prospetto a cinque stelle. Nel team G League Ignite ha collezionato 14.1 punti e 6.6 rimbalzi di media. Ala grande di 2o5 cm, possiede diverse soluzioni al tiro, buone capacità di ball-handling in campo aperto: lanciato in transizione dà il meglio di sé. Per il fisico e lo stile di gioco può vagamente ricordare Franz Wagner: un profilo che potrebbe fare comodo agli Spurs, con in mano sia la #4 che la #8, da affiancare a Wembanyama nel frontcourt.

"C'è anche un po' di Italia". Non potevamo esimerci dal dirlo, anche se l'unico iscritto al Draft di formazione tricolore è britannico. Quinn Ellis è una guardia classe 2003, alle spalle un'ottima stagione a Trento sotto coach Galbiati rallentata solo da una frattura al quinto metatarso del piede destro. Le possibilità che Ellis riesca comunque a strappare una scelta, anche solo al secondo giro, appaiono al momento abbastanza incerte: Blazers e Heat sono interessati, potrebbero puntare su di lui, ma il futuro più lineare per lui pare la costante frequentazione dei massimi livelli della pallacanestro europea.

[Mouhamed Faye, centro senegalese di 209 centimetri, messosi in mostra alla Reggiana, dopo essersi reso eleggibile ha ritirato la candidatura: l’anno prossimo avrà maggiori opportunità di mettersi in mostra in campo internazionale, nello specifico in BCL]

Possibili steals

Piccola premessa: in un Draft, chiunque potrebbe essere una steal, a seconda dell'altezza a cui verrà viene scelto. Ciò detto, il primo nome che al momento staziona ancora nella penombra è quello di Tristan Da Silva. Affidabile tiratore da catch-and-shoot in uscita da Colorado, tra i pregi ha soprattutto il passaggio e le letture difensive. Non è uno dei nomi più altisonanti, ma un esterno così consapevole delle proprie dimensioni in rapporto al campo e agli avversari in entrambe le metà campo, con 16 punti di media e quattro anni di esperienza al college a Colorado, rappresenta un profilo da non farsi scappare.

Da un Tristan a un... Tristen: Tristen Newton è pedina fondamentale delle ultime due stagioni di UConn. Guardia abile a concludere al ferro, tiene la testa sempre rivolta verso l’alto: gli occhi si muovono sempre per cercare un taglio verso il canestro, in modo da servire i compagni con un passaggio diretto al petto, schiacciato a terra o più spesso con un lob: se dividi il parquet con un giraffone come Clingan, quella delle alzate spettacolari è certamente la soluzione più efficace. Un’altra grande qualità è la pacatezza in campo: qualunque cosa succeda lui non si scompone mai. La pazienza è la virtù dei forti: se il detto è veritiero, allora Newton è fortissimo.

Se dovessi attribuire un titolo di un film a Kyshawn George, questo sarebbe “La grande scommessa”. One-and-done che si è fatto notare con la maglia dei Miami Hurricanes, partito in quintetto solo nella seconda metà di stagione a causa di alcuni infortuni. Ala elvetica con una shooting form ipnotica, la parabola di tiro disegna in aria un arco perfetto: ha anche range per tirare da distanza NBA. George è anche in grado di mettere palla per terra e costruirsi il tiro con il palleggio, soprattutto in avvicinamento a canestro. Giocare un altro anno in una conference molto competitiva come la ACC avrebbe potuto fargli bene, ma si sente già pronto per il grande passo.

L’ultimo nome è Isaiah Collier: se seguite assiduamente le proiezioni del Draft, a inizio anno molti analisti lo davano come possibile #1, ma la stagione non all’altezza a USC ha fatto calare di non poco le sue quotazioni. Guardia dal buon ball-handling e dalle tante soluzioni al ferro, quando si butta in penetrazione ricorda Russell Wesbtbrook, seppur con molto meno atletismo.. Ha comunque mantenuto 16 punti di media nonostante gli alti e bassi di una USC in cui più di qualcosa all’interno dei meccanismi di squadra non ha funzionato. Il tiro da tre punti non è ancora affidabile, ma può andare oltre il 33% di questa stagione. Da migliorare tassativamente, per diventare un realizzatore sui tre livelli, il 67% ai tiri liberi. Se non dovesse essere scelto al primo giro diventerebbe un’occasione da non farsi sfuggire.

E Bronny James?

Parlando sempre di Southern California, questo sarebbe dovuto essere il Draft di Bronny James, il primogenito di casa LeBron James. Dopo lo spavento della scorsa estate per l’arresto cardiaco in allenamento, Bronny è tornato in campo e ha avuto l'ok dai medici non solo per disputare la stagione al college, ma anche per essere eventualmente chiamato al Draft. La stagione a USC è stata decisamente incolore: 25 presenze, solo 4.8 punti a partita in 19' di media (minutaggio all’inizio contingentati per scongiurare eventuali ricadute e permettergli un recupero graduale) e un 27% scarso da tre punti su 2.4 tentativi di media. Numeri decisamente troppo bassi per puntare anche solo a una scelta anche al secondo giro.

Dotato di un fisico straordinario (la genetica non mente), Bronny in campo finora non ha brillato e il gioco presenta ancora parecchie lacune. Rispetto a qualche tempo fa la sua meccanica di tiro è migliorata: lo ha fatto vedere alla Draft Combine, dove ha fatto registrare un 19/25 al tiro da 3 piazzato. Non basta questo, però, a fare di lui un giocatore NBA-ready. Se consideriamo quello che ha dimostrato finora, le possibilità che finisca undrafted sono molto alte.

Bronny avrebbe avuto bisogno di giocare più minuti per migliorare, un solo anno di college sicuramente non è stato abbastanza. Ha rifiutato i workout con tutte le squadre che gliel’hanno proposto tranne Lakers e Suns: quasi inevitabile che, se verrà scelto, finirà a Los Angeles sponda gialloviola, con la #55. Ammesso e non concesso che papà LeBron rimanga davvero ai Lakers - LBJ ha una player-option da esercitare e ha fatto intendere di non avere ancora piani certi per il suo futuro.

  • Milanese classe 2003. Cestista mancato, ma gli è rimasto l'amore per il basket e per lo sport in generale.

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