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Croazia-Italia
, 25 Giugno 2024

Tutte le paure dell'Italia


L'ansia, le criticità, le tensioni da scaricare degli Azzurri nell'analisi tattica di Croazia-Italia.

Croazia-Italia è stata una partita all'insegna della paura. E da partite di questo genere è estremamente difficile trovare spunti interessanti sul piano tattico e dell'organizzazione, soprattutto per l'enorme carico di tensione che ha aleggiato sulla gara fin dall'inizio. Un carico poi deflagrato negli episodi, a partire dai due minuti di follia degli azzurri culminati nel gol di Modric fino al sudatissimo pareggio finale.

Piuttosto, Croazia-Italia ha fatto emergere al pari di Spagna-Italia soprattutto le problematiche degli Azzurri, al netto della qualificazione conquistata ai danni di Modric e compagni. Problematiche sul piano organizzativo e dei principi di gioco, ripresentatesi identiche nonostante il cambio di uomini e sistema di partenza, ma anche e soprattutto problematiche relative alla sfera emozionale, forse ben rappresentate dalle quelle lacrime di Calafiori a fine partita, apparse più di scioglimento finale dell'enorme tensione accumulata piuttosto che di semplice gioia.

Croazia-Italia: gli undici iniziali

Tanto Dalic quanto Spalletti sono arrivati a giocarsi l'accesso agli ottavi in mezzo alla tempesta e senza avere una rotta definita. Il CT croato nelle sue scelte iniziali è tornato alla disposizione difensiva della gara contro la Spagna, rimettendo il leccese Pongracic in mezzo, Stanisic a destra e allargando nuovamente Gvardiol sulla corsia mancina, confermando la criticatissima mediana e facendo il grosso dei suoi cambiamenti in attacco: via Budimir e Majer, Kramaric è spostato nel ruolo di centravanti e a galleggiare tra le linee vanno Sucic e Pasalic.

Di contro, Spalletti dopo aver confermato contro le Furie Rosse lo stesso undici vincente con l'Albania, ha completamente sparigliato anche rispetto alle formazioni pronosticate della vigilia. Lasciati fuori Frattesi, Scamacca e soprattutto Chiesa, gli azzurri si schierano con un 3-5-2 più canonico e meno elaborato sugli scivolamenti legati alla fase di gioco, dove Di Lorenzo lascia la posizione di braccetto destro per fare il quinto a centrocampo, Jorginho ha più protezione in mezzo con una divisione delle zone di campo più semplice, e soprattutto dove i riferimenti difensivi in non possesso sono quelli di una difesa a 5 disposta a zona.

Che l'atteggiamento dell'Italia sarebbe stato ben più speculativo del solito era intuibile già dalle scelte degli uomini. E infatti gli azzurri in non possesso attuano una prima pressione molto blanda, spesso senza riferimenti uomo su uomo, aspettando la circolazione palla croata e aggredendo più forte solo quando la Croazia prova ad aprirsi sugli esterni.

L'idea, probabilmente influenzata dagli sbandamenti visti contro la Spagna, era di accettare il possesso avversario rendendolo inefficace con una solida difesa di reparto, forzando tentativi di giocata in verticale facili da controllare e cercando di colpire quando i croati provavano a ricercare l'ampiezza. Ma, anche in questa partita, lo spavento quasi immediato dato dal sinistro di Sucic dal limite tradisce bene le difficoltà dell'Italia sull'aver chiaro cosa fare in campo.

Le cose migliori gli azzurri le fanno a metà del primo tempo, quando prendono il controllo del possesso e provano a sviluppare in avanti.

Barella si appaia a Jorginho per formare un 3+2 in costruzione, a Di Lorenzo e Dimarco è chiesta la massima ampiezza, mentre i movimenti di Pellegrini a invadere e di Raspadori incontro a legare servono a smuovere la linea difensiva della Croazia per dare anche una soluzione centrale di uscita, con l'attaccante del Napoli che ricevendo tra le linee deve aprire il gioco per gli attacchi alla profondità dei quinti.

Il grimaldello in più di un frangente pare poter essere Calafiori, naturalmente portato ad avviare l'azione in guida ma anche a leggere e di conseguenza occupare gli spazi in avanti.

Una variabile di imprevedibilità preziosa per una squadra fin troppo portata a ricercare giocate codificate e su binari fin troppo rigidi, e oltretutto sprovvista (tolto in parte Scamacca, ieri in panchina) di qualità creative dai duelli. Una variabile che si rivelerà decisiva alla fine, almeno quanto il tentativo (e l'esecuzione) della giocata da parte di Zaccagni.

L'occasione migliore degli azzurri tuttavia arriva sugli sviluppi di un corner: palla raccolta da Jorginho, appoggio per Barella che rifinisce per il colpo di testa in solitario di Bastoni, sul quale è bravissimo Livakovic. Una situazione che da un lato restituisce bene quelle che sono le difficoltà dell'Italia nello sviluppare gioco, con la miglior palla gol nata da una situazione di calcio da fermo, nonché la misura delle difficoltà anche banalmente tecniche passate da Raspadori e soprattutto da Retegui.

Dall'altro lato, l'incornata di Bastoni mette sotto la lente una delle tante contraddizioni degli azzurri, ovvero la posizione e gli incarichi di Barella, così potenzialmente pericoloso più vicino all'area di rigore e al contempo così necessario accanto a Jorginho, non solo per il lavoro di copertura ma soprattutto per il supporto dato alla faticosa fase di prima costruzione dell'Italia.

Il gol di Modric e il panico azzurro

I due minuti di delirio e paura dell'Italia poco dopo il 50' sono il frangente che spacca la partita e rende pressoché inutile qualsiasi successiva considerazione di tipo tattico, se non per la definitiva perdita di riferimenti degli azzurri e il crescente terrore nei giocatori in campo, culminato contro ogni aspettativa e perfino contro ogni logica nella risolutiva giocata trovata dall'asse Calafiori-Zaccagni.

Nonostante tutto, quei minuti che sembravano fatali offrono spunti su cui riflettere. Ad esempio, al di là dell'impatto negativo di Frattesi sulla gara, con il mani sul rigore che ne condizionerà irrimediabilmente la prestazione, dalla fragilità degli azzurri nelle situazioni di stress emerge di nuovo una evidente carenza di riferimenti consolidati, rispetto al quale l'errore di Bastoni e le difficoltà generali dell'interista nel mantenere la giusta lucidità nelle scelte ne sono solo la più plastica delle rappresentazioni.

La confusione nelle scalate sui riferimenti da prendere, l'eccessiva passività nel contrastare il cross di Sucic, il mancato assorbimento del (leggibile) taglio di Budimir, la fuga in avanti di Frattesi per provare a tagliare con estremo ritardo una linea di passaggio al prezzo di scoprire il centro dell'area: tutte scelte individuali che mostrano più che altro lo stato di tensione emotiva degli azzurri, ancora spaventati dal rigore sventato da Donnarumma.

Da lì al finale, la Croazia - che solo con fatica era riuscita ad alzare i giri del motore fino al momento - cambia pelle finendo per amplificare ulteriormente le difficoltà azzurre. Se il compassato possesso della squadra di Dalic aveva prodotto pochissimo di fronte al baricentro basso degli azzurri, mai realmente smosso dai frequenti interscambi di posizione di Pasalic e Kramaric e dalla ricerca costante di Modric degli spazi da occupare, il risultato a favore libera i croati dell'onere del possesso e d'improvviso la loro gara aumenta di mordente.

Pur con un vistoso abbassamento in campo - se l'Italia è in possesso oltre la propria metà campo, il ridisegnato 4-2-3-1 va a comporre una linea difensiva a sei - la Croazia mostra risorse e intensità senza palla mai viste nelle precedenti gare, capace di mandare in difficoltà una sempre più confusa prima costruzione azzurra.

Questo fattore, di nuovo così legato all'aspetto emotivo proprio e dell'avversario, mostra anche quali e quante sono state le difficoltà della Croazia in questo torneo: remissiva con la Spagna, inconsistente e disattenta con l'Albania, la nazionale di Dalic ha mostrato per l'ultima volta quanto poco solide fossero le proprie sicurezze su come affrontare un avversario da battere assolutamente per superare il turno.

Chiesa fuori: la fuga dal problema

L'ingresso immediato dell'attaccante della Juventus al momento del vantaggio croato apre un altro fronte di problemi, forse il più delicato vista la caratura e le potenzialità del giocatore. Ovvero: cosa fare di Federico Chiesa?

La contraddizione è tanto semplice quanto indistricabile. Chiesa per esprimere la sua qualità ha bisogno di giocare sull'ampiezza, ha bisogno di potersi giocare gli 1v1 senza esser chiamato dentro il campo o peggio a lavorare spalle alla porta. Ma questa richiesta si scontra con la presenza di un dispositivo difensivo a tre, dove sono i quinti a prendersi l'ampiezza e servono piuttosto uomini in mezzo a supporto. E gli esperimenti (in azzurro e non solo) di accentramento di Chiesa sono tutti falliti più o meno miseramente.

Dopo l'elaborata soluzione studiata con l'Albania, Spalletti magari anche influenzato dallo scenario da due risultati utili su tre, si è tolto il problema rinunciando allo juventino e ai complessi meccanismi di scalate apparsi inefficaci nella gara con la Spagna. Una conseguenza tuttavia è stata l'ulteriore perdita di creatività del suo XI in campo, e forse anche - sempre in tema di comunicazione e percezioni emotive - l'ampliamento del deficit di fiducia di cui questa Italia sembra soffrire prima di ogni altra cosa.

Lo stesso impatto di Chiesa - come di Scamacca - dalla panchina è stato risibile: un solo dribbling tentato, 0/4 cross riusciti, 31 tocchi, 13 possessi persi, una buona occasione creata ma nella quale ha difettato in precisione nella rifinitura. Più brio rispetto all'appannato Dimarco, ma comunque pochissimo, quasi a ribadire l'importanza del grande assente di questa squadra, la creazione del giusto contesto tattico e psicologico.

https://twitter.com/XtraAzzurri/status/1802088931502035298
O almeno al livello dell'esordio di Dortmund...

Cosa cambiare in vista della Svizzera?

Difficile per non dire impossibile riuscire in così pochi giorni a dare un impianto più coerente a questa Nazionale. Se un punto di criticità, ovvero la convivenza Bastoni-Calafiori, è stata risolta dal referto arbitrale con la squalifica del difensore del Bologna, Spalletti non ha conferme rassicuranti su nessun aspetto del gioco, pure al netto della qualificazione conquistata.

La stessa assenza del giocatore classe 2002 all'oggi è senza dubbio una tegola, perché vale la perdita di quello che volente o nolente era stato un punto fermo nelle scelte iniziali e nella ricerca delle soluzioni creative in costruzione e sviluppo.

Più o meno incognite di prima?

In vista di sabato gli azzurri e il CT dovranno in primis cercare di recuperare un minimo di serenità e fiducia, provando a scrollarsi di dosso quel carico di tensione fin troppo facilmente percepito nel dopogara. E ancor più a monte rispetto alla scelta degli uomini (Buongiorno in mezzo con Bastoni braccetto sinistro per la difesa a tre? Chiesa sì, ma dove?), Spalletti dovrà cercare di ridare obiettivi di gioco più chiari e definiti ai suoi giocatori, proprio come aveva provato a fare in vista dell'Albania.

Costruire un'identità ora dopo il doppio reset causato dalle gare contro Spagna e Croazia è impresa ardua, ma resta probabilmente la miglior opzione per riuscire a ottenere il meglio da una squadra giovane, con talento, ma ben indietro nell'amalgama.


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